Sulla cosiddetta responsabilità, infine (Parte 2)

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Del dovere
Le tormentate vicende di un numero infinito di disabili documentano tuttavia come l’amore non sia quel lessico universale che guida la cura verso di loro, anche ai livelli più minimali. D’altronde, aldilà di qualsiasi mistica della sofferenza, un sentimento non può essere imposto e tanto meno autoimposto. L’esito che ne potrebbe derivare sarebbe , infatti, alquanto prevedibilmente catastrofico. Di per sé, poi, tradotto o , se vogliamo, sminuito nella sua versione psicologizzata, il rimando all’affetto diventa suscettibile di fondarsi su una variabile troppo arbitraria e aleatoria per fare da supporto a un principio di responsabilità. E’ purtroppo quel che è frequente riscontare nelle prassi relazionali di taluni servizi o negli agiti di molti operatori. La responsabilità nei riguardi del disabile riposa su una discrezionalità incontrollata, soggettivamente intransigente.

L’eccesso che introduce, per quanto dissimulato nelle pieghe di un’incurante e sbrigativa ordinarietà relazionale, si presta bene a mettere in luce il concetto che , per contrasto, vi si oppone e che tradizionalmente è ritenuto il terreno propizio sulla quale edificare un solido basamento per il principio di responsabilità: il senso del dovere. La speculazione filosofica vi si ritrova a suo agio, nella misura in cui si sforza di promuovere un’articolazione enunciativa che si appoggia sul mai perduto platonismo del primato dei valori ideali o della normatività generale di matrice kantiana.

Ipotesi che possono anche sospingere il dovere in alto, sino a smarrirsi nel cielo di una vacua e tronfia apologia perbenista, o precipitare furiosamente sul fondo, battendo strade oscure in nome in un diktat avalutativamente assunto. La critica che i “francofortesi “; Adorno e Horkeimer in testa, hanno indirizzato al dogmatismo kantiano, colpevole di riaffacciarsi paradossalmente le pieghe dello sconcertante moralismo sadiano, ne è la prove. Sostituire alla legge dell’amore , l’amore per la legge è impresa non esente da rischi. Come hanno più volte ricordato figure come Hanna Arendt o Primo Levi, l’ auto difesa dei gerarchi nazisti , e quindi il rinvio alla loro singola responsabilità individuale per le azioni criminali commesse, si è avvalsa del ricorso costante a un’affermazione, reiterata come una litania: “eseguivo gli ordini”. La responsabilità, in questo caso, viene sussunta nel registro dell’obbedienza, messa in conto alla fedeltà al mandato ricevuto dall’altro e dall’alto; è un atto che tende ad autoassolversi dalla propria implicazione soggettiva. Ciò permette anche, fattore non secondario, all’individuo di agire con la massima sfrontatezza nell’ambito delle operazioni gli competono, si pensi all’ottusa e perfida ferocia del burocrate, grazie all’alibi morale che il ruolo di puntiglioso esecutore gli assicura.

Che la memoria distratta non rimuova l’orrore, dimenticando quali atrocità , nel cuore dell’allora civilissima Europa , degli esseri umani sono stati in grado di compiere! Nell’autunno del ’39, nella Germania nazista fu pianificata l’eliminazione degli infermi, dei malati di mente, dei disabili: un progetto denominato “T 4”. Hitler , in persona, firmò di suo pugno l’ordine segreto che autorizzava, in particolare, il capo della sua cancelleria privata , Philip Bouhler, e il suo medico personale, Karl Brandt, a concedere “una morte misericordiosa” a questi sventurati. Il castello di Hartheim, nei pressi del campo di concentramento di Mauthausen, brillò per la sua lugubre efficienza nel perseguire l’obiettivo. Dopo l’Anschluss del ’38, il maniero venne infatti espropriato e ristrutturato per meglio servire a quella barbara finalità : in precedenza era la sede di un istituto per bambini portatori di handicap , diretto dalle sorelle dell’Ordine di san Vincenzo de’ Paoli. 1 I disabili individuati da una commissione preposta a quello che sarà denominato come l’”ufficio degli assassini” giungevano a frotte al castello, ammassati sui pullman, sui treni.

