
Il volume, edito dal Cai, è stato presentato martedì 5 maggio all’interno della rassegna “Leggermente”
LECCO – Un manoscritto scoperto per caso. Tre storie che si intrecciano su tre piani temporali diversi. Un mistero da risolvere. La grande forza della montagna, anzi della Montagna. Sono questi alcuni dei principali ingredienti dell’ultima fatica letteraria dello scrittore e docente Stefano Motta, ovvero il romanzo “Felik” edito dal Cai e presentato martedì 5 maggio presso Palazzo del Commercio in piazza Garibaldi 4 a Lecco all’interno della manifestazione “Leggermente” organizzata da Assocultura Confcommercio Lecco.
A dialogare con Motta – che è anche membro della Giuria Tecnica del Premio Letterario Manzoni promosso da 50&Più Lecco – è stata la giornalista lecchese Federica Lassi. Dopo il saluto di Assocultura Confcommercio Lecco e della presidente del Cai Lecco, Paola Frigerio, la serata è entrata subito nel vivo.
“Portare avanti tre storie e mantenere l’interesse del lettore per tutte non è facile – ha sottolineato lo scrittore – L’inizio è un po’ ostico? Preferisco definirlo sfidante, ma anche in montagna all’inizio si fa fatica perché bisogna rompere il fiato”. Al centro del romanzo la potenza delle leggende (“Ogni montagna ne ha una”) e il mito della città di Felik lastricata d’oro e poi sommersa per una maledizione, in una storia nata grazie… a un regalo da fare al figlio sedicenne: “Quando mi ha chiesto “Portami a fare un Quattromila” mi sono messo a recuperare anche vecchie carte. Mi sono accorto che questo materiale sul Monte Rosa interessava un ragazzo di sedici anni. Gli parlavo della Città Perduta, della storia dei sette gressonari, della Roccia della Scoperta, di un po’ di usanze Walser, e lui mi ascoltava. E ho pensato di provato a scrivere un romanzo”. Grande spazio ha proprio la cultura Walser: “E’ un mondo affascinante e sta scomparendo come i ghiacciai. Volevo che il libro potesse far sopravvivere un mondo di tradizioni e potesse affascinare senza troppi tecnicismi”.
Molti i “debiti letterari”, sondati dalle domande di Federica Lassi: da quelli espliciti con Antonia Pozzi (di cui sono ospitati anche dei versi all’inizio del romanzo e che dà il nome a una delle protagoniste), a quelli più “nascosti” come quelli con Italo Calvino e “Le città invisibili”. Tanti gli aneddoti raccontati: dall’incontro con Luciano, stagionatore della Truna di Campertogno, ai suggerimenti del forte alpinista lecchese Gildo Airoldi (presente in sala e tra i protagonisti della prima ascensione italiana della Nord dell’Eigger nel 1962). E una riflessione sul valore di… lasciare qualcosa di inesplorato: “L’uomo è portato a scoprire, ma quando lo fa rischia di “rovinare” quello che trova. Il fatto che qualcosa sia ancora inaccessibile penso sia prezioso per l’umanità. E dobbiamo preservarlo”.
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