Sci, roccia, ghiaccio, neve e alta montagna: per diventare Guida servono esperienza e competenze su terreni diversi. «Ma conta anche la capacità di capire le persone»
Dalle Grigne alle selezioni per Guida Alpina: il giovane alpinista lecchese racconta un percorso fatto di tecnica, responsabilità e passione per la montagna che richiede anni di formazione
LECCO – Crescere ai piedi delle Grigne, respirando ogni giorno una delle più profonde tradizioni alpinistiche italiane e scegliere, un passo dopo l’altro, di trasformare quella passione in una professione. È la sfida che ha deciso di intraprendere Luca Danieli, lecchese di 36 anni, che ha scelto di misurarsi con uno dei percorsi più impegnativi e affascinanti del mondo della montagna: diventare Guida Alpina.
Una scelta che, in un territorio come quello lecchese, assume un significato particolare. Qui la montagna non è soltanto un paesaggio che fa da sfondo alla vita quotidiana, ma è parte della storia e dell’identità di un’intera comunità. Le Grigne, le loro pareti e i loro sentieri hanno formato generazioni di alpinisti e dato vita a una tradizione che ha portato il nome di Lecco ben oltre i confini locali e nazionali.
Per Luca quella presenza costante, osservata e vissuta fin da giovane, si è trasformata nel tempo in qualcosa di più di una semplice passione. È diventata una scelta di vita e oggi anche un obiettivo professionale. Un percorso lungo e tutt’altro che semplice, che richiede preparazione tecnica, esperienza, allenamento, conoscenza dell’ambiente e la capacità di assumersi responsabilità importanti nei confronti delle persone che, un domani, verranno accompagnate in montagna.
Ma cosa significa davvero scegliere di diventare Guida Alpina? Quali sono i passaggi necessari, le difficoltà da affrontare e le motivazioni che spingono un giovane a intraprendere una strada tanto impegnativa? E, soprattutto, come sta cambiando oggi il rapporto tra le nuove generazioni e una montagna che, essa stessa, si sta trasformando?
Lo abbiamo incontrato per farci raccontare la sua storia, il percorso che lo ha portato a scegliere questa strada e le sfide che lo attendono nel cammino verso un traguardo che, per chi ama davvero la montagna, rappresenta molto più di una professione.
Luca, partiamo dall’inizio: quando è nato il tuo rapporto con la montagna?
«Ho iniziato a frequentare la montagna in maniera più seria circa dodici anni fa. Da bambino ci andavo già con i miei genitori, ma si trattava dei classici giri tranquilli, qualche rifugio e poco altro. Nulla a che vedere con l’attività che ho iniziato a praticare successivamente».
Sei cresciuto in un territorio profondamente legato all’alpinismo. Quanto hanno influito Lecco e le sue montagne nella tua formazione?
«Sono state il mio primo punto di partenza, il luogo in cui ho imparato e poi ho iniziato a sviluppare questa passione. Sono cresciuto con il Gruppo Gamma di Lecco, una realtà fortemente improntata sull’alpinismo lecchese e composta da persone che vivono e frequentano queste montagne».
Quando hai capito che la montagna non sarebbe rimasta soltanto una passione?
«Ci ho messo un po’ a maturare questa idea. Quando da piccolo mi chiedevano che cosa volessi fare da grande, non sapevo mai davvero cosa rispondere.
Ho provato diversi sport negli anni, ma non c’è mai stato qualcosa che mi coinvolgesse al punto da essere disposto a sacrificare altro per portarlo avanti.
Quando ho iniziato a scalare e a creare un giro di amicizie in questo ambiente, ho cominciato a capire che quello che volevo fare era proprio questo.
Mi piace stare sempre attivo. Se passo una giornata intera in casa divento matto, ho bisogno di fare qualcosa. L’idea di poter lavorare all’aperto, con persone che vogliono imparare qualcosa che piace anche a me, non ha paragoni con un lavoro in ufficio».
Prima di intraprendere questo percorso cosa facevi?