Ora, la potenziale inclinazione verso una deriva chiaramente perversa non può candidarsi tuttavia a riassumere interamente la complessa questione del rapporto che il singolo intrattiene con una normatività che suppone il rispetto delle leggi comuni come premessa indispensabile per una accettabile convivenza per tutti. Ricondotto nell’ambito del discorso psicoanalitico, tale problematica inevitabilmente rinvia a quell’istanza psichica che è supposta mediare questa dimensione e cioè il Super-Io. Si tratta, com’è noto, di un tema a lungo lavorato dalla riflessione post-freudiana, talvolta anche in opposizione alle tesi originarie del maestro viennese. Secondo Freud, il Super-Io è ritenuto svolgere nell’ambito della vita psichica di un individuo un ruolo paragonabile a quello di un giudice o un censore nei riguardi dell’Io. Letteralmente, “Uber-Ich” indica, per l’appunto, ciò che sta “sopra” l’Io. Ciò ne fa il supporto fondamentale della coscienza morale, dei meccanismi di auto-osservazione così come del processo di costituzione degli ideali per il soggetto. In Melania Klein, il Super-Io assume una connotazione inquietantemente persecutoria, in Lacan si presenta come l’espressione perversa di un’ingiunzione a godere. Se , tuttavia, rimaniamo ancorati all’ipotesi freudiana di base, il Super-Io si configura specificatamente come l’erede del complesso d’Edipo.

Nel suo scritto del ’24 dal titolo “Il tramonto del complesso edipico”, il maestro viennese prende in esame il processo di rimozione cui soggiace il suddetto complesso e che avvia la cosiddetta fase di latenza. Scrive Freud: “ Non vedo alcun motivo per rifiutare il nome di “rimozione” a questo distogliersi dell’Io dal complesso edipico. Ma il processo descritto è più di una semplice rimozione, esso equivale , se portato a termine nel modo ideale, a una completa distruzione ed eliminazione del complesso. E’ facile rendersi conto che siamo qui in presenza della linea di demarcazione, che in verità non è molto netta, fra normale e patologico” 2. Spetta, di conseguenza, al Super-Io, frutto dell’interiorizzazione dell’autorità paterna o parentale, vigilare sull’operatività di questa rimozione dal carattere tutt’altro che superficiale. La posta in gioco è assolutamente decisiva, essa mira al superamento del nucleo morboso del complesso edipico nel quale sono imbrigliate le pulsioni inconsce del soggetto: l’incesto.

Il Super-Io, freudianamente inteso, non va comunque confuso con l’Ideale dell’Io, per quanto, ad esempio, in taluni passaggi de “L’Io e l’Es” i due concetti vengano utilizzati come sinonimi, altrove, infatti, all’Ideale dell’Io è accordata una valenza propria, quella cioè di rappresentare un modello al quale il soggetto tende a adeguarsi. In tal senso, l’Ideale dell’Io è ritenuto veicolare un contenuto positivo cui il singolo è spinto a identificarsi, laddove, invece, il Super-Io rileva di un’opzione meramente negativa. Il Super-Io “edipico” non esplicita come il soggetto dovrebbe comportarsi o a quali valori sarebbe bene che si attenga o così via. Semplicemente, se così si può dire, il Super-Io presentifica l’ordine di una proibizione: indica quel che non si deve o non si può fare. L’essenza morale della sua funzione, dalla quale poi a cascata discendono le successive implicazioni, è palese: dire no all’incesto. Ciò riguarda, in maniera diretta, molto meno le propaggini immaginarie del dramma sofocleo quanto più veridicamente l’effetto devastante cui l’incesto mira, quello cioè dell’abolizione della differenza. Lo ricorda giustamente Marc-Alain

Ouaknin : c’ è “shoah” quando qualcosa è indifferenziato, identico. Questo termine impiegato per designare il dramma del genocidio, vuol dire in ebraico “ ogni situazione d’indistinzione dove gli uomini non accedono più alla loro singolarità”3 . L’interdizione super-egoica punta, dunque, a ergersi come una barriera contro il caos, separando il normale dal patologico, l’alterità dall’omogeneizzazione, il distinto dall’amorfo.

