Novantamila giovani, artisti internazionali e tre giorni di musica: il Nameless dimostra che grandi eventi possono trovare spazio anche a Lecco. Non fermatelo
LECCO – Per tre giorni Lecco è stata qualcosa di diverso. Non migliore, non peggiore. Diversa.
Novantamila giovani sono passati dal Bione trasformato in una città dentro la città, un’enorme arena della musica dove si sono incontrate lingue, culture, accenti, storie provenienti da tutta Europa e non solo. Un popolo temporaneo che si è dato appuntamento sulle rive del lago per celebrare ciò che, da sempre, unisce gli esseri umani più di qualsiasi confine: la musica.
Attorno al Nameless si è discusso molto. Si è discusso prima, si discuterà ancora dopo. È normale che sia così. Ogni grande evento porta con sé dubbi, domande, timori, aspettative.
Ma forse, per una volta, vale la pena fermarsi a osservare ciò che è realmente accaduto.
C’è un aspetto, tra i tanti emersi in questi tre giorni, che merita una riflessione.
Quando trentamila persone in una sola sera si ritrovano nello stesso luogo, tutte con uno smartphone in tasca, può succedere che le celle telefoniche vadano sotto pressione, che la banda disponibile non basti per tutti e che la connessione rallenti fino quasi a scomparire. A volte diventano difficili persino le chiamate.
È una conseguenza tecnica, nulla di misterioso.
Eppure verrebbe da pensare che trovarsi improvvisamente senza connessione possa generare disorientamento, insofferenza, la frustrazione di chi si scopre scollegato dal resto del mondo.
È successo l’esatto contrario.
Al Nameless, quell’effetto collaterale ha assunto un significato diverso. Quasi fosse parte della sua magia. Per qualche ora si crea una sorta di bolla sospesa, un luogo dove la connessione digitale si indebolisce e ne emerge un’altra, più antica e più diretta: quella che passa attraverso la musica.
Quella marea di giovani e giovanissimi ha ballato, cantato, saltato. Hanno condiviso momenti che non avevano bisogno di essere immediatamente pubblicati per esistere. hanno vissuto il presente senza l’ossessione di trasformarlo all’istante in contenuto.
Forse è questa una delle magie più sorprendenti del Nameless.
Uno smartphone è uno strumento straordinario e ormai irrinunciabile per quasi tutti, giovani e adulti. Nessuno pensa di demonizzarlo. Nessuno vuole tornare indietro. Eppure, proprio quei ragazzi che spesso vengono descritti come incapaci di staccarsi dallo schermo hanno dimostrato qualcosa di semplice e potente: che si può ancora stare insieme senza essere connessi. Che ci si può perdere nella musica per ritrovarsi negli altri.
È una lezione che non riguarda soltanto la musica elettronica. Riguarda la musica, punto.
Quella forza invisibile che attraversa le generazioni, cambia forme, linguaggi e sonorità, ma continua a fare la stessa cosa da secoli: creare comunità. Per questo i paragoni servono a poco.
Non serve il rituale della nostalgia. Non serve il consueto “ai nostri tempi”. Ogni generazione ha avuto la sua colonna sonora e quasi ogni generazione ha visto quella successiva essere guardata con diffidenza. È sempre successo.
L’oggi è questo. E non deve necessariamente piacere a tutti per avere valore.
Il Nameless ha fatto breccia perché ha intercettato il suo tempo. Ha parlato il linguaggio di centinaia di migliaia di giovani. E soprattutto ha dimostrato una cosa che fino a pochi anni fa sembrava impensabile: che un evento di questa portata può trovare casa a Lecco.
La città ha retto. Ha accolto. Ha osservato. Ha dimostrato di poter essere palcoscenico di qualcosa che va oltre i propri confini geografici.
Da oggi riprenderanno le discussioni. Arriveranno le critiche, i distinguo, i “sì però”, i “ma”, i “forse”. Fa parte del gioco.
Ma per una volta concediamoci il lusso di riconoscere ciò che è andato bene. Novantamila persone. Tre giorni di musica. Una città intera messa alla prova. E una grande festa che, alla fine, è rimasta una festa. Non è poco.
Anzi, di questi tempi, è quasi straordinario.
Perciò, avanti con il dibattito. Avanti con le opinioni diverse. Sono il sale di una comunità viva.
Ma questa volta, per favore, non fermateli.
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