«Lavoravo in un’azienda che produceva vernici a Sotto il Monte, quindi in un settore completamente diverso. Ho fatto anche altri lavori, ma nessuno era legato al mondo della montagna. Da qualche anno lavoro presso l’azienda lecchese Ande specializzata nella realizzazione e commercializzazione di abbigliamento, calzature e accessori per l’outdoor e la montagna».
C’è stata una persona o un’esperienza che ha contribuito in modo particolare alla tua crescita?
«Non credo ci sia stata una sola salita o un solo momento decisivo. È stato soprattutto un percorso che, negli anni, ha sviluppato le mie capacità.
Ho avuto diversi punti di riferimento, persone che mi hanno aiutato a crescere e mi hanno trasmesso la voglia di spingermi oltre e di continuare a imparare. Con il tempo ho conosciuto anche persone che svolgevano la professione di Guida Alpina e questo mi ha fatto capire sempre più chiaramente quale strada avrei voluto intraprendere».
C’è una montagna o una via alla quale sei particolarmente legato?
«Direi soprattutto le montagne che abbiamo qui, quindi le Grigne. Mi piace frequentare anche pareti che non sono particolarmente battute.
Nel nostro territorio abbiamo posti bellissimi che, purtroppo, negli ultimi anni vengono frequentati poco. Penso, ad esempio, a pareti come il Sasso Carbonari, il Pizzo d’Eghen e altri luoghi che meritano di essere riscoperti.
Non saprei indicare una sola via alla quale sono particolarmente legato. Tutte quelle che ho affrontato sono state, a loro modo, dei banchi di prova e delle esperienze che ricordo con piacere».
Quando è nata l’idea di diventare Guida Alpina?
«È stata una maturazione lenta. Per molto tempo mi sono trovato un po’ diviso tra il lavoro e quelli che erano i miei interessi al di fuori. È stata una scelta combattuta, ma l’idea è sempre stata presente. Poi, circa due anni fa ho deciso di provarci».
È stata una decisione che ha coinvolto anche la tua vita privata?
«È stata una decisione che ho affrontato innanzitutto con la mia compagna, Sara, perché una scelta di questo tipo comporta inevitabilmente delle conseguenze anche nella vita di coppia. Significa essere meno presenti a casa, avere meno tempo a disposizione e affrontare anche un impegno economico importante. Era quindi una decisione che dovevamo condividere».
Che cosa ti affascina maggiormente di questa professione?
«Sicuramente la possibilità di dare qualcosa a qualcuno. E non parlo soltanto di competenze tecniche, ma anche di emozioni. Quando arrivi alla fine di una giornata e una persona ti ringrazia dicendoti che è stata una delle esperienze più belle della sua vita, è qualcosa di estremamente appagante. Nei lavori che ho svolto in precedenza questa sensazione non l’ho mai provata. Qui, invece, sei tu insieme alla persona che hai davanti. Quella persona investe tempo e denaro per vivere un’esperienza a 360 gradi e tu devi essere in grado di offrirgliela e facendolo in sicurezza».
Trasformare una passione in un lavoro comporta anche il rischio di perdere parte del piacere?
«È un rischio ed è qualcosa che mi hanno detto anche amici che fanno la guida da molti anni. Non penso però che sia una cosa prevedibile. Credo che, nel momento in cui ti accorgi che quella che era una passione sta diventando un peso, allora forse è il momento di fermarsi e riflettere».
Sei l’unico lecchese che sta affrontando questo percorso?
«Negli ultimi due anni sono solo io e una collega che abbiamo ottenuto l’abilitazione ad Aspirante Guida Alpina di primo livello. Poi, ci sono altri colleghi di Lecco e delle zone limitrofe che si trovano ancora in una fase di formazione, ma hanno iniziato i corsi negli anni precedenti. Quindi, tra coloro che hanno iniziato questo percorso negli ultimi due anni, di Lecco città sono l’unico, in provincia di Lecco siamo solo in due. Dopodiché, se tutto andrà per il verso giusto, nell’arco di quattro o cinque anni potrebbero esserci almeno quattro nuove Guide Alpine provenienti dalla provincia di Lecco».
Molti pensano che per diventare Guida Alpina basti essere un ottimo alpinista. In realtà il percorso è molto più complesso. Da dove si parte?