E’ evidente come, rispetto al paragrafo precedente, la prescrizione edipica marchi uno stacco, segnali un cambiamento di registro, imboccando una direzione che si discosta da quella china simbiotica che rischia di far precipitare la relazione tra l’accudente e l’accudito in un abisso, di fatto, incestuoso. Nella sua accezione paradigmatica, la “negatività” super-egoica si prodiga per far interiorizzare un limite, quel freno stesso che la simbiosi tende invece impunemente a corrodere. Allo stesso modo e, indubbiamente, per altri versi, la medesima perversa protervia nazista che con sadico vigore si accaniva ferocemente sulle vite dei disabili inerti, se sicuramente dava prova di un’insaziabile volontà di godimento, quale deprecabile espressione di un degenerato imperativo interiore, non per questo ci pare assimilabile alla cifra etica del Super-Io freudiano. Nella sua traduzione più immediata, scevro da qualsiasi enfasi idealizzante, esso recita: “ il corpo, l’essere dell’altro non ti appartengono, non sono cosa tua. Non puoi disporne a tuo piacimento come se lo fossero o potessero venir ridotti a feticci o a oggetti di consumo. “

E’ in quanto non me, in quanto altro dalla sua percezione rapida e istintiva che un soggetto coglie la presenza del prossimo come scandita da quell’irriducibile alterità che lo rende unico, non uguale, in una parola, differente da sé. L’atto medesimo con cui l’alterità dell’altro è avvertita, intuita, colta è lo stesso che “costringe” a pensarne l’intenzionalità, a sondarne l’enigma, a cercare, insomma, di comprendere chi è la persona che sta lì davanti. L’interdizione edipica indica bene come ciò si genera a partire da una perdita, da un impedimento. E’ perché l’altro non è consumabile dalla pulsione libidica, è perché una “legge” interiorizzata ne impedisce l’assimilazione che costui può, quindi, apparire come un soggetto, e non come un puro oggetto manipolabile a piacimento. Lo Edipo si fa custode di una decisione: la scelta di optare per l’essere contro il non essere.

Ma, c’è di più ed è un aspetto che credo non vada trascurato. L’assunzione dell’interdizione edipica stimola un processo d’incorporazione della normatività che le è propria sulla base di una dinamica inter-relazionale che non risponde ad alcuna logica circolare, che non rileva di nessuna presunzione “alla pari”. L’individuo, poniamo il caso del bambino, la fa sua nell’esatta misura in cui la riceve, volente o meno, da qualcun altro, più grande di lui. Detto in altri termini, la legge che protegge l’alterità si fonda essa stessa su un presupposto anti-egualitario. E, probabilmente, non potrebbe essere altrimenti!

