La vincita milionaria e la storia del tifoso del Lecce di 103 riportano al centro una domanda semplice solo in apparenza: cos’è davvero la ricchezza?
LECCO – Ci sono notizie che fanno rumore. E altre che, quasi in silenzio, riescono a dirci molto di più.
La vincita da 223 milioni di euro al Superenalotto ad Oggiono ha fatto il giro del mondo. È difficile non rimanerne affascinati. Una cifra che sfugge persino alla nostra capacità di immaginazione. E così è iniziato, puntuale, il grande gioco collettivo delle ipotesi: cosa faremmo con tutti quei soldi? Quante case compreremmo? Dove investiremmo? A chi li regaleremmo? E, naturalmente, chi è il misterioso vincitore?
A qualche centinaio di chilometri di distanza, però, un’altra storia ha attirato l’attenzione. Molto meno clamorosa, certamente. Nessun assegno milionario, nessuna schedina vincente, nessuna caccia al fortunato.
C’è il signor Mario, 103 anni, festeggiato ieri, domenica, dall’U.S. Lecce Calcio prima della partita col Monza. Mario allo stadio ci è andato come sempre. Autonomo, lucido, in splendida forma. E quando gli hanno chiesto cosa avrebbe fatto dopo, la sua risposta è stata disarmante nella sua semplicità: la sera sarebbe andato a ballare.
Due notizie. Due fortune. Due modi completamente diversi di misurare la ricchezza.
E allora, in mezzo a tutto questo gran baccano sui 223 milioni, sulle ville da acquistare, sugli yacht, sugli investimenti e sulle vite che potrebbero cambiare, una domanda possiamo permetterci di porla anche noi.
Forse è provocatoria. Ma vale la pena fermarsi un momento.
Se poteste scegliere, preferireste vincere 223 milioni di euro o arrivare a 103 anni in splendida forma come il signor Mario?
Tempo o denaro?
La domanda sembra persino ingiusta, perché il denaro ha un fascino concreto. Con il denaro si curano problemi, si conquistano libertà, si offre sicurezza alla propria famiglia. Sarebbe ipocrita fingere che non conti. Chiunque abbia avuto difficoltà economiche sa quanto possa pesare la mancanza di denaro e quanto, invece, possa alleggerire la vita averne abbastanza.
Ma c’è qualcosa che nemmeno 223 milioni possono comprare. Il tempo.
Il tempo è forse l’unica vera moneta che riceviamo tutti alla nascita senza conoscere il saldo del nostro conto. Non sappiamo quanti giorni ci siano stati assegnati. Non sappiamo quando finiranno. E soprattutto non possiamo accumularli.
Il denaro può essere risparmiato. Investito. Ereditato. Moltiplicato. Il tempo no. Il tempo può soltanto essere speso.
Un giorno dopo l’altro, inevitabilmente. Un’ora dopo l’altra. Fino a quel giorno misterioso che chiamiamo, con parole diverse e spesso per paura di nominarlo, la fine.
Forse è proprio questo il paradosso della nostra esistenza: passiamo una parte enorme della vita cercando di accumulare denaro, e troppo spesso ci accorgiamo del valore del tempo soltanto quando iniziamo a sentirne la scarsità.
Lavoriamo per stare meglio domani e rischiamo di dimenticarci di vivere oggi. Rimandiamo un viaggio, una telefonata, una cena, un abbraccio. «Quando avrò più tempo», diciamo.
Come se il tempo fosse qualcosa che possiamo mettere da parte per dopo. E invece il dopo non è mai stato garantito a nessuno.
Forse per questo la risposta del signor Mario colpisce più di quanto sembri. Non perché arrivare a 103 anni sia, in sé, una vittoria contro il tempo. Nessuno può vincere quella partita. Ma perché arrivarci ancora capaci di andare allo stadio, di muoversi autonomamente, di conservare la lucidità e persino di avere voglia di andare a ballare significa possedere qualcosa di immensamente prezioso.
Non semplicemente anni. Vita dentro agli anni.
E allora forse i 223 milioni e i 103 anni non sono davvero due notizie così lontane. Ci parlano entrambe della stessa cosa: di ciò che consideriamo ricchezza.
Da una parte c’è una cifra capace di cambiare un’esistenza. Dall’altra c’è un uomo che, senza aver vinto una lotteria, sembra aver ricevuto qualcosa che nessun montepremi può garantire: il tempo per continuare a fare ciò che ama.
Naturalmente, se qualcuno ci offrisse entrambe le cose, probabilmente non avremmo bisogno di riflettere troppo.
Ma la vita raramente ci mette davanti a scelte così pulite.
Più spesso ci costringe a decidere, ogni giorno, quanto tempo siamo disposti a scambiare per il denaro. Quante ore della nostra vita vendiamo per guadagnarne abbastanza da vivere. E quanto di quel denaro utilizziamo, poi, per recuperare il tempo che abbiamo lasciato passare.
Forse il vero lusso non è avere 223 milioni sul conto. Forse il vero lusso è poter dire, a 103 anni o a qualsiasi altra età: stasera vado a ballare.
Perché alla fine il denaro è uno strumento. Può rendere la vita più comoda, più sicura, perfino più lunga in alcune circostanze. Ma non può viverla al posto nostro.
E quando arriverà il momento di fare i conti, probabilmente nessuno ci chiederà quanti soldi abbiamo avuto la possibilità di accumulare.
Forse la domanda sarà molto più semplice.
Quanto tempo sei riuscito davvero a vivere?
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