«Ti riporto una frase che ci disse Daniele Fiorelli (Istruttore Nazionale delle Guide Alpine Italiane, Guida Alpina e Membro del CNSAS con le qualifiche di Istruttore Nazionale e Tecnico di Elisoccorso, ndr) all’inizio del nostro percorso: “Noi come istruttori non siamo qui per formarvi come alpinisti, ma per insegnarvi a portare in giro delle persone che si affidano a voi”.
Quando inizi questo percorso, gli istruttori danno quindi per scontato che tu abbia già una buona, anzi un’ottima base dal punto di vista dell’alpinismo personale e dell’arrampicata.
Da lì inizia un altro tipo di formazione: devi imparare a portare in montagna altre persone. Non ci sono soltanto gli aspetti tecnici, ma anche una parte relazionale e umana che è fondamentale. Se sei in parete con un cliente e quella persona, per qualsiasi motivo, entra in crisi o succede qualcosa di imprevisto, devi essere in grado di gestire la situazione. La parte umana è importante tanto quanto quella tecnica».
Quanto conta il curriculum alpinistico per poter accedere alle selezioni?
«Il curriculum è parte della valutazione finale durante le selezioni. Si presenta un elenco di salite suddivise per tipologia e categorie e queste devono essere state effettuate nei cinque anni precedenti alla presentazione. Il curriculum viene esaminato sulla base di criteri stabiliti dal Collegio delle Guide Alpine. Sicuramente è importante non presentarsi con il minimo indispensabile, ma con un percorso più ampio, con salite che possano avvalorare le proprie capacità. Più esperienze hai accumulato e più terreni diversi hai frequentato, maggiore sarà il bagaglio che potrai portare nel tuo futuro lavoro.
È importante anche aver spaziato: non limitarsi a frequentare sempre lo stesso luogo, ma conoscere ambienti differenti, dalle Alpi agli Appennini e a territori con caratteristiche diverse. Una persona che ha sempre frequentato soltanto un tipo di montagna difficilmente può essere considerata pronta a lavorare ovunque».
Nel tuo curriculum c’è un punto debole?
«Sicuramente lo sci. È stato il mio tallone d’Achille ed è anche il motivo per cui non ho voluto accedere subito alla seconda fase del corso Guide.
Attualmente ho concluso la prima fase e sono diventato a tutti gli effetti Aspirante Guida di primo livello, e questa nuova figura intermedia creata recentemente, mi consente di iniziare a lavorare sulla parte rocciosa e sul terreno nevoso, ma non sullo sci alpinismo, sulle cascate di ghiaccio e in alta montagna su ghiacciaio.
Negli ultimi mesi e ancor oggi sto lavorando proprio per migliorare anche l’aspetto dello sci per arrivare pronto ad affrontare il secondo livello del corso».
Quali sono le discipline nelle quali una Guida deve essere preparata?
«Le principali sono l’arrampicata su roccia, sia a livello sportivo sia alpinistico, le salite su ghiaccio, comprese cascate e goulotte, l’alta montagna e lo sci alpinismo. Sono questi, fondamentalmente, gli ambiti sui quali vengono svolte anche le selezioni. Durante il corso, poi, vengono sviluppate progressivamente molte altre competenze».
Quanto tempo hai impiegato a prepararti?
«In realtà il mio percorso non è nato con l’obiettivo di prepararmi alle selezioni. Le salite che ho fatto negli anni le ho fatte semplicemente perché mi interessava farle.
È stato quindi un percorso naturale. Successivamente, nell’anno precedente alle selezioni, mi sono allenato in maniera più specifica e mi sono fatto aiutare anche da amici che già fanno la guida, in modo da arrivare con una maggiore consapevolezza di quello che mi sarebbe stato richiesto».
Qual è stata l’esperienza più significativa del tuo percorso?
«Una delle esperienze che mi ha dato di più è stata sicuramente la spedizione in Perù del 2023. Eravamo partiti con un obiettivo preciso e siamo riusciti a portarlo a termine. La montagna era la Sfinge del Parón, una big wall peruviana con uno sviluppo di circa 800-900 metri, a seconda dell’itinerario, una vetta di 5.325 metri situata nella Cordillera Blanca.
