Dal debutto con Calvin Harris al gran finale di FISHER, tre giorni di musica, incontri e condivisione al Bione
Traffico e parcheggi superano la prova del Festival; gli organizzatori stimano un fatturato di circa 6 milioni di euro e 90mila presenze
LECCO – Anche quest’anno, e sempre troppo in fretta, sul Nameless Music Festival è calato il sipario, e le casse che ci hanno accompagnato per tre intensissimi giorni si sono spente.
Un’atmosfera travolgente e luminosa quella di ieri, lunedì 1 giugno, che ha visto il cielo ingrigirsi solo sul finale, dopo l’esibizione di DJ FISHER, come ad assecondare gli abbracci diffusi e i numerosi malinconici “Ci vediamo l’anno prossimo”.

Non sono stati quattro gli stage di questa edizione del Festival. Si è trattato di un palcoscenico unico, in realtà, e molto più ampio: ogni corpo ha saputo essere arte, facendosi portavoce di un’identità, uno stile, e liberandosi dai vincoli della quotidianità a ritmo di musica.
È proprio questo, ho intuito passeggiando per tre giorni tra persone così diverse, lo spirito di un evento del genere: stringere un patto reciproco di comprensione, accoglienza nella diversità, mettendo da parte le preoccupazioni e gli impegni.
Darsi tempo, quindi, e ogni tanto riscoprire la gioia di perderlo, insieme all’importanza di un divertimento che non ha età.

“Non saremo mai più così giovani” ha detto una ragazza saltando e scatenandosi con un’amica sotto la pioggia, per rendere l’idea.
Giorni di rapporti umani a tu per tu, di persone che non si vedevano da tempo, di chiacchiere con gli sconosciuti.
“È una fortuna che il telefono qui non prenda” è stato il pensiero condiviso da molti partecipanti. Certo, è difficile ritrovare gli amici se ti perdi, ma restare offline per tre giorni, guardare le persone in volto e fermarle per fare due chiacchiere mi ha fatto pensare a quanta bellezza rischiamo normalmente di perderci.

E mentre raccoglievo opinioni – prevalentemente soddisfatte, se non qualche appunto su alcuni degli artisti scelti, in parte, è emerso dalle parole di diversi giovani, non molto conosciuti – la città di Lecco si confermava capitale della musica elettronica.
Dopo una prima giornata con un afflusso di 30mila persone, attirate in gran parte da DJ scozzese Calvin Harris, e un secondo giorno meno affollato e con un’impressione generale più contenuta e di minor slancio rispetto all’apertura, nonostante la presenza dell’artista di fama mondiale John Summit – anche perché, come mi è stato confermato a più riprese, chi sceglie di partecipare per una sola giornata seleziona tendenzialmente la prima o l’ultima -, l’evento musicale si è chiuso con i fuochi d’artificio, e non solo letteralmente.

Il Main Stage ha regalato sorprese già da metà pomeriggio, ieri, grazie alle esibizioni di Zapravka e Chris Lorenzo, che hanno scatenato la folla. Poi, alle 22.30, il DJ australiano FISHER è salito sul Ploom Stage, regalando al pubblico il gran finale che si aspettava. Come sabato, migliaia di persone si sono strette in prossimità del palco, e hanno continuato a saltare, ballare, e a volte a correre in gruppo o fare acrobazie, prima e dopo la pioggia. L’energia era tale che la musica si è fermata molto prima di loro.
Un’altra fetta di pubblico, ma decisamente meno densa, si è raccolta all’Arena Garnier Fructis, che ha visto, da metà pomeriggio alle 23, le esibizioni del Pagante, di Clara e, infine, Sarah Toscano, dopo un pomeriggio animato, tra gli altri, da Ariana Strange, Boro e Ludwig.

Atmosfera impagabile anche alla Red Bull Zone e al Nameless Tent, dove gruppi di amici hanno ballato per ore, completamente trasportati, al ritmo di sonorità house, bass music e musica elettronica.
“Qui passano ore come nulla e non te ne accorgi, siamo tutti come incantati” ha esclamato una ragazza sorridente, a cui ho chiesto da quanto tempo stesse ballando alla Red Bull Zone.
È ancora troppo presto, forse, per trarre bilanci definitivi. Sembrerebbero circa 90mila le persone che, in questi tre giorni, hanno partecipato al Festival, giungendo da tutta Europa e oltre.
Commenti più che positivi sono giunti su temi delicati, e che hanno destato qualche preoccupazione nei giorni scorsi: il traffico è stato, tutto sommato scorrevole, la viabilità e i parcheggi gestiti bene.
Si parlerebbe, per gli organizzatori, di un fatturato di 6 milioni di euro, e di un indotto pari circa al doppio: un vero successo, quindi, che mostra come, parlando del “ritorno più ambizioso di sempre” non scherzassero affatto.

“È una perdita di tempo. Ci andavo quando avevo sedici anni” ripetevo io stessa, in passato, prima di partecipare all’edizione di quest’anno.
Si è rivelato essere un altro, alla fine, il messaggio più importante che ho raccolto in tre giorni di danza, dialogo e, perché no, anche un po’ di fatica: a volte serve fermare la mente e muovere il corpo, apprezzando l’importanza anche di ciò che è inutile.
Non solo un luogo e un momento per appassionati di musica elettronica e per ragazzini, quindi, ma un’occasione per chi è di fretta, e il ritmo della musica non lo sente più da un po’, per chi non ha più voglia di ballare, per chi pensa “non c’è nessuno che venga con me” e non ricorda quanto sia facile l’incontro con gli altri.
Divertirsi è semplice, anche se oggi a volte fa addirittura paura.
Chiunque siate, insomma, la musica – e quindi anche Nameless – è per voi.
Galleria fotografica di Cristian Borelli
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