Il giornalista Verdelli a Leggermente: “Il cellulare è la nostra scatola nera”

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Leggermente 2026 Verdelli
Da sinistra, il giornalista Carlo Verdelli e Luca Ciusani

L’ex direttore di Repubblica e Gazzetta dello Sport: “Il cellulare è la nostra scatola nera”

“Non sono contro”: il giornalista invita a riconoscere rischi e tentazioni senza demonizzare

LECCO – Il telefono cellulare come “scatola nera” delle nostre vite, capace di contenere abitudini, relazioni e fragilità. Attorno a questa immagine si è sviluppato l’intervento del giornalista Carlo Verdelli, protagonista sabato sera a Leggermente, dove ha presentato il suo ultimo libro “Il diavolo in tasca. Genitori e figli prigionieri del telefonino” (Einaudi).

“Mi sembrava mancasse un libro sull’oggetto di questa era che stiamo vivendo. Tutto è guidato dalla tecnologia digitale persino la guerra. Noi vivendo non facciamo altro che guardare il cellulare: siamo inchiodati a questa scatola magica”, ha osservato Verdelli nel corso dell’incontro, moderato da Luca Ciusani e organizzato in collaborazione con l’associazione Jonas.

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L’appuntamento di sabato, inserito nel calendario della rassegna, e ha offerto al pubblico una riflessione articolata sull’impatto pervasivo dello smartphone nella quotidianità. Un oggetto che, nelle parole dell’ex direttore di Repubblica e Gazzetta dello Sport e già vicedirettore del Corriere della Sera, non è di per sé negativo ma richiede consapevolezza.

Non sono contro, il telefonino è uno strumento neutro: però credo sia importante evidenziare insidie e tentazioni – ha aggiunto il giornalista – Tutti hanno adottato questo strumento che è diventato parte integrante e insostituibile della nostra vita. Tutto questo è accaduto in un tempo brevissimo, in 10-15 anni. Oggi nel mondo siamo 8 miliardi e ci sono 7,5 miliardi di cellulari”.

Verdelli ha individuato due passaggi chiave nella diffusione globale del dispositivo: il 2010, con l’introduzione dell’iPhone 4 e della fotocamera, che ha contribuito all’esplosione dei social (con 90 milioni di selfie al giorno), e l’apertura dell’Apple Store per le applicazioni; quindi il 2020, quando la pandemia ha trasformato il cellulare in uno strumento centrale della vita quotidiana. “Anche quando l’emergenza sanitaria è stata superata nessuno ha rinunciato al telefonino perché è stata creata una vera e propria dipendenza”.

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Da qui il riferimento alla “Nomofobia”, la paura di restare senza telefono, senza rete o di perderlo. “Il cellulare è la nostra scatola nera. C’è tutto quello che siamo: abitudini, segreti, piaceri, contatti e preferenze. Se lo perdiamo siamo finiti”.

Un’analisi che non si configura come una condanna, ma come un invito a interrogarsi sul rapporto con la tecnologia. “La mia non vuole essere un predica. Il cellulare nasce come strumento di comodità ed utilissimo. Ma serve consapevolezza perché viviamo con questo ‘elefante nella stanza’. Chi lo dice che dobbiamo essere sempre connessi?”.

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Nel corso dell’incontro, spazio anche al tema dell’intelligenza artificiale generativa, definita come uno degli sviluppi più rilevanti degli ultimi anni, e agli effetti dell’uso intensivo dello smartphone su ragazzi e adolescenti, attraverso esempi tratti dalla cronaca recente.

“Questa dipendenza ci sembra meno grave rispetto ad altre ma non è così! Soluzioni? Serve strada lenta per cui serve pazienza. Ed è l’educazione. Ovvero spiegare in modo intensivo e permanente la situazione offrendo una bussola”. Una conclusione che riporta il discorso su un piano educativo, individuato come chiave per affrontare una trasformazione ormai strutturale.

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