Siamo partiti in quattro amici e abbiamo organizzato tutto da soli: le salite, il viaggio, gli alloggi e tutta la logistica. Anche questo, per me, ha rappresentato un’esperienza molto importante».
Come si svolgono le prove per essere selezionati?
«Si parte con un colloquio durante il quale viene discusso il curriculum e vengono poste domande sulle motivazioni che spingono a intraprendere questo percorso.
Poi ci sono le prove pratiche, che si svolgono su due tipi di roccia diversi: calcare e granito-gneiss. Per quanto riguarda il calcare, abbiamo svolto le prove al Nibbio ai Piani Resinelli, mentre per il granito e lo gneiss granitico siamo andati in Valmalenco. Su entrambi i terreni bisogna affrontare tre tiri: uno con gli scarponi su difficoltà classiche, uno utilizzando protezioni tradizionali da integrare e uno su difficoltà sportiva.
C’è poi una prova a tempo, un percorso che deve essere completato entro un limite prestabilito, per verificare anche la preparazione fisica e aerobica.
Infine c’è una prova di cramponnage, cioè di progressione con i ramponi su terreno ghiacciato di diverse pendenze, durante la quale bisogna dimostrare di sapersi muovere correttamente».
Qual è stata la prova più impegnativa?
«Paradossalmente quella al Nibbio. È una parete che frequento normalmente e, essendo l’unico lecchese, sentivo maggiormente la pressione e le aspettative.
Per me è stato soprattutto un aspetto psicologico. Credo che, almeno per quanto mi riguarda, le prove siano state più impegnative dal punto di vista mentale che pratico».
Una volta superate le selezioni, come è iniziata la formazione?
«Abbiamo iniziato il corso all’inizio del 2025. Si parte con una parte teorica e con la formazione legata al mondo della neve, sfruttando naturalmente i mesi invernali.
Abbiamo affrontato temi come le valanghe, la formazione della neve, la composizione del manto nevoso, le caratteristiche dei pendii e delle esposizioni, oltre alle tecniche di soccorso in ambiente innevato e alla ricerca con ARTVA.
C’è stata anche una parte dedicata alle ciaspole, perché la richiesta di questo tipo di attività durante l’inverno è abbastanza alta.
Successivamente abbiamo affrontato la formazione su alpinismo classico in ambiente invernale ed in seguito su roccia, prima su granito e poi su calcare, con sessioni formative seguite dagli esami».
C’è stato qualcosa che ti ha sorpreso del corso?
«Ero partito con una certa apprensione perché molte persone che avevano frequentato corsi negli anni precedenti me li avevano descritti come ambienti piuttosto rigidi, quasi militareschi e molto pressanti. Per la mia esperienza, invece, mi sono divertito moltissimo. Sicuramente ha influito anche il gruppo: eravamo soltanto in otto e abbiamo legato subito. Anche il rapporto con gli istruttori è stato molto positivo. Ci sono istruttori che ancora oggi sento anche al di fuori dell’ambiente lavorativo».
Essere un buon alpinista e una buona Guida sono due cose diverse? Qual è la differenza?
«Un buon alpinista può essere una persona capace di spingersi oltre i canoni più comuni, realizzando salite importanti o affrontando itinerari innovativi.
Questo, però, non significa automaticamente essere in grado di trasmettere le proprie conoscenze e la propria esperienza ad altre persone.
Una Guida potrebbe anche non avere nel proprio curriculum exploit particolari, ma deve assolutamente essere in grado di trasmettere ciò che sa a un cliente che vuole avvicinarsi a questo mondo e di accompagnarlo riducendo al massimo ogni rischio».
Che cosa cambia quando si va in montagna per sé stessi e quando si accompagna qualcun altro?
«Cambia praticamente tutto, a partire dalla pianificazione dell’uscita. Quando vai in montagna con i tuoi amici puoi permetterti di affrontare la giornata con un approccio più leggero. Quando, invece, accompagni qualcuno e hai la responsabilità di quella persona e dell’esito della giornata, devi affrontare tutto come un lavoro.
