Il 30enne di Calolziocorte è partito il 10 aprile: ha attraversato Balcani, Turchia, Georgia, Armenia e Russia e ora si trova in Mongolia
Ha lasciato il lavoro ed è partito con zaino, tenda e un budget di 10 euro al giorno. Oggi è nel deserto del Gobi: “Non mi sento coraggioso né folle. La sete di conoscenza e di avventura è sicuramente il propulsore principale” (IG: https://www.instagram.com/ill_darione/)
Il mondo, a volte, comincia sul ciglio di una strada. Non serve un aeroporto, non serve un biglietto di sola andata, non serve nemmeno sapere con certezza dove si dormirà la sera. Serve uno zaino, una tenda, qualche soldo in tasca e una dose di fiducia sufficiente per alzare il pollice davanti a un’auto che passa.
Per Dario Scaioli, 30 anni, di Calolziocorte, il mondo è cominciato così.
Il 10 aprile ha lasciato casa per raggiungere l’India in autostop. Non un viaggio organizzato, non una lunga vacanza e nemmeno una fuga improvvisata. Un percorso costruito giorno dopo giorno, affidandosi alle persone incontrate lungo la strada, agli imprevisti, alla possibilità che qualcuno si fermi e lo faccia salire.
Quando lo contattiamo, Dario è in Mongolia. Alle spalle ha già migliaia di chilometri, una lunga sequenza di passaggi trovati lungo la strada, un cammino in Armenia, incontri con sconosciuti diventati anfitrioni, amici o semplicemente persone incontrate per qualche ora. Davanti, invece, ci sono ancora la Cina, il Pakistan e soprattutto l’India.
Gli abbiamo chiesto da dove sia nata una scelta che, vista da fuori, può sembrare folle. E Dario ha risposto raccontando non soltanto il viaggio, ma anche le ragioni che lo hanno portato a partire, il rapporto con la paura, la solitudine, il lavoro lasciato, la fiducia negli sconosciuti e quella particolare libertà che nasce quando si decide di non controllare più tutto.
Partiamo dalla scelta di mollare tutto: che lavoro facevi prima di partire e cosa ti ha spinto a lasciarlo?
“Facevo il consulente in ambito Human Capital per un grosso gruppo multinazionale nell’ambito dei servizi alle imprese. Ho scelto di perseguire qualcosa di diverso, spinto dalla curiosità e dalla voglia di mettere in atto uno stile di vita che immaginavo nella mia testa”.
Quando hai capito che non volevi più limitarti a immaginare questo viaggio, ma volevi davvero partire?
“È una scelta che ho maturato nel corso degli anni, cominciando a viaggiare lentamente, dapprima a piedi e poi sperimentando l’autostop. A un certo punto mi è sembrato logico partire e perseguire una mia passione”.
Come hai comunicato la tua decisione alla famiglia, agli amici e alle persone che lavoravano con te? Qual è stata la reazione più difficile da affrontare?
“L’ho semplicemente detto, prima ad amici e famiglia, per testare la forza delle mie intenzioni, dando loro voce. Poi il dirlo è stato un modo per non dover tornare indietro: ‘non posso perdere la faccia, ora l’ho detto e va fatto’. Una volta deciso, ho rassegnato le dimissioni, che ho motivato con questo desiderio. Le reazioni delle persone a me sono evolute lentamente, quando hanno capito che facevo seriamente.
Devo dirmi fortunato ad aver ricevuto solamente reazioni positive”.
Una laurea alla Bocconi porta normalmente verso una strada abbastanza prevedibile: carriera, aziende, Milano. Perché hai deciso di uscire da quel percorso?
“Ho deciso di esplorare nuovi lidi perché era da troppo tempo che lo immaginavo. Tornando a casa da lavoro immaginavo lunghi viaggi guardando Google Maps. Ho deciso di farlo e basta.
La Bocconi mi ha permesso di essere circondato da persone intelligenti e stimolanti, con cui condivido il mio tempo. Due di loro si sono persino uniti a me in questo viaggio per una settimana a testa.
Milano è casa mia, assieme a Lecco. Ci ho passato 6 anni circa e non penso che smetterò di viverci. A Milano la vita scorre veloce, dà input e permette di imparare. Lì ho la mia routine e i miei gruppi di amici. Saluto i Trekno Mates, La Curva e tutti gli altri senza un brand, vi penso sempre!
La carriera fatta mi ha permesso di crescere umanamente, imparando a cogliere le sfumature nelle persone”.
Hai mai avuto paura di pentirti di aver lasciato il lavoro?
“No, mai. Ho una grande fiducia verso il futuro e so che posso sempre tornare indietro”.
