Dalla Patagonia all’Himalaya. Il 1988 è un anno storico per l’alpinismo lecchese

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La foto dell'epoca tratta dal giornale El Patagonico

LECCO – Gli anni ’80 furono una stagione di fermento per il mondo della montagna, anni che hanno visto i lecchesi protagonisti nei quattro angoli del mondo. Le spedizioni non si contavano, nonostante le difficoltà nel viaggiare per raggiungere luoghi remoti e la penuria di informazioni. A volte bastava una fotografia per accendere la fantasia e quella, magari, era l’unico supporto su cui si poteva contare. Sono stati anni indimenticabili. Sono passati già 30 anni dal 1988, un anno speciale: dalla Patagonia agli 8000 i lecchesi hanno scritto pagine molto importanti nella storia dell’alpinismo mondiale.

CERRO RISO PATRON E TRAVERSATA DELLO HIELO PATAGONICO

 

Una foto della spedizione del 1988 tratta dal libro del Cai Ballabio

 

Sono le 13.30 dell’11 agosto 1988 quando il Ragno Casimiro Ferrari mette piede sulla cima inviolata del Cerro Riso Patron (qui il racconto tratto dal libro del Cai Ballabio, intitolato “Passo dopo Passo”, realizzato nel 2008 per festeggiare i 30 anni della Sottosezione). Il “Miro”, proprio 30 anni fa, nell’inverno australe 1988, insieme a Bruno Lombardini ed Egidio Spreafico, realizza la salita all’inviolata cima del Cerro Riso Patron (3.019 metri). I tre con Annibale BorghettiCarlo BuzziGiuliano MaresiLuciano Spadaccini e Luigi Corti portano poi a termine la prima traversata invernale completa dello Hielo Patagonico Sur. Proprio all’inizio di quest’anno il presidente dei Ragni di Lecco Matteo Della Bordella, insieme all’alpinista elvetico Silvan Schupbach, ha aperto una nuova via di ghiaccio al Cerro Riso Patron Sud.

TRE LECCHESI IN CIMA AL FITZ ROY IN INVERNO

Restiamo in Patagonia per raccontare una nuova impresa firmata da tre giovani lecchesi. La piccola spedizione formata dai Ragni Paolo “Cipo” Crippa e Dario Spreafico e dal Gamma Danilo Valsecchi (che poco tempo dopo diventerà presidente del gruppo) realizza l’ascensione invernale del Fitz Roy ripetendo la via Franco-Argentina. Era l’8 agosto del 1988, in un primo momento ai tre lecchesi fu attribuita anche la prima invernale del Fitz Roy, ma quando la notizia si sparse negli ambienti alpinistici internazionali si apprese però che la prima invernale era stata firmata da una cordata argentina due anni prima.

“Il mio compagno di cordata abituale, a quei tempi, era Paolo Crippa – ricorda Dario Spreafico – aveva una predisposizione a scalare di inverno, mentre io di inverno non sono mai stato tanto allenato. Un giorno però ho pensato alla Patagonia dove è inverno quando da noi è estate e questo ci consentiva di conciliare la spedizione con il lavoro e l’allenamento. Sapevamo di un tentativo invernale sul Fitz Roy, ma non si capiva se gli argentini fossero arrivati affettivamente in cima, allora mi è venuta questa idea e abbiamo tirato dentro anche Danilo Valsecchi”.

La foto dell’epoca tratta dal giornale El Patagonico: i tre alpinisti italiani insieme a Padre Giovanni Corti nella redazione del giornale

 

I tre lecchesi partono con l’intenzione di ripetere la via dei Ragni al pilastro Est del Fitz Roy (ripetuta poi nel gennaio 2016 da Matteo Della Bordella): “L’obiettivo iniziale era quello, ma abbiamo perso tutto il materiale che avevamo portato sotto il pilastro a causa di un lungo periodo di brutto tempo, sepolto dalla neve. Tempo ne avevamo ancora e col materiale che ci era rimasto al campo base abbiamo fatto la via Franco-Argentina pensando che fosse la prima invernale. Solo a distanza di qualche mese abbiamo appreso che la prima invernale della via Argentina era già stata fatta”.

A distanza di 30 anni il ricordo è ancora nitido: “E’ stata la più bella avventura alpinistica della mia vita – racconta Spreafico -. Abbiamo vissuto una Patagonia che oggi non c’è più. Cosa è cambiato da allora? Forse era un alpinismo più ‘casereccio’ rispetto ad oggi: c’era la voglia di fare, ma sicuramente non c’era la preparazione atletica di oggi. Poi in questi 30 anni sono caduti alcuni tabù: quando eri giovane non potevi fare nulla di nuovo se prima non avevi fatto le grandi classiche: questo forse ci ha fatto perdere tante energie, era come se ci fosse una linea che nessuno oltrepassava perché non si poteva. Di contro, una volta c’era il tramandarsi di esperienze e conoscenze che oggi, con l’avvento delle nuove tecnologie, non c’è più. Per andare a fare una spedizione non devi più chiedere informazioni a chi in quel posto c’è già stato, ma basta aprire internet e trovi tutto ciò che serve”.