Si tocca qui con mano un tratto , a mio parere, essenziale che attiene il tema stesso della responsabilità. Se, infatti, l’alterità sta all’origine dell’interdizione edipica è poi ancora l’alterità stessa che ritorna al soggetto come eredità e memoria di quell’incontro con una legge non scritta che, per definizione, Freud connota come traumatico. Mi risulta difficile, a questo punto, separare la nozione di responsabilità da quella, per l’appunto, di differenza, di non specularità. Si può anche ipotizzare come, per ritornare al piccolo dell’uomo, l’acquisizione di una simile regola segnali la contrazione di un debito simbolico con l’autorità genitoriale, riconoscimento di quel che ha avuto, di quel che gli è stato dato, di chi l’ha preceduto nella catena generazionale… La costituzione del Super-Io sigilla l’attestazione di questo movimento, quasi fosse la punta di un iceberg. Si può, ancora, di conseguenza, accostare la questione del debito a quella del dovere, intesa come priorità ontologica nei riguardi delle seduzioni narcisistiche del diritto. Sono, in effetti, questioni che si intrecciano l’un l’altra in maniera stretta. La mia resistenza a non andare più a fondo ha come obiettivo quello di salvaguardare una tensione interna al soggetto piuttosto di giungere a un imperativo categorico, a un “devi” che finirebbe per svilire l’intero approccio al tema. Una tensione designa la misura di uno scarto, di una lacerazione tra le istanze che convivono nell’individuo, tra l’accettazione di un debito e l’avanzamento di un diritto , tra il sentimento dell’altro e l’intuizione del proprio vissuto personale. La tensione esemplifica di fatto il venire alla luce di una divisione individuale che è la cifra stessa della soggettività psichica, tra quello che uno è e quello che vorrebbe, tra quello che sarebbe “portato” a compiere e quello che invece… L’esatto opposto di quell’efferata volontà di godimento che anima le condotte distruttive, più o meno orientate in chiave perversamente super-egoica.

Mi limito solo a isolare tre brevi annotazioni a riguardo. La prima : riconoscere l’imprescindibilità di una logica della non corrispondenza nel principio di responsabilità costituisce un passo essenziale. Hans Jonas lo dichiara senza ambiguità, quest’ultimo , infatti, “deve essere indipendente da ogni idea di diritto sia da quella di reciprocità “4, a patto però di cogliere come un simile principio non possa non risultare, strutturalmente e non contingentemente, contraddittorio. Salvo altrimenti ricadere, del tutto prevedibilmente, in un florilegio di asserzioni unilaterali che sembrano esaurire la loro funzione nell’atto stesso della loro enunciazione, limite in cui ci pare si attesti la riflessione “iper-kantiana “ del filosofo tedesco. La seconda : per quanto ci sforzi di contornarla in termini teorici, l’etica umana riguarda il dipanarsi concreto di azioni, gesti, non in astratto, ma come direbbe Dietrich Bonhoeffer, eseguiti in un tempo e in un luogo dato, sotto il peso di determinate condizioni che mai sono quelle ottimali . La terza: l’incontro o, più esattamente, l’impatto con la disabilità mina l’equilibrio del “normale” in virtù del processo di cortocircuitazione tra interno ed esterno che mobilita nel soggetto 5 . Si tratta del venire alla luce di una realtà o, come direbbe Lacan, di un reale che impone una vigorosa battuta d’arresto alla pretesa del pensiero di essere autosufficiente. Uno shock che innalza la resistenza più tenace e radicale al “logos” e al suo tentativo di riassorbire l’evento traumatico nella sua rete discorsiva. Tale, e non altro, è il quadro entro cui l’atto responsabile si configura. In “Libertà” , il noto romanzo di Franzen 6 che disegna un vivido affresco delle contraddizioni che si affacciano nella società contemporanea, un interrogativo domina le condotte dei suoi protagonisti: “Se sono libero di scegliere, allora come devo vivere?”. Sono, al contrario, qui le radici stesse di questa libertà a ritrovarsi compromesse, intralciate nel loro potenziale dispiegarsi. Il blocco che viene così inferto al dire, all’efficacia di un’elaborazione è , di pari passo, un impedimento all’azione, un freno alla libertà del “normale”.

L’altro c’è, esiste. Si direbbe, innanzitutto, a partire dalla castrazione che immediatamente paventa a chi gli sta a fianco, come inequivocabile espressione di una condanna all’impotenza, a una forzata restrizione al suo movimento.

