L’autore valmadrerese ripercorre l’avventura vissuta nel 2018 lungo il Grand Randonnée 20 in Corsica con l’amico Luca Brivio
180 chilometri, 13 mila metri di dislivello positivo, fatica, amicizia e una natura capace di mettere alla prova corpo e mente, dove il confine tra ciò che sembra impossibile e ciò che si riesce a superare diventa sottile
VALMADRERA – Dieci giorni di cammino, 180 chilometri percorsi a piedi, oltre 13.000 metri di dislivello positivo e una sola certezza: andare avanti. Il GR20, il sentiero che attraversa la Corsica da nord a sud, è considerato il trekking più duro e impegnativo d’Europa, un percorso capace di mettere alla prova resistenza fisica, forza mentale e capacità di adattamento. Ma è anche un viaggio che cambia profondamente chi lo affronta, trasformando ogni fatica in scoperta e ogni ostacolo in una lezione di vita.
A raccontarlo è Andrea Rusconi, 36 anni, di Valmadrera, che ha deciso di trasformare l’avventura vissuta nel 2018 insieme all’amico di sempre Luca Brivio in un libro, “Le Petit Randonneur” (Amazon), che è molto più di un semplice diario di viaggio. Tra montagne antichissime, creste di granito scolpite dal tempo, laghi nascosti e vallate selvagge, Rusconi accompagna il lettore dentro un’esperienza estrema dove il confine tra ciò che sembra impossibile e ciò che si può davvero raggiungere si assottiglia giorno dopo giorno.
“Ci sono limiti in natura che non riesci a superare: se non hai una barca non attraversi il mare. Quando hai i mezzi quel limite diventa un confine. Se non hai la forza di andare oltre, invece, resta un limite; se ce l’hai diventa soltanto un confine superabile”. È questa la riflessione che attraversa tutto il libro e che racchiude il significato più profondo del GR20: un percorso in cui il vero avversario non è la montagna, ma se stessi.

Geometra di formazione e laureato in Scienze Ambientali all’Università dell’Insubria di Como, Rusconi lavora come impiegato ma vive la montagna in ogni sua forma. Dalla corsa allo sci, dall’alpinismo al ciclismo, una passione trasmessa dalla famiglia e coltivata fin da bambino nell’OSA Valmadrera, associazione di cui fa parte da sempre. È inoltre uno dei pochi atleti ad aver partecipato a tutte le edizioni della ResegUp disputate fino a oggi e si sta preparando per affrontare anche la quindicesima. Lettore appassionato di libri storici e dei grandi classici del Novecento, aveva già esordito come autore con “Diari in Bicicletta” nel 2022. Oggi torna con un’opera che racconta una delle sfide più intense della sua vita: un viaggio fatto di fatica, amicizia, silenzi, ironia e meraviglia.
Lo abbiamo intervistato per farci raccontare come nasce questo libro e cosa significa davvero affrontare il GR20.
Il viaggio risale al 2018, ma il libro è uscito soltanto quest’anno. Come mai hai aspettato così tanto? Ti serviva metabolizzare meglio questo viaggio oppure perché sentivi che non era ancora il momento giusto di consegnarlo al pubblico?
“Ci ho messo molto più tempo rispetto al mio primo libro. “Diari in Bicicletta”, nato dal viaggio a Roma del 2016 lungo la Via Francigena, l’avevo scritto in circa tre mesi e c’era dubbio se pubblicarlo o meno perché appariva a tratti accusatorio, anche se alla fine abbiamo optato per consegnarlo al pubblico. “Le Petit Randonneur” invece era molto più lungo e complesso, ha richiesto un lungo lavoro di revisione: l’ho corretto più volte e l’ho fatto leggere anche a Luca, con cui ho affrontato il GR20. Nel frattempo, avendo per l’appunto pubblicato un altro libro, per un periodo questo progetto è rimasto nel cassetto”.
Perché avete scelto proprio il GR20 e perché hai sentito l’esigenza di raccontarlo in un libro?
“Il GR20 è considerato il trekking più duro e massacrante d’Europa. In Italia, quando lo abbiamo affrontato Luca e io, era ancora poco conosciuto, veniva percorso perlopiù da francesi (80%) e per la restante parte da tedeschi e statunitensi. Oggi se ne parla di più, anche grazie al boom dei cammini che c’è stato dopo il 2019, l’anno in cui ho percorso il Cammino di Santiago. Tra l’altro una mia amica, proprio mentre percorrevamo il trekking, mi ha girato un articolo del CAI uscito proprio in quel momento che parlava del cammino. Io conoscevo già il GR20 perché seguivo Kilian Jornet i Burgada (trail runner considerato tra i più forti al mondo) che aveva stabilito il record del percorso (Kilian ha percorso il GR20 in 32 ore, 54 minuti e 24 secondi, record stabilito il 15 giugno 2009. Lambert Santelli è il detentore attuale in 30h 25m). Da alpinisti lecchesi l’idea di affrontare il trekking più impegnativo del continente era qualcosa che ci affascinava enormemente. Sentivo il bisogno di raccontarlo perché non era soltanto una traversata, ma un’esperienza umana molto intensa”.
Nel libro descrivi i luoghi con una precisione impressionante. Come hai fatto a ricordare così tanti dettagli?
“Durante il viaggio prendevo appunti in maniera molto minuziosa. Però la verità è che quei luoghi mi sono rimasti impressi nella mente. Le montagne della Corsica sono molto più antiche delle Alpi, si sono formate circa decine di milioni di anni prima e sono completamente diverse. Sono più erose, hanno subito l’influenza del clima e del mare per molto più tempo. Hanno forme che ti restano dentro. Poi le fotografie aiutano: riguardandole rivivi immediatamente il momento in cui sono state scattate”.

