Cinque concerti, una Master Class internazionale, visite guidate e una mostra di oltre 200 strumenti fino al 18 settembre
Un patrimonio spesso poco conosciuto pronto a uscire dalla “nicchia”. Dietro il progetto anche il grande impegno di Guido Zucchi, già assessore comunale e da anni attivo nella promozione musicale del territorio
MANDELLO – Quattro chiese, quattro organi storici e quasi due secoli di storia custoditi nel raggio di pochi chilometri, a cui passiamo accanto quasi senza farci caso. Strumenti che per generazioni hanno accompagnato la vita delle comunità e che ora tornano protagonisti con “Senti come suona la storia – Patrimonio in-Canto”, la rassegna presentata ieri, mercoledì 9 settembre, in sala consiliare a Mandello e destinata ad accompagnare il territorio fino al 18 settembre.
A introdurre il pubblico in un viaggio attraverso la cultura organaria mandellese è stato il Maestro Alessandro Milesi, organista, compositore, docente e profondo conoscitore degli strumenti storici del territorio, che ha trasformato la presentazione in una vera lezione-racconto, ricostruendo non soltanto la storia degli organi conservati nelle chiese locali, ma anche il rapporto che per secoli ha legato questi strumenti alla vita delle comunità.
Un progetto al quale ha dedicato un impegno particolare anche Guido Zucchi, tra i promotori dell’iniziativa e figura da tempo attiva nella valorizzazione musicale e culturale di Mandello. Zucchi è stato inoltre assessore ai Servizi sociali del Comune di Mandello nel mandato 2020-2025 e da anni opera nell’ambito della promozione musicale: è presidente e socio fondatore di “Lago di Como in Musica”.

Il messaggio lanciato durante la serata è semplice: gli organi storici non sono una nicchia da relegare agli specialisti, ma un pezzo della cultura italiana ed europea. Milesi ha scelto di partire da lontano, mostrando al pubblico un filmato Rai dei primi anni Settanta. In quella televisione, ancora fortemente legata a una funzione educativa e culturale, l’organo compariva in prima serata e grandi interpreti come Fernando Germani potevano entrare nelle case degli italiani attraverso il piccolo schermo.
Un’immagine che, secondo Milesi, aiuta a comprendere quanto il rapporto con questo strumento sia cambiato nel giro di mezzo secolo. All’epoca gli auditorium Rai di Napoli, Roma, Milano e Torino disponevano di grandi organi a canne e non era affatto insolito che lo strumento trovasse spazio anche nella programmazione televisiva.
“Cinquant’anni fa era normale. L’organo faceva parte della nostra cultura“, ha ricordato il maestro. Da qui il parallelo utilizzato per raccontare la ricchezza dell’arte organaria: come l’Italia possiede decine e decine di prodotti alimentari profondamente legati ai singoli territori, allo stesso modo esistono scuole organarie differenti, ciascuna caratterizzata da costruzioni, timbri, tastiere, registri e sonorità proprie. La scuola lombarda, per esempio, non è un blocco uniforme: un organo costruito nel Varesotto può avere caratteristiche profondamente diverse da uno bergamasco, comasco o milanese.