Perché partire proprio da Calolziocorte dove abiti? Che significato aveva per te cominciare il viaggio da casa e non, per esempio, da un aeroporto?
“Perché se devo farla in autostop dev’essere quella la modalità, dall’inizio alla fine. Mi sembrava logico e completo.
E poi Calolzio è casa mia! Cosa c’è di più significativo che partire da casa? Colgo l’occasione per salutare tutti i miei amici di Lecco e dintorni!”.
Qual è stato il momento esatto in cui hai realizzato: “Adesso sono davvero partito”?
“Prima notte fuori dall’Italia, in Croazia, a pochi chilometri dalla Bosnia. Ho passato il pomeriggio a parlare con una ragazza, che mi ha confidato i problemi con il marito. Mentre parlava pensavo a quante altre storie così avrei sentito, a quanti altri giorni avrei passato in compagnia di sconosciuti”.
Perché l’autostop? Cosa cerchi attraverso questo modo di viaggiare che non avresti trovato prendendo un aereo, un treno o un autobus?
“L’autostop toglie il controllo su ciò che accade in viaggio. Sei tu a decidere la meta finale, ma non i tempi in cui arriverai, né gli eventi che accadranno lungo il percorso. Ho sempre avuto difficoltà a programmare qualsiasi cosa. L’autostop mi permette di abbandonarmi alla strada e lasciare che sia lei a guidarmi.
E la cosa più importante: ogni persona che incontri sceglie di aiutarti gratuitamente. Vuole averti con sé e fa di tutto per mostrarti la propria quotidianità. Penso sia una modalità di viaggio che permette di mostrare il mondo autenticamente”.
Qual è stata la prima grande difficoltà che hai incontrato?
“Quando ho realizzato di aver sbagliato a fare i visti e che il percorso che avevo immaginato non si sarebbe realizzato. Di conseguenza, non sono potuto passare dal Kazakhistan e dall’Asia centrale, ma ho dovuto percorrere tutta la lunghezza della Russia fino alla Mongolia.
Sul momento è stato un duro colpo realizzare che, per questa volta, non avrei potuto visitare questa zona del mondo”.
Qual è stato il passaggio più complicato del viaggio fino a oggi?
“Ricordo con molto fastidio le circa 6 ore totali, spezzate fra il pomeriggio di sabato e la mattina di domenica, passate a Pristina (Kosovo) ad attendere un passaggio per Skopje (Macedonia del Nord). Ha reso tutto meno stressante avere con me il mio amico Gus”.
Hai mai pensato seriamente di fermarti e tornare a casa? Se sì, quando?
“No, mai. In alcuni momenti ho desiderato poter mettere tutto in pausa e godermi una serata con gli amici, un pranzo in famiglia o una pizza sul divano davanti a un match sportivo. È capitato sempre dopo giornate di viaggio molto intense e burrascose”.
Qual è stata la situazione in cui hai avuto più paura?
“Non ci sono state ad oggi situazioni pericolose per la mia sicurezza. Ho avuto però paura di perdere di vista la normalità, di rimanere fermo in questa bolla che è il viaggio in autostop”.
E qual è stato invece il momento in cui hai pensato che partire fosse stata la decisione migliore della tua vita, se lo è stata?
“Se lo è stata lo scoprirò una volta tornato. Non so identificare nella memoria un momento preciso, ma questa convinzione cresce giorno dopo giorno e torna a riaffiorare ogni volta che riesco a vivere pienamente il presente del viaggio”.
Quante volte ti è capitato di aspettare per ore prima che qualcuno si fermasse?
“Superiore alle quattro ore solamente due volte. A volte è capitato di aspettare una o due ore. Specialmente in Europa ne conto a spanne una decina”.
Qual è il passaggio più assurdo o improbabile che sei riuscito a ottenere?
“Durante questo viaggio quello che mi ha stupito di più è sicuramente quello ottenuto da un motorino di un rider in servizio, con tanto di borsa frigo. Ero a Gaziantep, in Turchia, con un cartello che segnalava Sanliurfa, a circa 150 km da lì.
Lui mi si è accostato, facendomi segno di salire. Pensavo non stesse capendo, invece ha insistito per darmi uno strappo ad una stazione di servizio, 3 km più avanti e meglio posizionata. In quell’occasione ho scoperto che uno zaino da 48 litri pieno ci sta su un 50ino Kymco”.
Chi sono le persone che ti hanno raccolto lungo la strada e cosa ti hanno raccontato?
“Sono molte, molto diverse fra loro. Accomunate dall’animo gentile e dalla voglia di aiutarmi. Ognuno ha una storia tanto speciale quanto ordinaria alle spalle. Non saprei sceglierne uno”.
