Elezioni 2026. Gattinoni-Boscagli, la vera sfida è riportare i lecchesi alle urne

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Voto votazioni urne

Al primo turno oltre 15 mila lecchesi non hanno votato: il loro peso potrebbe essere decisivo al ballottaggio

Gli accordi con i candidati esclusi contano, ma il dato centrale resta la capacità di mobilitare chi è rimasto a casa

LECCO – Nel 2020 bastarono 31 voti per decidere il sindaco di Lecco. Uno scarto minimo che consegnò Palazzo Bovara a Mauro Gattinoni dopo una delle sfide più tirate della storia politica recente cittadina contro il candidato del centrodestra Peppino Ciresa. Quasi sei anni dopo, quella fotografia torna inevitabilmente al centro dell’analisi politica del ballottaggio 2026, dove il centrosinistra prova a confermarsi mentre il centrodestra si affida a Filippo Boscagli per tentare la riconquista del Comune, assente da tre mandati consecutivi. L’ultima esperienza di governo cittadino del centrodestra, inoltre, si concluse anzitempo con il commissariamento del Comune nell’ottobre 2009 e la caduta della giunta guidata dalla leghista Antonella Faggi, insediatasi nel maggio 2006.

I numeri del 2020 raccontano infatti quanto gli equilibri possano ribaltarsi nel giro di due settimane. Al primo turno del 2020 Peppino Ciresa raccolse 11.800 voti, pari al 48,71% dei votanti, mentre Mauro Gattinoni si fermò a 10.096 preferenze, il 41,67%. Il candidato del centrodestra poteva quindi contare su un vantaggio netto di 1.704 voti.

Al ballottaggio, però, lo scenario cambiò completamente. Gattinoni salì a 10.978 voti, conquistandone 882 in più rispetto al primo turno. Ciresa, invece, si fermò a 10.947 preferenze, perdendo 853 voti rispetto alla prima tornata. Il risultato finale fu uno dei più risicati della storia recente lecchese: appena 31 voti di differenza.

Determinante fu anche il crollo dell’affluenza. Dopo il 64,71% registrato al primo turno, al ballottaggio la partecipazione scese di 7,1 punti percentuali, fermandosi al 57,61%. Tradotto in numeri assoluti: 2.731 persone in meno si presentarono alle urne.

Ed è proprio questo dato che oggi pesa più di ogni altra variabile nell’analisi del nuovo ballottaggio. Perché quel calo fu addirittura superiore all’intero bacino elettorale dei candidati esclusi dalla corsa. Nel 2020 Corrado Valsecchi, con Appello per Lecco, raccolse 1.438 preferenze, mentre Silvio Fumagalli, candidato del Movimento 5 Stelle, si fermò a 893 voti. Complessivamente 2.331 elettori, circa 400 in meno rispetto al numero di cittadini che tra primo e secondo turno decisero semplicemente di non votare più.

Un elemento che ridimensiona anche il peso automatico delle cosiddette “indicazioni di voto”. Perché nelle elezioni comunali il problema non è soltanto capire dove si spostino gli elettori dei candidati sconfitti, ma soprattutto quanti decidano realmente di tornare alle urne.

È qui che si concentra la vera partita del 2026. La base elettorale lecchese conta oggi 39.137 aventi diritto, ma al primo turno sono state già 15.475 le persone che hanno scelto di non votare. Una sorta di “città silente” dentro la città, numericamente enorme rispetto ai margini con cui si decidono gli equilibri amministrativi lecchesi.

Più che convincere elettori che probabilmente hanno già maturato una scelta politica, la sfida reale per Mauro Gattinoni e Filippo Boscagli sarà mobilitare quella vasta fascia di cittadini rimasta ai margini del primo turno. Perché la storia elettorale recente di Lecco dimostra che il ballottaggio non si decide soltanto nei trasferimenti di voto tra gli schieramenti, ma soprattutto nella capacità di riportare ai seggi chi normalmente resta a casa.

Restano poi tutte le altre variabili difficilmente misurabili: quanti dei 23.662 cittadini che hanno votato al primo turno rinunceranno alla seconda chiamata elettorale; quanti degli elettori che hanno scelto scheda bianca o nulla cambieranno orientamento; quanto incideranno gli eventuali accordi politici con i candidati esclusi; e infine quanto peseranno fattori pratici, come il periodo già segnato dalle prime partenze per le vacanze.

Sono elementi quasi impossibili da quantificare con precisione, ma che in una città dove bastarono 31 voti per eleggere un sindaco possono fare tutta la differenza del mondo.

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