Ogni aspetto deve essere pianificato con attenzione, dalla A alla Z. Durante la giornata devi avere mille occhi: devi osservare ciò che succede intorno a te, ciò che succede alla persona che accompagni e anche ciò che succede a te stesso. Bisogna essere pronti anche a dire “no”, a fermarsi o a cambiare programma».
Quanto contano le capacità relazionali?
«Per me sono fondamentali. Le persone che porti in montagna non sono oggetti da spostare dal punto A al punto B. Se vuoi lavorare bene e magari avere la fortuna di accompagnare dei giovani che vogliono iniziare un percorso con te, devi avere la consapevolezza di dover trasmettere qualcosa.
Non avrebbe senso, per come la vedo io, arrivare in cima a una montagna e limitarsi a salutare il cliente all’inizio della giornata e alla fine. Se quella persona non porta a casa nulla, secondo me ha speso i suoi soldi senza ottenere fino in fondo ciò che avrebbe potuto ricevere. La capacità di relazionarsi e di capire ciò che sta succedendo alla persona che hai con te rimane fondamentale».
Quindi il cliente non è semplicemente un “passeggero”?
«Esatto. Il cliente dovrebbe avere un ruolo attivo all’interno della cordata. In determinate situazioni può essere proprio il cliente a fare sicurezza alla guida. Se quella persona è stata trattata come un oggetto e non le è stata trasmessa nessuna conoscenza, in caso di problemi le conseguenze possono essere serie. Il cliente, inoltre, non deve pensare che una Guida possa portarlo ovunque, indipendentemente dalle sue capacità. Anche le capacità tecniche e fisiche della persona devono essere adeguate alla salita. Qui entra in gioco la bravura della Guida, che può impostare insieme al cliente un percorso per arrivare, con il tempo, all’obiettivo desiderato».
Hai già avuto clienti?
«Sì, e devo dire che è già capitato di avere anche persone arrivate dall’estero proprio per scoprire il nostro territorio. Quest’anno, per esempio, ho accompagnato due ragazze brasiliane e i loro compagni. Erano a Lecco per qualche giorno e, dopo aver scoperto il lago, volevano vedere anche la Grigna e alcuni dei suoi sentieri.
Abbiamo trascorso una giornata insieme: siamo partiti dai Piani dei Resinelli, abbiamo percorso il sentiero delle Foppe fino al Rifugio Rosalba e da lì siamo saliti al Colle Valsecchi per imboccare il Sentiero Cecilia, raggiungendo poi la vetta attraverso l’ultima parte della Cermenati.
Non era un itinerario particolarmente difficile, ma per persone arrivate dall’altra parte del mondo, a detta loro, è stata una delle giornate più belle vissute qui.
Ed è proprio questo uno degli aspetti che mi piace di più: poter far conoscere le nostre montagne a chi magari arriva da lontano e offrire un’esperienza che non sia soltanto arrivare da un punto all’altro, ma vivere davvero il territorio».
Secondo te esiste ancora una forte cultura alpinistica tra i giovani lecchesi?
«La situazione, secondo me, è cambiata. Sulle nostre pareti si vede relativamente poca gente praticare alpinismo e quelli che ci sono tendono spesso a frequentare sempre le stesse vie e le stesse pareti. A mio parere questo è dovuto soprattutto allo sviluppo esponenziale dell’arrampicata sportiva. Per venti persone che vanno ad arrampicare in falesia o in palestra, forse ce ne sono due che poi si spostano in montagna per praticare alpinismo.
Si è perso in parte l’interesse per un certo tipo di alpinismo e anche per la storia che questo porta con sé. Ed è un peccato, perché a Lecco abbiamo un patrimonio alpinistico straordinario. Fortunatamente ci sono realtà come il Gruppo Ragni e il Gruppo Gamma che continuano a mantenere viva questa cultura».
Le nuove generazioni vivono la montagna in modo diverso?
«C’è un forte spostamento verso l’arrampicata sportiva. Una volta andare in montagna significava molto anche conquistare una cima, era prettamente sinonimo di conquista, di impresa. C’era una filosofia diversa. Oggi, a mio avviso, l’approccio è maggiormente legato al superamento del proprio limite.
