Lockdown, mazzata a cultura e eventi: “Troppo facile chiudere tutto”

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In gioco la vita delle persone e tanti posti di lavoro

“La cultura non è un hobby ma un presidio sociale e un motore economico”

LECCO – Un scelta difficile da comprendere. E’ questo il parere di coloro che di cultura vivono e portano avanti il loro mestiere con serietà, professionalità e tanta passione. Una vera e propria mazzata quella arrivata dal Governo nelle scorse ore e che risulta ancor più difficile da digerire per un settore che aveva già imparato a convivere con il virus. Chi ha avuto l’occasione di andare a teatro o al cinema nelle ultime settimane  ha potuto toccare con mano tutti i protocolli che erano stati messi in pratica per consentire un accesso in sicurezza. Abbiamo sentito l’attore Alberto Bonacina e il musicologo Angelo Rusconi due personaggi da sempre attivi nel panorama culturale del nostro territorio.

Alberto Bonacina – Compagnia Lo Stato dell’Arte

“Arrivo da tre giorni di repliche con lo spettacolo sull’Eiger e ho avuto la conferma del fatto che i teatri sono luoghi sicuri dove vengono rispettati tutti i protocolli – dice il noto attore lecchese -. Il teatro poteva diventare un ottimo esempio di buone pratiche nella fase di convivenza con questo virus. Serrare tutto, purtroppo, era la cosa più semplice da fare”.

Per combattere questo virus ci vuole coraggio e gli spettatori, in una fase così particolare, sono stati i primi a mostrare la voglia di ricominciare: “Mi ha colpito la risposta del pubblico. Durante l’estate credevo che a rinfrancare le persone fosse il fatto di essere all’aperto, ma invece questo riscontro è proseguito anche nelle ultime settimane nei teatri, al chiuso. Tutti gli spettacoli hanno fatto segnare il tutto esaurito con lunghe liste d’attesa a testimonianza di quanto la gente, pur con distanziamento e mascherina, ha bisogno di un ritrovato momento di socialità”.

L’attore Alberto Bonacina della compagnia Stato dell’Arte

Proprio nel momento della ripresa, invece, è arrivata la nuova chiusura: “Purtroppo sono stati fatti dei ragionamenti dimenticando che in ballo ci sono persone in carne e ossa e posti di lavoro – continua Alberto Bonacina -. Vediamo l’attore sul palco e pensiamo che tutto si esaurisca lì: ma pensiamo ai teatri che hanno spese fisse, maschere, costumisti, musicisti, tecnici e l’elenco potrebbe essere ancora lungo. Ci si dimentica che c’è tutto un mondo che si muove con il relativo indotto. Oltretutto stiamo parlando di un settore che è già l’emblema del precariato e che può contare su scarsissimi ammortizzatori sociali. Già la scelta di limitare la capienza a 200 posti era difficile da comprendere, forse sarebbe stato più giusto ragionare in base a una percentuale delle capienza del teatro a pieno regime, ora è arrivata la chiusura”.

Il teatro, poi, non è solo palcoscenico: “Per quelli come me, molta parte del lavoro deriva da laboratori scolastici (che dallo scorso febbraio non sono più stati riaperti, ndr), corsi, collaborazioni con amministrazioni e enti per la realizzazione di eventi… l’unica cosa che sappiamo è che fino al 24 novembre è tutto bloccato e poi c’è l’incertezza più assoluta. E non parliamo delle misure di aiuto a livello economico che, come in tutti i settori, sono arrivate solo in parte o addirittura non sono arrivate”.

Sarà ancora possibile rialzarsi? “Questa seconda chiusura arriva in un momento in cui le cose stavano ripartendo e c’era tanta voglia di rimettersi in moto. E’ piombata tra capo e collo portando con sé un senso di sconfitta, ma credo che alla fine riusciremo a riprenderci; nemmeno questo secondo lockdown riuscirà ad ucciderci. Il nostro ambiente è talmente fragile che paradossalmente è abituato a riadattarsi e trovare nuove soluzioni. Spero solo che questa possa diventare l’occasione per confrontarci e ripensare un po’ a tutto il nostro settore”.

