Quando lo sport chiede troppo: il burn out

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Settimana scorsa abbiamo affrontato il tema del drop out giovanile, indicando come sia la scarsa percezione della propria competenza il motivo principale che determina l’abbandono allo sport. Abbiamo però visto come in realtà il problema non sia solo legato alla competenza percepita, quanto piuttosto al duplice rapporto fra crescita vs paura di fallire.

Esiste però anche una situazione differente e altrettanto pericolosa, quella in cui l’atleta si percepisce molto competente e capace: a volte perchè lo sente interiormente, altre perchè riceve dei riscontri esterni (allenatori, preparatori, esperti del settore, media, etc.), molto spesso per merito di entrambe le condizioni. E’ il tipico caso della “promessa”. Parlo dei “piccoli campioni” ma anche di tutti quegli atleti che mostrano un potenziale incoraggiante “che va coltivato”. E qui si insinua il secondo mostro nero dopo il drop out: il burn out.

Il burn out, per dirla con parole semplici, è quella condizione in cui svolgere un’attività sportiva/lavorativa impegna ad un punto tale corpo, mente e spirito che la persona, superata una certa soglia, “scoppia” con conseguente stato di esaurimento psicofisico ed emozionale.

Nel mondo del lavoro avviene molto spesso per quelle professioni strettamente a contatto con il dolore e di conseguenza stressanti: (medici, psichiatri, etc.) anche se purtroppo l’attuale situazione economica sta facendo espandere a macchia d’olio questo disturbo anche nelle categorie più disparate (basti pensare al settore finanziario).

Ma cosa succede nello sport? Cosa succede al ragazzo? La risposta è semplice ed è nei termini dell’impegno eccessivo: la richiesta sempre più alta genera paura, la paura genera stress, lo stress genera fatica, la fatica genera il rifiuto.

Quando si è campioni una volta… lo si vuole essere per sempre! Perciò il piccolo asso, per mantenere lo status, è “costretto” ogni giorno a dare di più, a non fermarsi, a superare i limiti. (Proprio come descritto nell’articolo bulli bravi nello sport). Allo stesso tempo sappiamo tutti bene quanto si è tentati ad insistere per tirare fuori il meglio da chi ci sembra dotato di talento. Perciò la spinta può essere doppia, da una parte c’è l’atleta, dall’altra ci può essere l’allenatore oppure un gruppo misto (genitori, parenti, amici, preparatori, osservatori). Il burn out (così come il drop out) sta alla finestra:

– se l’atleta o l’allenatore perdono motivazione e fiducia nei mezzi ecco che si può verificare un caso di drop out: lo sportivo non sente di poter o voler dare di più, oppure risente della sfiducia che percepisce da parte dell’allenatore, disiventestendo su se stesso;

– se invece il coinvolgimento è smisurato il rischio è quello del burn out: quando lo sport diventa “tutto” non faremo altro che interpretare il mondo in base ad esso, salvo poi “risvegliarci” di colpo.

Magari può avvenire per mancanza di risultati: “con tutta la fatica e i sacrifici fatti…”, oppure come anticipazione: “il pensiero di dover ricominciare da capo una preparazione…”.

Buona parte degli sportivi di alto livello sono a rischio burn out poichè gli sport tradizionali hanno ormai raggiunto metodi di lavoro e di studio talmente raffinati che spesso la parte umana dell’atleta passa in secondo piano, sotto forma di fattore nella prestazione globale (concedetemi la provocazione).

I temi del burn out del drop out sono apparentemente concetti facili da comprendere, ma la realtà sportiva ci pone spesso di fronte a problematiche di difficile interpretazione: è corretto che un talento, per essere coltivato, debba magari affrontare situazioni come lo sradicamento da casa, allenamenti estenuanti, infortuni e delusioni, il tutto per… un sogno?

Questa domanda verrà ripresa nel prossimo articolo dove inoltre proveremo a comprendere quali siano i sintomi anticipatori di questi disturbi.

Dott. Mauro Lucchetta

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