Spesso è una competizione con sé stessi. Ed è più facile cercare questo tipo di confronto in una falesia o in una palestra che in montagna».
Arrampicata sportiva e alpinismo sono però necessariamente due mondi separati?
«No. Anzi, oggi molti dei migliori alpinisti sono proprio coloro che riescono a portare in montagna il livello e le capacità maturate nell’arrampicata sportiva.
Questo permette di aprire o affrontare itinerari di difficoltà molto elevate, mantenendo però un’etica alpinistica. C’è chi vive l’arrampicata sportiva come una disciplina a sé e chi, invece, la utilizza anche come allenamento per migliorare e portare poi quelle capacità in montagna».
Anche il mestiere della Guida Alpina sta cambiando?
«Da quello che mi raccontano le persone che hanno vissuto questa professione negli anni passati, e anche da ciò che ho letto, credo che il mestiere si sia dovuto adattare alla domanda e a una clientela sempre più ampia.
Oggi le Guide non si occupano più soltanto di accompagnare qualcuno sul Monte Bianco o su una grande montagna. Ci sono anche le falesie, il canyoning e la parte dei lavori in fune. Sono ambiti che rappresentano delle specializzazioni e che consentono di ampliare le possibilità professionali e l’offerta per una clientela più vasta».
Oggi in montagna ci sono anche molti più frequentatori. Questo rende ancora più importante il ruolo della Guida dal punto di vista dell’educazione?
«Sì. Oggi c’è tantissima gente che frequenta la montagna, ma spesso c’è una conoscenza limitata della montagna stessa, sia dal punto di vista del rispetto dell’ambiente sia della consapevolezza delle situazioni e dei problemi che si possono incontrare.
Le Guide potrebbero avere un ruolo importante nel promuovere una vera cultura della montagna, non soltanto dell’alpinismo, e nell’aiutare a prevenire determinate situazioni. Forse bisognerebbe partire maggiormente dalle scuole. Fare un minimo di formazione già in quell’ambito potrebbe aiutare a prevenire molte delle situazioni che, purtroppo, vediamo sempre più spesso sulle nostre montagne».
Stai iniziando oggi un percorso professionale che potrebbe accompagnarti per molti decenni. Nel frattempo, però, la montagna sta cambiando rapidamente. Quanto pesa il cambiamento climatico?
«Purtroppo, anche alla luce degli avvenimenti recenti, vediamo come la montagna sia in continua evoluzione. Probabilmente lo è sempre stata, ma oggi accade in modo più frequente e rapido e ce ne stiamo accorgendo sempre di più. Questo deve portare a una maggiore attenzione nella preparazione delle salite, nella conoscenza del territorio e nella valutazione delle possibilità che possano verificarsi determinati eventi.
Una cosa che ci hanno ripetuto spesso i nostri istruttori è che una Guida non è mai “finita”. Deve continuare a imparare.
Per affrontare il cambiamento della montagna e gli effetti del cambiamento climatico bisogna cercare di imparare il più possibile, raccogliere più informazioni possibili e continuare a formarsi».
Per chi non frequenta l’alta montagna, il cambiamento climatico può sembrare qualcosa di astratto. Che cosa sta cambiando concretamente?
«Guardiamo, per esempio, a ciò che è successo sul Monte Bianco durante l’estate. L’innalzamento delle temperature provoca lo scioglimento del permafrost, cioè quello strato ghiacciato che in alcuni casi contribuisce a tenere insieme le masse rocciose. Sciogliendosi, può favorire il distacco di detriti e anche di blocchi molto grandi. A questo si aggiunge il ritiro dei ghiacciai, che rappresenta un altro elemento di grande cambiamento. Per chi non frequenta la montagna tutto questo può sembrare qualcosa di lontano. Per chi la frequenta con costanza, invece, è preoccupante, perché si vedono immagini e situazioni che fino a poco tempo fa non erano così comuni».
Quanto incide tutto questo sulle decisioni che deve prendere una Guida?
«Basta pensare a quanto accaduto quest’anno sul Cervino, quando a un certo punto si è deciso che le Guide non avrebbero più accompagnato i clienti in vetta perché non c’erano le condizioni di sicurezza ritenute adeguate.