La responsabilità che il “normale” è chiamato a svolgere nei confronti del disabile credo appartenga e, in un certo qual senso, discenda da questa implicazione super-egoica, nel senso dell’accezione fondamentalmente freudiana del termine. La matrice sobria e quasi inavvertita del dovere vi gioca un suo ruolo essenziale come espressione immediata di una sensibilità. Se l’altro non è nella possibilità di elaborare i propri pensieri, di esprimere i suoi moti interiori, il cosiddetto normale si situa o, per lo meno, dovrebbe situarsi nella posizione di chi agevola una simile presa di posizione, evitando di sostituirsi a lui. Se l’etimologia del vocabolo responsabilità conduce dritto dritto al verbo rispondere, allora responsabile è colui che risponde all’altro, ma anche in sostegno dell’altro. “Apri la tua bocca in favore del muto”, come si legge nella letteratura sapienziale biblica (Pr 31, 8).

Dovere e responsabilità condividono un concetto comune che li rende in qualche modo solidali tra di loro , quello cioè di implicazione. Entrambi , infatti, rilevano dell’esistenza di un rapporto tra un soggetto e la dimensione di un altro da sé che, pur essendo staccata, differente dal soggetto medesimo mantiene un legame con essa. L’opposto, in effetti , di quelle nefaste strategie di eliminazione o di emarginazione che degli esseri umani, sedicenti normali, hanno posto in atto verso i disabili, e non solo loro. L’espulsione, la messa a morte degli individui svantaggiati si basava e, purtroppo, continua a basarsi su un presupposto specularmente contrario, quello cioè della disimplicazione , del rigetto sfrontato dell’implicazione. Il nesso che, come un filo rosso, unisce l’esistenza del “normale” a quello del disabile viene reciso e , assieme ad esso, è l’altro stesso a venir abbandonato a una deriva di morte. Non senza che l’eco immediato di una simile operazione nichilista si rovesci in maniera pervasiva sulla vita dei normali, poco o nulla normati.

L’uso del plurale non è, in questo caso, azzardato. O meglio, la storia insegna come l’attivazione di talune pratiche perverse si sia fatta forte del consenso o , se vogliamo, della legittimazione che esse incontravano in un ambito collettivo. Il nazismo ne fu un esempio e non è nemmeno detto che sia l’ultimo. La convenienza del momento, lo scaltro opportunismo di molti hanno finito per istituire una deprecabile morale collettiva che è andata sostituendosi o ha fatto finta di sostituirsi a una presa di posizione etica che non può non essere che necessariamente individuale.

L’accesso all’interdizione edipica e a tutto quel che ne consegue o ad esso intimamente si associa attiene l’ordine della castrazione simbolica. Essa riguarda ciascun esser umano nell’esatta misura in cui ognuno, da solo, è candidato a farci i conti. Una difficoltà che ne può derivare è quella che si lega all’incapacità del soggetto di interpretare in maniera sensibile la cifra negativizzante della proibizione super-egoica. Il rischio che ne può infatti scaturire è quello di “confondere” , se così possiamo dire, l’istanza propria al debito che il singolo contrare con la storia di quelli che l’hanno preceduto con la domanda degli altri. Spesso assillante, in genere ricattatoria. Domanda conscia o inconscia, personale o plurale, tacita o esplicita delle persone che stanno intorno al soggetto e che tendono a richiamarlo a un’adesione al loro volere, a una continuità con le proprie ossessioni fantasmatiche. Perché questo è quel che ambisce o pare in qualche modo ambire un genitore, il gruppo, un coetaneo, la gente, l’opinione pubblica, l’ideologia dominante, il conformismo diffuso e così via.

 

1) Vedasi il testo di Mireille Horsinga- Renno – Una ragionevole strage. La sconvolgente inchiesta su un medico della morte rimasto impunito – Lindau, Torino 2008
2) Sigmund Freud – Il tramonto del complesso edipico- in F. O. , vol. 10, p. 31
3) Marc-Alain Ouaknin – Les dix commandements – Seuil, Paris, 1999, p.76
4) Hans Jonas – Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica – Einaudi, Torino, 1990, p. 49
5) Mi permetto di rinviare al mio saggio
6) Jonathan Franzen – Libertà – Einaudi, Torino, 2011

 

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