Quando si difende l’indifendibile: il cortocircuito dei social e la crisi del senso del limite

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Dalla rimozione degli adesivi sull’igloo della Grignetta nasce una riflessione sul confine tra libertà, rispetto delle regole e responsabilità collettiva

LECCO –  Ci sono episodi che, nella loro apparente marginalità, raccontano molto più della cronaca che li ha generati. Il caso degli adesivi rimossi dall’igloo della Grignetta è uno di questi. Non perché qualche decalcomania possa cambiare il destino della montagna, ma perché le reazioni che ha suscitato mostrano quanto sia cambiato il nostro modo di ragionare, di confrontarci e perfino di distinguere ciò che è giusto da ciò che non lo è.

Eppure viviamo tutti nella stessa realtà. Possiamo avere idee diverse, sensibilità differenti, opinioni opposte. Ma esistono principi elementari sui quali una comunità costruisce la propria convivenza. Nessuno riterrebbe legittimo entrare nella casa di uno sconosciuto per appendere un quadro o incidere il proprio nome sul monumento di una piazza sostenendo che “non dà fastidio a nessuno”. Allo stesso modo, nessuno può arrogarsi il diritto di lasciare il proprio segno su un manufatto che appartiene ad altri o alla collettività. Non è una questione di estetica, ma di rispetto.

Se perfino un principio tanto semplice diventa oggetto di discussione, allora il problema non è più l’adesivo. È il criterio con cui giudichiamo la realtà. È come se ogni fatto fosse diventato negoziabile, ogni regola interpretabile, ogni limite aggirabile, purché coincida con ciò che desideriamo. Non è il pluralismo delle idee, che è il fondamento di una società libera. È qualcosa di diverso: è l’erosione del senso del limite.

L’impressione è che non si discutano più i fatti, ma le appartenenze. Si difende una posizione perché è la propria, non perché sia fondata. Il dato oggettivo passa in secondo piano, sostituito dalla necessità di prevalere. È il trionfo della logica tribale: non importa comprendere, importa vincere.

I social network non hanno inventato questa deriva, ma l’hanno amplificata. Sono nati per connettere le persone, ma troppo spesso hanno trasformato il confronto in conflitto. Gli algoritmi premiano la reazione immediata, l’indignazione, lo scontro. Il dubbio rallenta, la complessità fatica a emergere. Così la piazza digitale diventa un’arena nella quale conta più difendere il proprio gruppo che cercare la verità.

È così che si arriva a difendere perfino l’indifendibile.

Il punto, infatti, non è stabilire se un adesivo sia bello o brutto. Il punto è chiedersi con quale principio una persona possa ritenersi autorizzata ad applicarlo su un manufatto che non le appartiene. Quale criterio etico lo giustifica?

C’è chi sostiene che il danno sia irrilevante, che in fondo un adesivo non cambi nulla. Ma se accettiamo questo principio, allora dovremmo minimizzare anche una scritta su un muro, un’incisione su una panchina o un monumento imbrattato. La questione non è l’entità del danno, ma il principio che lo genera. Ogni arbitrio giustificato apre la strada all’arbitrio successivo. La civiltà si misura anche nella capacità di rispettare i limiti nei gesti più piccoli.

Qualcuno obietta che il vero problema sia l’igloo stesso. È una posizione legittima. Ma c’è una differenza sostanziale: quel manufatto non è stato collocato arbitrariamente. È stato installato seguendo un percorso autorizzativo. Lo si può contestare, persino chiedere che venga rimosso, ma attraverso gli strumenti previsti da uno Stato di diritto. Non appropriandosi del bene comune trasformandolo in una bacheca personale.

Qui emerge la differenza, antica quanto la filosofia politica, tra libertà e arbitrio.

La libertà non consiste nel fare tutto ciò che si desidera. Nasce dal riconoscimento di un limite condiviso, perché soltanto quel limite garantisce anche la libertà degli altri. Aristotele ricordava che l’uomo è un animale politico, destinato a vivere nella comunità. Kant avrebbe poi espresso lo stesso concetto in un’altra forma: la libertà di ciascuno trova il proprio confine nella libertà altrui. Senza questo equilibrio resta soltanto la legge del più forte.

Forse è questo il grande equivoco del nostro tempo. Abbiamo sostituito la libertà con l’autodeterminazione assoluta. Ogni regola viene percepita come un ostacolo, ogni limite come un sopruso. Ma una società nella quale ciascuno decide autonomamente quali norme rispettare e quali ignorare non diventa più libera. Diventa soltanto più fragile.

Si invoca il rispetto delle regole quando tutela i propri diritti, salvo rivendicare il diritto di infrangerle quando ostacolano i propri desideri. È una doppia morale che corrode lentamente il senso stesso della convivenza civile.

La montagna insegna una lezione diversa. In quota nessuno è padrone del paesaggio. Si passa, si osserva, si rispetta e si lascia ciò che si è trovato. È un principio di umiltà prima ancora che una regola ambientale.

Per questo il caso degli adesivi della Grignetta non è una vicenda minore. Non riguarda qualche centimetro di plastica incollata sul metallo. Riguarda il tipo di società che vogliamo costruire. Una nella quale ciascuno si sente autorizzato a lasciare il proprio segno ovunque, salvo indignarsi quando lo fanno gli altri. Oppure una nella quale la libertà continua a significare rispetto del bene comune, del limite e delle regole che rendono possibile la convivenza.

Perché la civiltà non si misura da ciò che siamo liberi di fare, ma da ciò che scegliamo di non fare, pur potendolo fare.

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