Festival Treccani. L’ultima giornata tra enigmistica, consenso e linguaggio

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Paolo di Paolo e Stefano Bartezzaghi

Protagonisti Stefano Bartezzaghi, Claudia Bianchi e Andrea Moro

Gli appuntamenti conclusivi hanno affrontato il rapporto tra parole, gioco, consenso, filosofia, fisica e linguistica

LECCO – Si chiude nel segno delle parole, dei loro significati e delle loro infinite possibilità la nona edizione del Festival della lingua Treccani. L’ultima giornata ha riunito tre voci del panorama culturale e accademico italiano: l’enigmista e scrittore Stefano Bartezzaghi, la filosofa del linguaggio Claudia Bianchi e il linguista Andrea Moro, protagonisti di tre incontri dedicati rispettivamente all’enigmistica, alle dinamiche del consenso e alle origini del linguaggio.

Il pomeriggio conclusivo si è aperto con “Enigmistica in tracce”, incontro condotto da Paolo Di Paolo, scrittore e conduttore, insieme a Stefano Bartezzaghi, autore del volume “Enigmistica”, pubblicato da Treccani. Il libro parte dalle definizioni per ricostruire origini e storia dell’enigmistica, passando attraverso le sue varianti, i meccanismi, i virtuosismi, la bibliografia e numerosi esempi che restituiscono la ricchezza e le possibilità offerte dalla lingua italiana.

Per Bartezzaghi l’enigmistica è innanzitutto un “fatto di famiglia”, quasi un’eredità, considerando anche la figura del padre e quella del fratello Alessandro, direttore della Settimana Enigmistica. Ma è anche un campo di studio al quale si è avvicinato durante gli anni universitari. “A Bologna ho seguito il corso di Umberto Eco, nel 1981: per me è stato un vero e proprio incontro. Quando il suo collaboratore e collega Fabbri ha osservato che nessuno chiedeva una tesi sugli anagrammi, mi sono sentito un predestinato. Eco li amava moltissimo, del resto l’ambiguità è una virtù umana del linguaggio. E lo vediamo ora nella pratica: l’AI non la capisce”.

Paolo Di Paolo e Stefano Bartezzaghi

Nel corso dell’incontro è emerso anche il carattere spesso riservato di questa passione, condivisa tanto da chi crea enigmi quanto da chi li risolve. Tra i solutori citati da Bartezzaghi ci sono Roberto Benigni, Francesco Guccini, i Baustelle, Mina e Paolino Pulici. Tra i creatori, invece, accanto a Umberto Eco e Italo Calvino, compare un nome meno prevedibile: Primo Levi, descritto come “grande creatore di anagrammi per persone che gli erano care e autore di un racconto in cui il protagonista creava frasi palindrome molto divertenti”.

Enigmistica e nascondimento, secondo Bartezzaghi, sono strettamente legati. “Il piacere dell’enigmista è non farsi trovare, pur restando trovabile, proporre enigmi complessi ma risolvibili, lavorare su stereotipi non banali ma nemmeno troppo esclusivi”. Attraverso gli enigmi è possibile anche osservare l’evoluzione della lingua, seguendo le trasformazioni delle parole presenti nei cruciverba.

Bartezzaghi ha raccontato anche il proprio metodo di lavoro. “Dal 2019 pubblico ogni giorno un cruciverba su Repubblica, gli dedico due ore la mattina presto ispirandomi ai fatti del giorno”. Particolare anche il rapporto con il rebus, la cui origine più lontana viene individuata nel geroglifico. “È una cosa che abbiamo dentro di noi: la lingua che cerca una forma grafica. Ha a che fare con i sogni, come ci dice Artemidoro, ma anche Freud. Lavora sul nostro inconscio. Ci racconta di noi”.

Il secondo appuntamento è stato affidato a Claudia Bianchi, professoressa ordinaria di Filosofia del linguaggio presso la Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, dove dirige il Centro di ricerca di studi di genere Gender e il Master in Comunicazione della Scienza e della Salute. Al centro dell’incontro “Conversazioni asimmetriche: rifiuto e consenso” la pratica discorsiva nell’intimità, con particolare attenzione alle asimmetrie e alle forme di violenza che possono caratterizzarla.

La prima questione affrontata è stata quella della definizione stessa di consenso e rifiuto. “Il rifiuto può essere ridotto al silenzio, cioè essere inefficace perché frainteso, ritenuto non sincero, una messa in scena, o riferito a una donna considerata priva di autorità sul proprio corpo, come una prostituta o, fino agli anni Novanta, una moglie. Sembrano pregiudizi ottocenteschi, ma sono ancora attualissimi: per molti non c’è stupro se non c’è violenza fisica, o se la ragazza ha prima flirtato, o se ha cambiato idea o se c’è una relazione stabile”.

Claudia Bianchi

Bianchi ha quindi evidenziato come le conversazioni sull’intimità siano spesso affrontate soprattutto attraverso gli effetti negativi del mancato consenso, mentre meno frequentemente si consideri la partecipazione all’atto. “Il consenso dovrebbe essere amichevole, reversibile, informato ed entusiasta”, ha spiegato, richiamando la definizione proposta da Fries.