Ti è mai capitato che uno sconosciuto ti offrisse molto più di un semplice passaggio: un pasto, un letto, un aiuto, magari un contatto?
“Assolutamente sì, arriva quasi ad essere la quotidianità. Sono innumerevoli le volte in cui mi è stato offerto un pasto da persone entusiaste di farmi assaggiare il loro piatto preferito o semplicemente di fare colazione insieme a un italiano raccattato a caso, per dare colore alle proprie mattine.
Il primo è stato Sergej, un signore russo che, come tantissimi altri russi, vive in Montenegro. Mi ha trovato per strada molto provato, sbruciacchiato dal sole e con 3 ore di sonno. Mi ha accolto a casa sua, offerto cena, doccia, risate e tanto amore assieme a sua moglie Alyona.
Riporto loro perché sono stati i primi, ma con il passare dei giorni ho ricevuto tanti gesti simili di ospitalità. In Turchia molti mi hanno dato il proprio numero, dicendomi di chiamarli in caso di necessità”.
Quanto conta la fiducia in un viaggio del genere? E come fai a capire di poterti fidare di una persona che non hai mai visto prima?
“La fiducia è l’ingrediente alla base di questo viaggio. Il primo atto di fiducia lo fa chi mi vede per strada e decide di fermarsi. È difficile che chi si fermi abbia cattive intenzioni. Alla peggio chi si ferma non mette in chiaro che si aspetta un pagamento. Allora spetta a me dichiararlo prima di salire a bordo.
Dallo sguardo si colgono le intenzioni, poi io tendo sempre a fidarmi del prossimo. Al giorno d’oggi ci sono telecamere ad ogni angolo ed è difficile che un malintenzionato scelga di agire nei confronti di un autostoppista”.
C’è stato un incontro con uno sconosciuto che ti ha cambiato il modo di guardare il mondo?
“Non drasticamente, non consciamente, almeno. Ricordo però Hakan, che ho conosciuto ad Igdir in Turchia. Gli ho chiesto se andasse in moschea e mi ha risposto quasi divertito: ‘No Bro, I am normal Muslim’. Lì per lì mi ha lasciato di stucco”.

Partendo dall’Italia e attraversando così tanti Paesi, qual è il pregiudizio che hai scoperto essere più sbagliato?
“I tanti pregiudizi sui musulmani vengono sradicati conoscendoli e sperimentando la loro ospitalità. Come documentato da altri viaggiatori.
Io però ci tengo a sottolineare quanto la visione dei Russi e della Russia in Italia sia confinata ad alcuni stereotipi: blocchi sovietici, vodka, gopnik. Ho invece trovato una nazione sorridente, colorata e piena di popoli e culture diverse fra di loro. Sei in Dagestan, tutti orano Allah e i loro volti assomigliano a quelli dei Georgiani e degli Armeni. Dopo due ore di steppa a nord-ovest arrivi ad Elista, dove vivono i Calmucchi. Occhi a mandorla, templi buddisti, cucina mongola. Un po’ più a nord e sei a Volgograd, dove trovi i russi ‘veri’. Capelli corti, occhi azzurri di ghiaccio. Arrivi poi a Kazan e c’è una moschea maestosa in centro città e scopri che lì musulmani e cristiani vivono assieme senza problemi, come avviene nella vicina Bashkiria. E così via per i popoli altaici, per quelli della Buryatia.
Comprendo le avversità verso una nazione che è in guerra con gli ideali su cui si basa l’UE, ma penso che le persone, nella loro quotidianità, vadano apprezzate come semplici esseri umani”.
Qual è la cosa che più ti ha sorpreso delle persone che hai incontrato?
“Risposta banale, ma l’ospitalità e la generosità. Sono valori preziosi e ancora, dopo 3 mesi di viaggio, mi lasciano di stucco quando ne ho esperienza diretta”.
Qual è stata la situazione culturalmente più difficile da comprendere o accettare?
“Le tensioni fra i popoli balcanici mi sono sembrate molto vive e reali nei discorsi delle persone che ho incontrato. Ne comprendo le radici e accetto che le persone siano influenzate dalla propaganda. Non capisco la mancanza di voglia di fare un passo avanti rispetto a dinamiche passate. Ho trovato popoli simili fra loro, parte di una famiglia in cui le liti hanno lasciato le cicatrici. Ed è un peccato davvero, perché ovunque sono stato aiutato e accolto”.

C’è qualcosa che hai visto durante il viaggio che ti ha fatto cambiare idea sull’Italia?