Questo significa che bisogna essere ancora più rigorosi rispetto ai propri limiti e ai propri paletti, definendo il livello di rischio entro il quale si ritiene di poter lavorare.
Naturalmente esiste sempre una componente legata alla valutazione della singola Guida, ma è evidente che questa situazione sta mettendo in difficoltà anche il lavoro».
Oggi, quindi, prima ancora di chiedersi «sono abbastanza forte per questa salita?», bisogna chiedersi «la montagna è nelle condizioni giuste?».
«Assolutamente. È la base della programmazione di una salita. Prima ancora di partire bisogna capire se esistono le condizioni per poter affrontare l’itinerario».
Questi cambiamenti stanno modificando anche il calendario dell’alpinismo?
«Diverse salite che un tempo venivano affrontate più tardi nella stagione, magari in agosto, oggi possono essere fatte già a giugno e, in alcuni casi, è preferibile anticiparle proprio per evitare problemi legati alle alte temperature, ai distacchi e all’instabilità.
Anche le invernali sono cambiate. Un tempo si trovavano più facilmente grandi quantità di neve, ghiaccio e temperature stabilmente sottozero. Oggi le giornate realmente fredde e i quantitativi di neve sono sempre minori. È cambiato quindi anche il modo di affrontare la montagna e le condizioni che essa propone».
Il rischio zero in montagna non esiste. Come si distingue un rischio accettabile da una situazione nella quale bisogna fermarsi?
«Il rischio zero in montagna non esisterà mai. Il compito della Guida è cercare di portare il rischio il più vicino possibile allo zero.
Esistono rischi oggettivi che possono essere valutati, limitati e presi in considerazione durante la pianificazione, ma che non possono essere previsti al cento per cento.
Quello che si può fare è portare al massimo le proprie capacità, le proprie conoscenze e la propria forma fisica.
La Guida deve prepararsi e deve preparare anche il cliente ai rischi della giornata, cercando di ridurli il più possibile».
Quanto conta la capacità di rinunciare?
«È fondamentale. La voglia di fare a tutti i costi può portare a compiere il passo sbagliato e, soprattutto quando lavori come Guida, può diventare un problema. Bisogna essere in grado di rinunciare».
Ti è già capitato?
«Durante la mia attività alpinistica personale sì, diverse volte. Può capitare di rinunciare perché non ci sono le condizioni, perché non sei in forma tu o non lo è il tuo compagno. Può anche succedere di arrivare a un certo punto della salita e rendersi conto di non avere più le energie necessarie. In quel caso bisogna scendere».
GPS, app, bollettini, previsioni meteo: la tecnologia è un aiuto o può creare una falsa sensazione di sicurezza?
«Non bisogna considerare la tecnologia come una verità assoluta. È uno strumento, come tanti altri, che aiuta a prendere delle decisioni. Alla base devono esserci sempre delle conoscenze personali, che possono essere supportate dalla tecnologia.
Vale per una Guida, ma anche per chiunque frequenti la montagna. Affidarsi esclusivamente a ciò che dice un bollettino meteorologico, per esempio, secondo me non è sufficiente. Bisogna cercare di costruirsi una visione generale e prendere decisioni consapevoli sulla base di tutti gli elementi che si riescono a raccogliere».
Quindi saper “leggere” la montagna rimane fondamentale?
«Quella è la base. È ciò che facevano anche le Guide di una volta. Oggi abbiamo semplicemente più strumenti a disposizione».
Una Guida Alpina deve essere anche un insegnante e un educatore?
«Per quanto mi riguarda, è forse una delle parti più soddisfacenti del lavoro. Se alla fine della giornata sei riuscito a trasmettere delle conoscenze a una persona che prima non le aveva, penso che sia qualcosa di molto bello».
Qual è la responsabilità più grande che senti, o immagini di sentire, nell’accompagnare qualcuno?
«Tornare a casa tutti».
Come ti immagini tra dieci anni?
«Tra dieci anni spero di vedermi con il simbolo bianco e blu delle Guide Alpine – Maestri di Alpinismo».
Che tipo di Guida Alpina vorresti diventare?