Tra le principali asimmetrie individuate dalla filosofa c’è anche il modello secondo cui “è l’uomo che chiede a donne che, se non si negano espressamente, sono disponibili”. Esistono però modalità alternative, come “l’invito, l’offerta, la proposta, che non sono richieste”. L’obiettivo, nella prospettiva illustrata da Bianchi, è passare da modelli negativi, come la richiesta intesa come atto linguistico direttivo, a forme meno invasive e minacciose. A fare la differenza sono la consapevolezza e la volontà di riequilibrare le asimmetrie.

A chiudere il festival è stato Andrea Moro, Accademico dei Lincei, professore di linguistica generale alla Scuola Normale Superiore di Pisa e alla IUSS di Pavia, con l’incontro “Un pipistrello dagli occhi azzurri: Lucrezio, gli atomi e l’alfabeto”, ispirato all’omonimo libro pubblicato da La nave di Teseo.

Il suo intervento ha intrecciato filosofia, fisica e linguistica, prendendo le mosse dal “De rerum natura” di Lucrezio. Moro ha mostrato come il linguaggio umano possa offrire una chiave per ragionare sull’universo: così come da un numero limitato di lettere è possibile ottenere parole differenti attraverso combinazioni diverse, allo stesso modo pochi atomi, combinandosi tra loro, possono dare origine agli oggetti e agli elementi che ci circondano.

Tra i temi affrontati, l’intuizione dell’esistenza degli atomi, intesi come corpuscoli capaci di combinarsi, e il ruolo del movimento come “generatore di differenze” tra gli atomi. Il modus operandi di Lucrezio, ha spiegato Moro, consiste anche nel ricorrere all’esperienza quotidiana per rendere comprensibili concetti complessi: “Un piccolo fenomeno può offrire l’immagine di grandi eventi e una traccia per la loro conoscenza”.

Andrea Moro

Il linguista ha quindi collegato la visione atomica della realtà alla struttura delle lingue umane. “L’intuizione di Lucrezio che la visione atomica della realtà predice l’esistenza di oggetti impossibili è valida anche nel dominio delle lingue umane. Il cervello contiene un setaccio naturale e biologicamente determinato prima di ogni esperienza che esclude alcuni tipi di regole. Le lingue impossibili permettono l’apprendimento spontaneo delle lingue”.

Secondo Moro, questo meccanismo rappresenta uno spartiacque rispetto ai modelli linguistici delle macchine, che “servono milioni di parole per imparare”. Da qui la riflessione sulla natura dell’infinito nella combinazione dei numeri e delle parole: “La struttura della combinazione dei numeri e delle parole è infinita, quindi non esistono protosintassi né protoaritmetiche perché l’infinito non nasce per gradi. Il linguaggio contiene l’infinito che non arriva per gradi”.

Per spiegare come una caratteristica biologicamente possibile possa comparire anche senza una successione di forme intermedie, Moro ha richiamato l’esempio del topo e del pipistrello e quello degli occhi azzurri. “Tra il topo e il pipistrello c’è l’evoluzione, ma non c’è nulla di intermedio: tra l’uno e l’altro c’è solo un gene a fare la differenza. È dunque biologicamente possibile che una cosa possa arrivare in blocco e senza situazioni intermedie. Così è avvenuto con il linguaggio umano, che è dovuto alla mutazione di un solo individuo che poi è stata trasmessa ad altri, esattamente come è accaduto con gli occhi azzurri. Praticamente tutti gli occhi azzurri nascono da una singola mutazione avvenuta in una sola persona vissuta 10.000 anni fa vicino al Mar Nero”.

La riflessione finale è stata dedicata al significato più profondo del linguaggio. “Il linguaggio è insieme dono e castigo: siamo gli unici esseri viventi ad averlo e a conoscere il progresso, e questo è il dono, ma c’è una condanna, il castigo: solo noi conosciamo il nostro destino perché conosciamo il significato della parola morte”.

La nona edizione del Festival della lingua Treccani si è così conclusa attraversando tre prospettive diverse ma accomunate dall’attenzione per il linguaggio: il gioco e la struttura dell’enigmistica, le dinamiche comunicative nelle relazioni intime e il rapporto tra linguaggio, biologia e conoscenza.

La manifestazione, interamente gratuita e a ingresso libero, è stata organizzata dalla Fondazione Treccani Cultura e dal Comune di Lecco, con il contributo di Regione Lombardia, Fondazione Comunitaria del Lecchese, BPER, Acinque, Confindustria Lecco e Sondrio, Camera di Commercio Como-Lecco, FNM, LineeLecco e Confcommercio Lecco. Il festival ha avuto il patrocinio di Fondazione Novatex ed è stato realizzato in collaborazione con Politecnico di Milano – Polo Territoriale di Lecco, Topolino e Panini Comics, Gruppi Sportivi Fiamme Gialle, Fondazione Notte della Taranta e Autocogliati. Media partner Rai Cultura e Rai Radio 3.

Il programma completo e tutte le informazioni sul festival sono disponibili sul sito ufficiale della manifestazione e sul portale culturale di Treccani.

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