“L’Italia è nota nella comunità di autostoppisti per essere un paese molto ostile. Io ci ho passato solo due giorni, ma vorrei intraprendere un viaggio simile in futuro nel nostro Paese e dimostrare a me stesso che anche da noi siamo ospitali e generosi”.
Quanto costa vivere così? Qual è il tuo budget e come lo gestisci?
“Mi sono fissato un budget giornaliero di 10 euro. Cerco sempre di evitare di pagare l’alloggio, facendo affidamento sull’ospitalità e sulla mia tenda. Per mangiare di solito mi reco al supermercato”.
Come fai a procurarti cibo e un posto dove dormire quando sei in viaggio?
“Per il cibo ci sono supermercati o panetterie locali. Se devo attraversare zone remote, faccio rifornimento di cibi calorici e veloci da cucinare, come cous cous o avena, che cucino con il mio fornello ad alcol.
Per dormire faccio affidamento alla mia tenda o all’ospitalità. L’ospitalità si incontra lungo la strada, come spiegavo prima, o utilizzando alcune applicazioni che mettono in contatto chi offre ospitalità gratuita e chi la richiede. Di solito pago un ostello se sono molto stanco o se ho bisogno di avere controllo sulla serata per pianificare le tappe successive”.
Qual è stata la notte più difficile e qual è stata invece quella che ricordi con più piacere?
“Le notti migliori sono quelle in cui ho dormito bene, così bene da non ricordarle. Di notti difficili ne ricordo alcune in Armenia durante il cammino di 12 giorni che ho intrapreso. Sono un pessimo pianificatore, mi ritrovavo a gestire continuamente imprevisti durante le giornate e durante la notte il mio cervello generava problemi immaginari da risolvere anziché farmi dormire. Il buco al materassino, prima riparato poi sostituito, che mi portava a svegliarmi per terra dopo poche ore, ha sicuramente contribuito al disagio”.
Viaggi prevalentemente da solo: quanto pesa la solitudine dopo settimane o mesi sulla strada?
“Come accennato, a volte penso al tempo che deve passare prima di rivedere amici e famiglia. Un po’ fa male, ma la voglia di andare avanti è sempre più forte di questo dolore. Sto sperimentando la solitudine pur essendo sempre circondato di persone. Facendo autostop non sei mai solo. A volte ho bisogno di esserlo, però, e preferisco il comfort della mia tenda in un bosco a quello di un letto offerto”.
Quanto è difficile essere continuamente fuori dalla propria comfort zone?
“Rubo la risposta ad un altro viaggiatore. Penso che dalla comfort zone non bisogna uscirci, penso che vada allargata. Un esempio concreto: per i primi 2 mesi almeno mi osservavo teso durante il tempo passato in auto con sconosciuti. Nonostante la mia curiosità, mi ritrovavo con il corpo verso la portiera e mi sentivo nervoso. Ora ho cominciato a osservarmi tranquillo e proteso verso l’altro”.
Quanto bisogna essere preparati, fisicamente ma soprattutto mentalmente, per affrontare un viaggio del genere? E tu, prima di partire, pensavi di avere questa forza?
“Penso onestamente che sia necessario volerlo fare genuinamente. Tutto qui. Il resto si sviluppa durante il viaggio.
La cosa più difficile è gestire il rifiuto. La maggioranza non si ferma, per mille motivi. È necessario lasciare andare chi va e accogliere con un sorriso chi si ferma, senza condannare i primi. Ogni tanto faccio ancora fatica e mi ritrovo a bordo strada frustrato.
Prima di questo, ho fatto altri viaggi in autostop, più brevi, per capire le dinamiche e i ritmi e potermi dire ‘si può fare’. È una modalità che richiede molta flessibilità e capacità di lasciarsi trasportare dagli eventi senza che questi finiscano per travolgerci.
Prima di partire ero certo di avere questa flessibilità ed ero pronto a vivere pienamente tutte le emozioni che si sarebbero presentate, positive o negative che fossero”.
Adesso sei in Mongolia: dove ti trovi esattamente e com’è la tua vita in questi giorni?
“Mentre rispondo sono le 00:21 e sono nel deserto del Gobi, a Dalanzadgad. Mi ritrovo sul sedile posteriore di una Prius. In fila per fare benzina da 20 minuti a causa degli shortage che hanno colpito la Mongolia di recente. Mi sto dirigendo ad Ulaanbaatar assieme ad un’amica che si è unita a me per questa settimana. Siamo stati fortunati e abbiamo trovato due ragazzi mongoli che ci portano per 900 km dall’estremità sud del deserto del Gobi fino alla capitale.
