Lecco, petizione sul Bione accende il dibattito su costi e priorità

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Alberto Varni
Alberto Varni

Il promotore Alberto Varni: “Il Bione deve restare un luogo per i ragazzi, non un centro commerciale dello sport”

LECCO – Negli ultimi giorni la petizione sul futuro del Centro sportivo del Bione attivata da Alberto Varni sulla piattaforma change.org dal titolo “Il Bione è dei ragazzi. Non di chi lo compra”, sta animando il dibattito in città. L’iniziativa ha superato le 800 firme, segno di un tema che continua a far discutere atleti, dirigenti e cittadini.

Il confronto nasce attorno al progetto di riqualificazione del Bione, un intervento stimato in circa 20 milioni di euro che salirà a 32 quando si dovrà mettere mano all’attuale piscina e al palazzetto presentato nei mesi scorsi in commissione consiliare e destinato a ridisegnare il principale polo sportivo cittadino. Un piano che, secondo i promotori, punta a modernizzare la struttura con nuovi servizi e spazi, ma che allo stesso tempo ha sollevato dubbi e perplessità tra alcune società sportive e tra esponenti dell’opposizione, soprattutto per quanto riguarda costi e priorità degli interventi.

Proprio da queste preoccupazioni nasce la raccolta firme che chiede di fermare l’iter e aprire un confronto pubblico sul futuro del centro sportivo.

Abbiamo quindi rivolto alcune domande al promotore dell’iniziativa per capire quali siano gli obiettivi della petizione e quali proposte concrete immagina per il Bione dei prossimi anni.

Una volta chiusa la raccolta firme che intenzioni hai? Quale sarà il tuo prossimo step?

Prima di rispondere, tengo a precisare una cosa: io non faccio parte di nessun partito e non sono parte attiva nell’amministrazione comunale. Sono uno che guarda le riunioni del Consiglio da casa, su YouTube, e quando vede qualcosa che non va, cerca di dargli voce. Come in questo caso.

Proprio così è nata l’idea della petizione. Ho seguito la commissione consiliare dove sono state invitate le associazioni sportive, e lì ho sentito con le mie orecchie le loro lamentele. Ho ascoltato società di atletica, rugby, basket, pallavolo raccontare le stesse cose: “noi non siamo stati coinvolti”, “questo progetto non risponde ai nostri bisogni”, “rischiamo di perdere spazi essenziali”. Così ho deciso di provare a dare voce a tutto quel malcontento e ho lanciato la petizione.

Detto questo, l’obiettivo è semplice. Primo: consegnare le firme al sindaco. Per ottenere l’attenzione che finora è mancata e per dimostrare che molti cittadini non condividono il progetto, ritenendolo di scarsa utilità pubblica.

Secondo: visto che il Comune è disposto a investire 30 milioni – tramite mutuo e project financing – per riqualificare il Bione, chiediamo di istituire un tavolo di lavoro reale, dove si decidono insieme le linee guida per un progetto che metta al centro l’attività formativa dei ragazzi. Perché quei soldi sono una grande occasione, ma spesi male diventano un disastro.

Non vogliamo solo dire “no”. Vogliamo dire cosa fare al posto di quel progetto lì.

Intanto stiamo crescendo. Il consenso aumenta ogni giorno e l’appoggio delle società sportive del territorio si allarga, quelle direttamente coinvolte e quelle che il Bione lo vivono da ospiti. Tutte stanno capendo che questa non è una semplice opposizione, ma un’idea costruttiva per il futuro del Bione.

Se non ci ascoltano? Beh, allora si vedrà. Intanto andiamo avanti sempre più convinti.

Nella petizione si chiede la sospensione dell’iter e l’apertura di un tavolo pubblico. Chi dovrebbe farne parte, secondo te, e con quali obiettivi concreti?

Per me è semplice: al tavolo si devono sedere le società sportive, gli utenti del Bione e le associazioni di cittadini. Sono loro che rappresentano e danno senso al Bione.

Perché sono le società che ogni giorno raccolgono le esigenze dei loro soci, dei genitori, dei ragazzi, degli allenatori. Sanno cosa serve, cosa manca, cosa funziona. Poi certamente anche tutti i cittadini che avessero proposte vanno ascoltati, perché il Bione è un bene di tutti.

L’obiettivo? Uno solo: riscrivere il progetto insieme, partendo da ciò che serve davvero a chi quegli spazi li usa e con un occhio agli interessi economici del Comune non del privato.

Oggi il progetto mette al centro ristorante, padel e piscine ludiche. Noi vogliamo un progetto che metta al centro le società sportive. Perché sono loro che educano i ragazzi. E il Bione non può diventare un centro commerciale dello sport.

Molti interventi di riqualificazione degli impianti sportivi oggi prevedono forme di gestione mista pubblico-privato. Quale modello gestionale ritieni sia più adatto per il Bione?