Vecchi ricordi… ecco come la stampa lecchese dell’epoca accolse la notizia della salita

 

E poi un ricordo di Paolo Crippa, Ragno di Valmadrera, che morirà qualche anno più tardi durante un tentativo con Eliana De Zordo alla Torre Egger: “Non ho mai più trovato un compagno così – ha detto Spreafico – ci siamo sempre fidati l’uno dell’altro e questo ci ha permesso di fare cose che con altre persone non saremmo riusciti a fare: la spedizione al Fitz Roy è nata proprio perché c’era questo rapporto. Siamo nati in linea d’aria a dieci chilometri l’uno dall’altro, siamo sempre andati in montagna, lui a Valmadrera io a Lecco, ma non ci eravamo mai conosciuti. Ero in Verdon ad arrampicare e vedo questo tipo, iniziamo a parlare e scopro che è di Valmadrera… così abbiamo iniziato ad arrampicare assieme”.

DALLA PATAGONIA AI GRANDI 8000: CHO OYU E SHISHA PANGMA

E’ sempre il 1988 quando i lecchesi scrivono per la prima volta il loro nome su un 8000. E’ il 2 maggio, Oreste Forno e Flavio Spazzadeschi mettono piede sulla vetta del Cho Oyu, sesta montagna più alta del mondo con i suoi 8.201 metri, lungo la via Normale. Forno è alla guida della spedizione “Città di Premana” che vede il patrocinio del Cai di Bellano e composta da Sandro Benzoni, Giuliano De Marchi, Ugo e Gerolamo Gianola, Erma Pomoni, Flavio Spazzadeschi e Lino Zani.

La corsa lecchese agli ottomila in un giornale del 1988

 

Agli inizi di settembre, invece, Pino Negri è il primo Ragno della Grignetta, nonché primo abitante di Lecco, in vetta a un ottomila. Negri arriva in cima allo Shisha Pangma (8.027 metri) lungo la via Normale. Il lecchese fa parte di una spedizione con Patrick Berhault e per quella salita gli fu assegnata anche la civica benemerenza. A quella stessa spedizione deve partecipare anche Mariolino Conti che però rinuncia per guidare, nello stesso periodo, una spedizione ufficiale dei Ragni al Cho Oyu: “Nello stesso periodo i Ragni organizzarono una spedizione ufficiale al Cho Oyu, anche per tentare di aprire una nuova linea, e mi hanno chiesero di guidarla – racconta Conti -. Quindi cambiai obiettivo, mentre Pino confermò il programma originale. Un giorno, dopo che poco sotto i 7.000 metri fummo costretti a rinunciare alla nostra via sullo sperone Nord sovraccarico di neve, mi vedo arrivare al campo base Martini e De Stefani (che erano allo Shisha Pangma con Negri) con un messaggio scritto proprio da Pino ‘io ce l’ho fatta, adesso tocca a te…’ “.

Un augurio che ha portato fortuna perché, a tre settimane dalla sua salita, Mariolino Conti insieme a Floriano Castelnuovo, Lorenzo Mazzoleni e Mario Panzeri sono in cima al Cho Oyu lungo la classica. Quello è anche il primo Ottomila di un giovane Mario Panzeri che il 17 maggio 2012, con la salita al Dhaulagiri, completerà la scalata di tutti i 14 ottomila senza l’ausilio dell’ossigeno. Della spedizione dei Ragni facevano parte anche Carlo Besana, Marco Ballerini e il medico Sandro Liati.

La prima salita guidata da Oreste Forno

 

“Tutto è cominciato col Cerro Torre e poi abbiamo continuato – Mario Conti ricorda il compagno Pino Negri -. Abbiamo lavorato assieme come Guide e siamo stati assieme fino a quando è morto,  nel 2001. Pino era fortissimo, da giovane andava molto forte su roccia e, dopo il Cerro Torre, si è dedicato alle montagne più alte. Allora c’era in ballo la rincorsa al primo 8000 lecchese e lui ci riuscì qualche settimana prima di noi”.

Sempre nella catena himalaiana, in Karakorum, Paolo Vitali guida nel 1988 una piccola spedizione in cima al Sosbun Spire I, una torre che sfiora i 6000 metri nell’isolata Sosbun Valley (Pakistan). Con Adriano Carnati, Daniele Bosisio, Gianbattista Gianola e Sonja Brambati, Vitali traccia una via di 1.400 metri con difficoltà fino al VI+.