La mia vita è piena di avventura, di paesaggi desertici sconfinati, di cieli stellati e di libertà, con la mia tenda che butto dove capita”.
Come ci sei arrivato e qual è stato il percorso che ti ha portato fin lì?
“Sono arrivato in autostop dalla Russia, dalla regione della Buryatia, dopo aver percorso circa 14.000 km sul sedile del passeggero.
Percorso: Italia, Balcani, Turchia, Georgia, Armenia, di nuovo Georgia, Russia. Tutto solo autostop, ad eccezione del cammino in Armenia di 11 giorni”.
Dalla Mongolia quale sarà il tuo percorso per raggiungere l’India, la tua meta?
“Il percorso comprende sicuramente il passaggio da Cina e Pakistan. La modalità di ingresso in India dipenderà da un eventuale riapertura del confine fra quest’ultima ed il Pakistan”.
Da qui all’India quali sono le incognite più grandi che hai davanti? C’è qualcosa che, in questo momento, ti preoccupa o ti mette particolarmente alla prova?
“In questo momento vedo il percorso chiaro davanti a me. Dovrò però essere bravo a guadagnare qualcosa durante il viaggio per pagare un eventuale volo per l’India nel caso in cui il confine con il Pakistan rimanga chiuso”.
Il viaggio è ancora lungo: hai un piano preciso per arrivare in India oppure vuoi continuare a lasciarti guidare da quello che succede lungo la strada? Quanto conta, per te, avere una meta e quanto invece accettare di non sapere esattamente cosa accadrà domani?
“Conta avere una meta a lungo termine, lasciando però libero il percorso che porta ad essa. Ho un percorso definito in Cina a causa del clima, mentre in Pakistan non ho idea di cosa farò”.
Che cosa hai scoperto di te stesso che non avresti mai potuto scoprire restando a Calolziocorte?
“Non ho scoperto nulla di nuovo, ma ho approfondito e osservato molte sfaccettature del mio carattere. Credo che viaggiare permetta di sgomberare la mente e che queste scoperte avvengano senza cercarle. Non mi sono posto nessun obiettivo o ambizione di scoperta”.
Quanto ti ha mosso il conoscere ciò che ancora non conosci, e quanto invece il bisogno di metterti alla prova?
“La sete di conoscenza e di avventura è sicuramente il propulsore principale”.
Molti leggendo la tua storia potrebbero pensare: “Vorrei farlo anch’io, ma non posso”. Secondo te quanto c’è di coraggio e quanto invece di “follia” nella tua scelta?
“Non mi sento coraggioso né folle. Mi sento una persona nel mondo che sta facendo qualcosa che gli piace, come dovrebbero fare tutti. Le circostanze e le difficoltà a volte rendono difficile percorrere questa strada. E talvolta sono indipendenti dalla nostra volontà”.
Che cosa diresti a una persona che sente di vivere una vita che non le appartiene ma non trova il coraggio di cambiarla?
“Direi di provare a farlo gradualmente, cambiando qualcosa di piccolo, così da assaporare le sensazioni che riceve e utilizzarle come un propulsore per le scelte future”.

Se domani dovessi tornare a Calolziocorte e ricominciare una vita normale, cosa porteresti con te di questo viaggio?
“La consapevolezza di aver seguito il mio cuore e aver fatto qualcosa che mi piace. La consapevolezza di quante persone ci sono che mi vogliono bene”.
La domanda che probabilmente tutti ti faranno: quando torni? E soprattutto, vuoi davvero tornare?
“Dovrei tornare verso gennaio. Ultimamente sto pensando cose tipo: ‘potrei fare due settimane di Bangladesh e poi tornare’, oppure ‘potrei tornare volando a Bari e percorrere l’Italia in autostop’. Credo questo risponda in parte alla tua domanda. Detto ciò, non vedo l’ora di fare una bella cena in famiglia e di festeggiare con gli amici”.
Quando lo contattiamo, Dario è in Mongolia e si trova sul sedile posteriore di una Prius, nel deserto del Gobi. Davanti a lui ci sono ancora la Cina, il Pakistan e infine l’India. Alle spalle, invece, circa 14 mila chilometri percorsi in autostop, un cammino in Armenia e una lunga sequenza di incontri con persone che, fino a poche ore prima, erano perfetti sconosciuti.
La destinazione, però, è ancora lontana. E forse è proprio questo il senso del viaggio: avere una meta senza sapere esattamente cosa ci sarà nel mezzo. Buon proseguimento Dario ti aspettiamo in redazione!
Chi vuole seguire Dario Scaioli può farlo su Instagram: https://www.instagram.com/ill_darione/
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