Non ho nulla contro i privati, sia chiaro, né contro il partenariato. Purché sia una sinergia reale e non sbilanciata verso gli interessi del privato.

Nel progetto attuale i privati mettono poco più di un milione e il comune oltre 30, e i privati si tengono – a un canone irrisorio – attività molto redditizie: ristorante, padel, piscine, beach volley. Attività che generano incassi. Senza nessuna certezza che tutte le aree non interessate dal progetto – una su tutte la pista di atletica – abbiano miglioramenti neppure in futuro. Non mi sembra un grande affare per la città.

Io immagino un modello diverso: il pubblico deve tenersi la regia di ciò che è educativo. Campi, piste, palestre devono restare sotto il controllo della città. I privati possono fare la loro parte offrendo servizi utili: un bar, un piccolo ristoro, magari un punto fitness accessorio. Attività che stanno intorno allo sport, non che lo sostituiscono. I privati al servizio delle società, insomma, non il contrario. Perché altrimenti, tra dieci anni, al Bione trovi gente che fa padel e prende l’aperitivo, e i ragazzi a fare atletica chissà dove.

Quanto al modello gestionale, non ho la ricetta in tasca: va costruita insieme, al tavolo di lavoro che chiediamo. Ma una strada potrebbe essere una fondazione con Comune e società sportive. L’importante è che la regia pubblica resti salda. E che la regola sia chiara: l’educazione prima del business. Sempre.

Per quanto riguarda il rettilineo indoor di atletica leggera, inaugurato nell’ottobre del 2024 finanziato con soldi regionali (per 2 milioni di euro) e dal Comune (per 390mila euro) come dovrebbe essere valorizzato o eventualmente ripensato?

Te lo dico chiaro: questa è la parte che mi fa più arrabbiare di tutta la storia.

Due milioni e trecentonovantamila euro. Soldi pubblici, nostri. Inaugurato nell’ottobre del 2024. E oggi gli atleti lecchesi, d’inverno, sono costretti ad andare ad allenarsi a Bergamo!

Il motivo è semplice e scandaloso insieme. La struttura non è riscaldata.

Il primo passo, quello fondamentale, è riscaldare quel rettilineo. Non servono progetti faraonici, non servono nuovi finanziamenti impossibili. Serve una cosa sola: rendere fruibile quello che abbiamo già pagato.

Prima di parlare di nuovi progetti, di padel e ristoranti, l’amministrazione dovrebbe spiegare alla città perché abbiamo speso due milioni e passa per un’opera che oggi non può essere usata. Dovrebbe mettere mano al portafogli per riscaldarla e restituirla ai nostri atleti.

Due milioni per un gioiello inutilizzato. Questa non è riqualificazione, è uno spreco.

Nel progetto discusso dal Comune si prevede anche l’introduzione di nuovi servizi come piscina, fitness e ristorazione. In linea generale sei contrario a questo tipo di offerta oppure ritieni che debba essere inserita con modalità diverse? Quali?

Non sono contrario ai servizi in linea di principio. Ma bisogna capire quali servizi servono davvero a una città come Lecco.

Partiamo dalla piscina. Nel progetto si parla di tre piscine. Tre. Io mi chiedo: perché tre? Tutto lascia pensare a un servizio pensato per il divertimento, per il tempo libero, non per lo sport. In un capoluogo di provincia serve una piscina seria, magari olimpionica, in grado di ospitare nuoto agonistico e pallanuoto. Affiancata da una vasca più piccola per il recupero infortuni e le attività propedeutiche per gli atleti. Non tre vasche per fare i bagnetti.

Sulla ristorazione: ben venga un punto dove mangiare, ma non un ristorante da 200 posti. Servirebbero un bar e un ristoro semplice per pubblico e atleti. Magari un piccolo negozio per il noleggio articoli sportivi. Roba utile, vissuta tutti i giorni.

Il fitness proprio non lo capisco. La città è piena di strutture private, ottimi centri, ognuno specializzato in discipline diverse. Perché dovrebbe gestirli il Comune? Se proprio vogliamo essere utili, creiamo spazi per gli allenamenti di forza a disposizione degli atleti. Sale pesi condivise tra i vari sport, dove i ragazzi possono prepararsi come si deve. Quelle servono, non l’ennesima palestra commerciale.

E poi c’è una cosa che nel progetto attuale viene cancellata e per me è gravissimo: la Clubhouse del rugby. Per chi non lo sapesse, la Clubhouse è il luogo del “terzo tempo”, quel momento dopo la partita dove si sta insieme, si commenta, si impara il rispetto per l’avversario. È un pezzo di educazione fondamentale.

E il Rugby Lecco si è già detto disponibile a metterla a disposizione di tutti gli altri sport. Per riunioni tecniche, per visionare filmati, per attività educative con i ragazzi. Una risorsa per tutta la comunità sportiva, non solo per una disciplina. E loro vogliono cancellarla.