Angelo Rusconi – Associazione Res Musica

Angelo Rusconi, noto musicologo e presidente dell’associazione Res Musica, va dritto al punto della questione: “Non capisco perché un teatro debba essere più pericoloso di un bar, un supermercato o un ufficio pubblico. Posso comprendere tutto, anche una nuova chiusura totale, quello che non capisco è questa selettività nei confronti dei teatri e dei luoghi della cultura a meno che non siano considerate attività non essenziali, ma questo sarebbe profondamente sbagliato perché la cultura è un fattore di crescita, un presidio sociale e concorre al benessere spirituale della persona. La cultura non è un di più a cui si può rinunciare (specialmente in un momento di emergenza), se l’Italia non capisce questo si perde un fattore essenziale di crescita sociale oltre che un motore economico”.

Il pubblico era stato il primo a capire che i teatri erano un luogo sicuro: “Le iniziative del Progetto Rinascita organizzate nelle scorse settimane da Res Musica hanno fatto registrare il tutto esaurito e liste d’attesa che non siamo riusciti a esaudire. In un caso abbiamo replicato un concerto grazie alla disponibilità dell’artista. Fra gli estremi dei negazionisti e di coloro che sono terrorizzati da questo virus, in Italia c’è una fetta maggioritaria di persone che ragiona con buon senso e, nel rispetto di tutte le norme del caso, non smettere di vivere. La chiusura è una penalizzazione ingiusta verso luoghi che sono oggettivamente più sicuri di altri e verso persone che si sono date da fare allo spasimo per garantire la sicurezza. Oltretutto coloro che, come Res Musica, nel periodo estivo si sono dati da fare per proporre iniziative all’aperto adesso vedono tagliate alla radice qualsiasi possibilità di lavorare e organizzare iniziative”.

Troppo spesso ci si dimentica che cultura significa posti di lavoro e persone: “In questo periodo sarebbe fondamentale investire nella cultura. Noi siamo abituati a pensare in termini di filiere solo per attività industriali o commerciali, ma c’è una filiera anche nel teatro. Pensiamo, ad esempio, alla chiusura del teatro alla Scala di Milano: non vuol dire che non ci va più a cantare Placido Domingo, ma si traduce in orchestrali in cassa integrazione, maschere, guardarobieri, addetti alle pulizie, tipografi che stampano le locandine, costumisti, sarti, scenografi senza lavoro e ancora ditte di service luci e audio, agenzie di viaggio che portano la gente agli spettacoli. Dobbiamo pensare che è tutto completamente fermo. La cultura che in Italia dovrebbe essere un motore economico e un presidio sociale è considerata alla stregua di un hobby, questo è il problema di fondo”.

Angelo Rusconi musicologo e presidente dell’associazione Res Musica

Una situazione davvero complicata da accettare e affrontare: “Si parla tanto di sostegno alla cultura ma poi di fatto i finanziamenti vengono ridotti nei momenti di emergenza e questa è una politica sbagliata. La cultura, non solo intesa come spettacolo ma anche come ricerca, è totalmente ferma. Non potendo organizzare concerti, lezioni e seminari avevo pensato di terminare di scrivere un libro a cui sto lavorando. Occupandomi di Medioevo, però, ho bisogno di consultare manoscritti rari che sono presenti solo in particolari biblioteche che in questa situazione hanno liste d’attesa anche di 3/4 mesi”.

Angelo Rusconi però guarda avanti: “Impiegheremo questo tempo per tenerci pronti con nuovi progetti, le idee sono tante ma dobbiamo avere le possibilità di realizzarle. Fortunatamente un bando di Regione Lombardia ha dato una boccata di ossigeno alla mia associazione ma nel futuro resta comunque un grande punto interrogativo. Il nostro ambiente è spesso considerato l’ultima ruota del carro perciò è abituato alle difficoltà… e allora guardiamo al futuro cercando di tenerci pronti. E’ importante sottolineare che chi ci tiene in vita è il pubblico e l’appello allora va alla gente, continuate a seguirci e sostenerci”.