«Mi piace lavorare nelle zone attorno al mio territorio e non nego che riuscire a far conoscere le nostre montagne sia una delle cose che mi piacerebbe maggiormente fare.
Allo stesso tempo mi piace spaziare. Anche nel mio alpinismo mi piace andare sulle Dolomiti e all’estero. Se arriveranno occasioni per lavorare anche fuori, sarà sicuramente una cosa bella.
Ma riuscire a valorizzare e far conoscere il mio territorio rimane una delle cose che mi stanno più a cuore».
Hai un sogno particolare?
«Mi piacerebbe andare in Patagonia. È un sogno che mi porto dietro da anni e che, per un motivo o per l’altro, non sono ancora riuscito a realizzare. Mi piacerebbe andare sul Fitz Roy e anche sul Cerro Torre. Sono consapevole che, per il momento, sono ancora dei sogni».
Che cosa diresti a un giovane lecchese che ama la montagna e sta pensando di intraprendere questo stesso percorso?
«Gli direi di provarci. È un’occasione anche per conoscere meglio sé stessi. Se si hanno le qualità richieste, il curriculum necessario e l’interesse per questo mondo, secondo me vale la pena provare almeno a partecipare alle selezioni. Poi si entra in un percorso che può rafforzare la motivazione oppure, al contrario, farti capire che non è ciò che vuoi davvero.
Per come l’ho vissuta io, però, è stata una bellissima esperienza e penso che valga la pena provarci».
Quale sarà ora il tuo prossimo passo?
«Per il momento sto lavorando come Aspirante Guida. Nel frattempo sto lavorando molto sullo sci e, quando mi sentirò pronto per affrontare il prossimo passaggio, dovrò iscrivermi alle selezioni per l’Aspirante Guida di secondo livello. Quella parte riguarda lo sci, le cascate di ghiaccio e l’alta montagna. Dovrò affrontare le selezioni e poi un nuovo corso, con la parte formativa e gli esami. Successivamente ci saranno due anni di attività professionale ed esperienziale come Aspirante Guida di secondo livello. Da lì si può accedere all’ultimo corso per diventare Guida Alpina – Maestro di Alpinismo, che è il mio obiettivo».
Quando un giorno diventerai Guida Alpina, che cosa significherà per te aver raggiunto quell’obiettivo?
«Sarà, in un certo senso, un cerchio che si chiude. Non significherà smettere di imparare, perché una Guida continua sempre a formarsi. Ma vorrà dire aver raggiunto un obiettivo che mi ero prefissato.
Per me è particolarmente importante perché non ho mai avuto una vera aspirazione professionale, qualcosa che da ragazzo potessi dire con certezza di voler fare da grande. Questa, invece, è la strada che vorrei percorrere.
Riuscire a raggiungere questo obiettivo, dopo l’impegno e i sacrifici che richiede, sarebbe molto importante. Il corso è bello, lavorare in montagna è bellissimo, ma dietro c’è anche una parte fatta di sacrifici che spesso non si vede. Credo che sarebbe una delle più grandi soddisfazioni che potrei ottenere».
Se dovessi spiegare in una sola frase che cosa significa per te essere una Guida Alpina?
«Una Guida Alpina è una persona che ama profondamente la montagna e quello che fa e che trova soddisfazione nel riuscire a trasmettere questa passione agli altri. È un maestro della montagna, un ambasciatore, che riesce a trasmettere le proprie conoscenze e la propria passione a un’altra persona».
Dalle pareti delle Grigne, dove è cresciuta la sua passione, alle selezioni e ai primi passi di un percorso professionale lungo e impegnativo, Luca Danieli ha scelto di trasformare la montagna nel proprio futuro.
Davanti a lui ci sono ancora anni di formazione, esami ed esperienza. Il traguardo è quel simbolo bianco e blu delle Guide Alpine, ma la strada per raggiungerlo è appena iniziata.In una montagna che cambia rapidamente, tra ghiacciai che arretrano e pareti sempre più instabili, la sfida sarà continuare a imparare, a leggere l’ambiente e a capire quando andare avanti e quando, invece, è il momento di fermarsi.
Perché una vetta può rappresentare un traguardo, ma non è mai la fine del cammino.
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