“Lo svantaggio è che non puoi gustare il viaggio, non puoi condividerlo, non puoi sentire quelle emozioni di viverlo insieme a qualcuno”. Nel libro emerge un legame molto forte con Luca. Quanto è stato importante aver condiviso questo viaggio con lui?
“Fondamentale. Ci conosciamo da decenni, dai tempi dell’OSA Valmadrera. Abbiamo condiviso insieme corsi di escursionismo, alpinismo, viaggi in tenda e tante esperienze in montagna. Esiste una fortissima empatia tra noi, spesso non serve nemmeno parlare perché sappiamo già cosa sta pensando l’altro. In un’esperienza come il GR20 questo conta moltissimo. Ci sono momenti di sofferenza, giornate da undici ore e mezza di cammino, ma bisogna anche sapersi divertire. Arrivavi al campeggio stremato e poi iniziavi a raccontare la giornata in modo ironico. Senza Luca sarebbe stato un viaggio completamente diverso”.
Scrivi: “Tutti i personaggi del libro, tranne i due protagonisti, sono frutto della mia fantasia, ma non ne sono così sicuro”. Quale delle persone che avete incontrato lungo il cammino è davvero un personaggio fittizio e perché hai deciso di inserirlo nel racconto? E invece una persona reale che ti ha colpito di più.
“In realtà mi piace raccontare la verità. Tutto quello che abbiamo vissuto è reale. Ho modificato qualche nome o qualche dettaglio per esigenze narrative, ma pochissimo. Anche i dialoghi sono riportati in modo molto fedele. Una delle persone che ricordo meglio è un ragazzo francese giovanissimo che incontrammo al Refuge de Manganu. Ci chiese un po’ di sale mentre stava cucinando una quantità enorme di pasta in una padella gigantesca. Era di Parigi e ci raccontò che non aveva praticamente mai visto la montagna in vita sua. Eppure era lì, felice. Questo dimostra che si può affrontare il GR20 anche senza essere alpinisti esperti, purché si abbia la testa dura come il granito”.
Come si prepara logisticamente un viaggio del genere?
“Nel 2018 non c’erano tutte le informazioni che si trovano oggi, ora si trovano più recensioni, tracce GPS, percorsi definiti. Ho organizzato quasi tutto consultando il sito del Parco della Corsica, che aveva le descrizioni in francese, e delle cartine dove l’isola della Corsica venivano suddivise in Nord e Sud, molto più grandi di quelle solitamente da noi utilizzate. Più dettagliate le ho trovate solamente in lingua tedesca, anche se poi i nomi dei luoghi, essendo scritti in francese, erano piuttosto intuibili. Anche raggiungere la partenza fu un’avventura perché i trasporti pubblici in Corsica sono limitatissimi, c’è un trenino che collega l’isola facendo giri immensi effettuando solo due corse al giorno. Il primo giorno arrivammo al porto alle quattro del mattino e impiegammo quasi tutta la giornata per raggiungere Calenzana, nostro punto di partenza per il trekking. Però eravamo già abituati alla montagna e sapevamo come gestire tenda, zaino e fatica. Per prepararci non avevamo dovuto affrontare percorsi lunghi come il GR20”.

