Addio a padre Gaetano Mazzoleni, il missionario lecchese che dedicò la vita all’Amazzonia

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Nato a Laorca il 1° marzo 1937, aveva dedicato gran parte della sua vita alle popolazioni indigene dell’Amazzonia colombiana

Antropologo e missionario della Consolata aveva conosciuto da vicino una terra segnata dalla presenza delle Farc, dei militari e dal progressivo sviluppo del narcotraffico

TORINO – È morto padre Gaetano Mazzoleni, missionario della Consolata, antropologo e docente universitario, lecchese di Laorca, nato il 1° marzo 1937. Una vita lontana dalla sua terra d’origine, trascorsa per gran parte in Amazzonia, accanto alle popolazioni indigene della Colombia, in un territorio dove ha conosciuto da vicino la povertà, la guerriglia, la presenza dei militari e le profonde trasformazioni provocate dal narcotraffico.

Negli ultimi anni padre Mazzoleni aveva vissuto nella casa dell’Istituto Missioni Consolata a Torino, ma negli ultimi due anni era stato accolto presso la Residenza Socio Sanitaria Beato Giuseppe Allamano di Alpignano, piccolo comune a pochi chilometri dal capoluogo piemontese. Qui ha trascorso anche le ultime settimane della sua vita, seguito con particolare attenzione da padre Eugenio Butti, originario di Valmadrera, responsabile della struttura e della cura dei confratelli.

La famiglia desidera esprimere a padre Eugenio i più sentiti ringraziamenti per la dedizione e la cura con cui ha seguito padre Gaetano, in particolare durante le ultime settimane.

Padre Gaetano Mazzoleni in una foto durante la sua vita missionaria
Padre Gaetano Mazzoleni in una foto durante la sua vita missionaria

Padre Mazzoleni aveva vissuto lunghi periodi nell’Amazzonia colombiana, a Puerto Leguizamo, nel dipartimento del Putumayo. Aveva conosciuto una realtà nella quale la presenza dei guerriglieri delle Farc (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia) e dei militari faceva parte della quotidianità, ma soprattutto aveva lavorato a contatto con le popolazioni indigene, cercando di comprenderne la cultura e le condizioni di vita.

Tra il 1971 e il 1983 era stato direttore del Centro indigenista del Caquetá, coordinando 24 scuole indigene nei territori dei popoli coreguaje, wuitoto e ingano. Per molti anni aveva inoltre ricoperto l’incarico di direttore nazionale della sezione delle etnie indigene e dei gruppi afrocolombiani della Conferenza episcopale della Colombia.

La sua esperienza non si era però limitata alla Colombia. Padre Mazzoleni aveva lavorato anche in Perù, a Puno, e in Ecuador, a Riobamba, portando avanti il suo impegno missionario e accademico.

Padre Gaetano Mazzoleni (2)

Da anni padre Mazzoleni, per raggiunti limiti di età, viveva a Torino, presso la sede dell’Istituto Missioni Consolata, dove saranno celebrati i funerali. Il legame con Laorca, il quartiere lecchese dove era nato, resta però una parte importante della sua storia. Noi di Lecconotizie lo avevamo incontrato proprio a Laorca il 18 luglio 2011, quando aveva portato la sua testimonianza di missionario e antropologo, raccontando un’esperienza di vita trascorsa dall’altra parte del mondo, nel cuore dell’Amazzonia colombiana.

In quell’occasione lo avevamo intervistato come introduzione a un documentario che padre Mazzoleni ci aveva gentilmente messo a disposizione e nel quale veniva illustrato il processo di elaborazione della cosiddetta pasta basica della cocaina. Si tratta del prodotto base ottenuto dalla lavorazione delle foglie di coca attraverso procedimenti chimici.

Il racconto di padre Mazzoleni permetteva così di entrare in una delle realtà più drammatiche che aveva conosciuto durante i suoi anni in Amazzonia: quella trasformazione della coltivazione della coca in un’attività legata al narcotraffico, con pesanti conseguenze anche sulle comunità e sulle altre produzioni agricole.

Dietro quel processo, spiegava, c’era anche il fallimento di una risorsa agricola. La diffusione della coltivazione destinata al narcotraffico aveva finito per compromettere la possibilità, per molte persone, di dedicarsi ad altre produzioni agricole. Restava inoltre difficile stabilire quando quella che era diventata una vera e propria industria si fosse insediata in quei territori.

Eppure la pianta di coca, nella cultura delle popolazioni locali, aveva originariamente un significato completamente diverso. Le foglie venivano utilizzate per attenuare gli stimoli della fame, della sete e della stanchezza. Da quella stessa piccola foglia, attraverso la trasformazione chimica, sarebbe però nato uno dei flagelli legati al narcotraffico e alla dipendenza dalla cocaina.

Era una delle tante contraddizioni di quella terra che padre Mazzoleni aveva imparato a conoscere nel corso di una vita: una pianta profondamente radicata nella cultura indigena trasformata in materia prima di un mercato criminale internazionale.

Avendo avuto a che fare tanto con i guerriglieri delle Farc quanto con i militari, padre Mazzoleni non era certo uomo da usare mezze parole. Anche davanti a un pubblico occidentale conservava quella determinazione maturata negli anni trascorsi in Amazzonia. E aveva scelto di chiudere uno dei suoi interventi con un’espressione diventata quasi un grido di battaglia: “Giù le mani dall’Amazzonia!”.

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