Milesi ha ricordato anche le dimensioni eccezionali del patrimonio nazionale: secondo la ricognizione citata nel corso della conferenza, in Italia sarebbero censiti circa 22 mila organi storici, una concentrazione che non avrebbe eguali a livello internazionale. La maggior parte degli strumenti conservati risale all’Ottocento, mentre sono molto più rari gli esemplari del Seicento e ancora precedenti.
Ed è proprio in questo quadro che il territorio mandellese acquista un valore particolare. “Qui abbiamo quattro secoli di cultura organaria nell’arco di tre chilometri”, ha sintetizzato Milesi.
Il gioiello della Madonna del Fiume
Il cuore del racconto è stato inevitabilmente l’organo del Santuario della Beata Vergine del Fiume, uno degli strumenti più antichi e preziosi del territorio, indicato come organo di scuola Carlo Prati, databile attorno al 1670.
Il santuario stesso rappresenta un caso particolarmente interessante: secondo la ricostruzione illustrata da Milesi, dopo la peste del Seicento la comunità mandellese non si limitò a costruire la chiesa, ma volle dotarla quasi immediatamente anche di un organo. Una scelta tutt’altro che scontata per l’epoca, quando spesso tra la costruzione di una chiesa e l’installazione di uno strumento musicale potevano trascorrere decenni.
“A Mandello, invece, nel giro di pochissimo c’erano già stucchi, affreschi e organo. Questo dice quanto la comunità tenesse alla musica”, ha osservato Milesi. Lo strumento che per anni appariva quasi come una semplice facciata, con le canne mute e la struttura originaria compromessa, è stato sottoposto a un restauro durato circa quattro anni.
Sono state recuperate le ante, restaurate le canne superstiti e ricostruite le parti necessarie per restituire allo strumento la sua funzione. Il lavoro ha richiesto interventi sulle canne metalliche e lignee, sulla meccanica, sui mantici, sui crivelli e sui diversi elementi che regolano il passaggio dell’aria.
Uno degli aspetti più affascinanti emersi durante la presentazione riguarda proprio l’identità sonora dello strumento. Secondo Milesi, l’organo della Madonna del Fiume rappresenta un incontro tra la scuola lombarda e quella tedesca meridionale, una combinazione che gli conferisce caratteristiche insolite e che continua a incuriosire organisti e studiosi.
“Gli organisti che vengono ad ascoltarlo rimangono stupiti”, ha spiegato il maestro, sottolineando come l’interesse per questo patrimonio arrivi anche dall’estero. Non a caso la rassegna ospita una Master Class internazionale, aperta anche a studenti provenienti da conservatori italiani e stranieri.
Olcio, un suono rimasto quasi intatto dal 1853
Altro protagonista del percorso è l’organo della chiesa parrocchiale di Olcio, costruito nel 1853 da Francesco Carnisi di Luino. Milesi lo ha definito particolarmente significativo perché conservatosi in condizioni di grande autenticità. Quando uno strumento antico viene restaurato, ha spiegato, è inevitabile che alcuni parametri possano cambiare: dalla pressione del vento all’intonazione delle canne.
A Olcio, invece, gran parte delle caratteristiche originali è rimasta intatta. “Chi ascolta questo organo può sentire un documento sonoro molto vicino a quello che ascoltavano i mandellesi nel 1853”. Uno strumento dunque non soltanto musicale, ma capace di conservare una vera impronta acustica del passato.
Crebbio e le stratificazioni di tre epoche
Il percorso comprende anche l’organo della chiesa di Sant’Antonio a Crebbio, nel territorio di Abbadia Lariana. Indicato come strumento Serassi del 1761, successivamente modificato da Tornaghi nel 1832 e da Corno nel 1993.
Proprio questa stratificazione lo rende, secondo Milesi, particolarmente interessante: all’impianto settecentesco si sono aggiunti interventi ottocenteschi legati al mutare del gusto musicale e, più recentemente, elementi che hanno ampliato ulteriormente le possibilità dello strumento.

Il risultato è un organo nel quale convivono linguaggi differenti, capace di raccontare l’evoluzione del gusto musicale nel corso dei secoli.
Quando l’organo imitava l’orchestra
La conferenza ha permesso anche di spiegare come sia cambiato il ruolo stesso dell’organo. Nel Seicento lo strumento era pensato soprattutto per una musica raffinata e fortemente caratterizzata. Nell’Ottocento, con il successo del melodramma e dell’opera italiana, il pubblico cominciò invece a cercare anche in chiesa i suoni ascoltati nei grandi teatri.
Gli organari iniziarono così a costruire strumenti capaci di imitare trombe, fagotti, viole, flauti e altri timbri orchestrali. Per chi non poteva raggiungere la Scala o i grandi teatri, la chiesa diventava in qualche modo anche il luogo nel quale entrare in contatto con quel mondo sonoro.
Tra le domande emerse dal pubblico anche quella sulla posizione degli organi, spesso collocati sopra cantorie e balconate. La spiegazione è legata all’acustica. Prima dell’amplificazione moderna era fondamentale che il suono potesse propagarsi sopra le teste delle persone e riempire l’intero edificio. Lo stesso principio valeva per pulpiti, amboni e cantorie. Gli organi antichi non erano necessariamente costruiti per “urlare”, ha sottolineato Milesi, ma per dialogare con l’architettura della chiesa, sfruttandone riverbero, altezza e proporzioni.
La presentazione si è spinta anche negli aspetti più tecnici della costruzione organaria. Milesi ha parlato delle antiche tastiere con prima ottava “scavezza”, nelle quali alcune note venivano omesse perché poco utilizzate nella musica dell’epoca, consentendo anche di contenere i costi di realizzazione. Ha poi spiegato la questione dei temperamenti antichi, molto diversi dall’accordatura equabile alla quale l’orecchio moderno è abituato.
Nel Seicento non tutte le tonalità erano utilizzabili nello stesso modo: si rinunciava ad alcune possibilità per ottenere, in compenso, intervalli considerati particolarmente puri e belli nelle tonalità principali. Da qui un concetto centrale: non esiste un organo ideale capace di fare perfettamente tutto.