Nel libro scrivi che “sopportare il dolore è la chiave del successo. Una continua lotta tra corpo e mente”. In quei momenti cosa si pensa per non mollare? Che mentalità e qualità deve avere un vero randonneur per arrivare fino alla fine?
“Il GR20 ha un tasso di abbandono altissimo, molti partano che non hanno mai visto una montagna prima. Circa il 50% di chi parte non arriva alla fine. Molti si fermano a Vizzavona, dove si può prendere il treno e raggiungere la costa. Serve una determinazione enorme. Noi veniamo dalle gare di corsa in montagna e sappiamo cosa significa soffrire, sappiamo che prima o poi la fine arriva. Ci sono momenti in cui cammini in silenzio, da solo con il tuo dolore, e altri in cui hai bisogno di condividere tutto con il compagno di viaggio, urlandogli ciò che stai vivendo come è accaduto a noi sul Monte Formicola dove in certi momenti sragionavamo, dicendo cose prive di senso, rasentando la follia. Essere in due e avere una forte empatia col proprio amico permette di affrontare al meglio momenti simili. La vera difficoltà è che il percorso sembra non finire mai. Parti sapendo che sei su un’isola e quindi teoricamente esiste un confine, una fine. Ma non riesci mai a vederla. A un certo punto questo diventa quasi una follia mentale. Molti restano intrappolati in questa sensazione e si fermano. Questa era la vera difficoltà del GR20, questo limite non limite. Inoltre la natura è talmente bella da lasciarti senza fiato, quasi da bloccarti”.
Avete mai pensato di non riuscire a completarlo?
“No. Abbiamo avuto momenti difficili, soprattutto a causa della stanchezza, ma non abbiamo mai pensato di ritirarci. Al massimo valutavamo l’idea di fermarci un giorno per recuperare energie. Avevamo tempi molto stretti e un solo giorno di margine recuperato in fase di partenza perché decidemmo di non fermarci a dormire a Calenzana, riuscendo addirittura a recuperare tempo rispetto alle previsioni della guida. Nella parte sud del GR20 invece la spossatezza iniziò a farsi sentire e procedevamo praticamente agli stessi ritmi indicati”.
Qual è il luogo che ti ha colpito di più dal punto di vista paesaggistico?
“Un tramonto spettacolare nei pressi del Refuge de Carozzu, che descrivo anche nel libro. E poi le rocce granitiche della Corsica, modellate dall’erosione in modo incredibile. In alcuni punti sembrano quasi rocce calcaree, piene di cavità e forme particolari create da milioni di anni di vento, acqua e influenza marina. Sono paesaggi che sulle Alpi non trovi”.
Se dovessi rifarlo oggi, cosa cambieresti?
“Porterei sicuramente un GPS per controllare meglio distanze e tempi. E poi affronterei una variante alpina che all’epoca saltammo a causa del maltempo, nel Massif de Bavella. È una deviazione più impegnativa ma attraversa guglie spettacolari che al tramonto sono meravigliose. È una delle poche cose che mi sono mancate”.

Durante il GR20 la tecnologia è quasi assente. Ne avete sentito la mancanza? Com’è stato tornare alla vita normale?
“Assolutamente no. Il telefono prendeva in pochissimi punti e a volte passavano giorni senza che riuscissimo a dare notizie a casa. Ma non ne sentivamo il bisogno. Eravamo immersi in ciò che amiamo fare, andare in montagna. In generale se mi trovo immerso nella natura o nello sport difficilmente guardo il telefono, salvo che per fare foto. Quando invece siamo tornati alla normalità e siamo saliti in macchina con il papà di Luca che era venuto a prenderci, ci sembrava di andare velocissimi, non eravamo più abituati a viaggiare su un veicolo a motore. Dopo settimane passate a camminare lentamente, l’impatto con la civiltà è stato quasi straniante”.
C’è già un nuovo libro o un nuovo viaggio in programma?
“Sto pensando a un libro sul Cammino di Santiago. Però è molto diverso rispetto al GR20 o a Diari in Bicicletta, sarebbe più un racconto immersivo. Lì la natura è meno protagonista, c’è poco o niente da descrivere. È un viaggio molto più interiore e raccontare un’esperienza del genere è più complicato. Ci sto riflettendo”.
Non fermarti alle notizie suggerite dall’algoritmo.
Su Google scegli Lecconotizie.com per un’informazione verificata.



RADIO LECCOCITTÁ CONTINENTAL