Ogni strumento nasce dentro un’epoca, una scuola e una precisa idea musicale, e possiede quindi una letteratura più adatta alle proprie caratteristiche.
Il programma: cinque concerti fino al 17 settembre
Il programma dei concerti coinvolgerà Mandello e Abbadia. Giovedì 10 settembre, al Santuario della Beata Vergine del Fiume, è previsto il concerto inaugurale del docente della Master Class Pieter van Dijk, sull’organo di scuola Carlo Prati databile attorno al 1670.
Venerdì 11 settembre, a Olcio, sarà invece protagonista Enrico Viccardi all’organo Francesco Carnisi del 1853. Il concerto sarà preceduto, dalle 20.30 alle 21, da una visita guidata allo strumento. Sabato 12 settembre si tornerà al Santuario della Madonna del Fiume per il concerto degli allievi della Master Class, anch’esso preceduto dalla visita guidata dalle 20.30. Lunedì 14 settembre, nella chiesa di San Giorgio, sarà la volta di Luca d’Abate sull’organo Elia Torregian Violino Barocco.
Giovedì 17 settembre, infine, chiusura a Crebbio con il concerto di Tommaso Mazzoletti, sullo storico organo della chiesa parrocchiale. I concerti inizieranno alle 21 e mezz’ora prima di ogni appuntamento sarà proposta una presentazione delle caratteristiche tecniche e delle curiosità storiche dello strumento utilizzato.
La mostra con oltre 200 strumenti dal mondo
Alla parte organistica si affianca anche “La mostra di strumenti di musica popolare dal mondo”, ospitata nella sala civica di via Dante 47 a Molina. L’esposizione, in programma dall’11 al 18 settembre, raccoglie oltre 200 strumenti musicali popolari.

Tra i pezzi presenti figurano sonagli di serpente, una tromba tibetana, un tamburo ad acqua africano, strumenti costruiti con zucche e un raro mandolino lombardo-milanese. Le visite saranno accompagnate dal professor Franco Cefalù, che illustrerà ai visitatori origini, caratteristiche e curiosità degli strumenti.

La mostra sarà aperta dalle 9 alle 12 e dalle 15 alle 18.
Le visite alle chiese e al patrimonio artistico
Il progetto non si ferma alla musica. Sono previste anche visite guidate al Museo d’Arte Religiosa dell’Arcipretale San Lorenzo, al Santuario della Beata Vergine del Fiume e alla chiesa di San Giorgio, con l’obiettivo di inserire gli organi nel contesto storico e artistico per il quale furono costruiti. Per iscriversi e prenotarsi è necessario chiamare il 3393637099.
L’idea alla base dell’intera rassegna è proprio questa: non isolare lo strumento dal luogo che lo custodisce, ma trasformare musica, architettura e storia in un unico racconto. E forse è questo il messaggio più forte emerso dalla presentazione: lungo il Sentiero del Viandante, in uno spazio che si percorre quasi senza accorgersene, sopravvive un patrimonio capace di raccontare quattro secoli di cultura europea.
Un patrimonio che questa settimana Mandello e Abbadia provano a far tornare non soltanto a suonare, ma soprattutto a essere conosciuto per provare a uscire dalla “nicchia”.
LOCANDINE

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