Prima si mettono a posto le cose serie. La pista, i campi, gli spogliatoi, le tribune. E la Clubhouse, che è roba da tenersi stretta. Quelle sono priorità. Poi, se avanzano soldi e spazio, si valutano gli altri servizi.

Insomma, i servizi vanno bene, ma integrati, non invasivi. E soprattutto senza rubare un metro quadrato a chi ogni giorno forma i nostri ragazzi.

Che tipo di riscontro stai ricevendo dalla cittadinanza e dal mondo sportivo lecchese? La petizione sta raccogliendo adesioni trasversali tra le diverse discipline?

Guarda, il riscontro è stato sorprendente. In pochi giorni abbiamo superato le 800 firme solo col passaparola. Questo vuol dire che il tema tocca le persone.

La cosa bella è che le adesioni sono trasversali. Firmano sportivi, certo, ma anche tanta gente comune che al Bione non lo frequenta ma capisce l’importanza che ha per la città.

Ricevo anche messaggi in privato. Atleti, persone che hanno lavorato al Bione agli albori, quando era gestito dal Comune, dirigenti sportivi, qualcuno che ha seguito la vicenda da vicino. Messaggi di sostegno, di chi dice “vai avanti” ma magari per varie ragioni preferisce non esporsi pubblicamente.

Sono segnali che dimostrano quanto la sensibilità sul tema sia diffusa e che, al di là delle posizioni pubbliche, tanta gente segua con attenzione quello che sta accadendo.

E visto che ci siamo, voglio fare un ringraziamento speciale a Lorella Cesana, consigliera comunale a Lecco. Sin dal primo momento non ha esitato a sostenermi e mi sarà di prezioso aiuto nelle prossime fasi, quando presenteremo la petizione agli amministratori. Avere qualcuno che crede che le posizioni delle associazioni sportive e degli utenti del Bione debbano essere il faro che guida ogni scelta, ecco, questo fa la differenza.

C’è un modello di centro sportivo – magari in altre città – che ritieni possa rappresentare un riferimento per il futuro del Bione?

Sicuramente il “Centro Sportivo Mario Giuriati” di Milano. Perché è l’esempio perfetto di come si possa riqualificare un impianto storico senza snaturarlo e con l’aiuto di enti privati che già sul nostro territorio potrebbero avere interesse a intervenire, come Politecnico e Acinque che già aveva formulato una proposta rimasta inascoltata.

Il Giuriati è del 1929, di proprietà del Comune di Milano, ma dal 2008 è gestito dal Politecnico. Con l’ultima riqualificazione, conclusa nel 2021, hanno fatto esattamente quello che chiediamo per il Bione.

Hanno mantenuto e migliorato il cuore sportivo vero: pista di atletica, campo da rugby, campi da basket, tutto quello che serve all’attività agonistica e formativa. E poi, intorno, hanno aggiunto i servizi utili: un centro servizi nuovo, un bar, aree per il fitness, e sì, anche qualche campo da padel. Ma attenzione, il padel è arrivato DOPO, come completamento, non come sostituzione. Non hanno tolto un metro allo sport agonistico per metterci i campetti alla moda.

Il risultato? Oggi il Giuriati è un impianto da 36.000 metri quadrati dove si praticano 12 sport, aperto agli studenti del Politecnico ma anche a tutti i cittadini. Le società sportive continuano a lavorare, i ragazzi si allenano, e intorno ci sono i servizi che servono. E la regia è rimasta pubblica, con una gestione affidata a un soggetto qualificato come l’università.

Ecco, questo per me è il modello da studiare. Un impianto che rispetta la sua storia e la sua funzione educativa, ma che si adatta ai tempi senza svendersi. Proprio quello che dovremmo fare noi al Bione.

Prima di salutarvi, volevo aggiungere un aspetto importantissimo: il destino dell’attuale palazzetto.

Perché nel progetto attuale del palazzetto non si parla. Come se non esistesse. E invece esiste, eccome. Ed è in condizioni fatiscenti, inadeguato per le squadre che ci giocano.

Parliamo della Picco Lecco, che è una realtà consolidata della pallavolo. Parliamo del Basket Lecco, che lavora con centinaia di ragazzi. Se domani facessero un salto di categoria – e auguriamoglielo – si ritroverebbero senza un impianto omologato. Le federazioni sono severissime su queste cose, e giustamente.

Il paradosso è questo: spendiamo 30 milioni per fare il nuovo, e intanto il vecchio – che è ancora utilizzato tutti i giorni – lo lasciamo marcire. E tra qualche anno ci ritroveremmo con una cattedrale allo sfascio a fianco del nuovo centro commerciale dello sport. Roba da matti.

Se proprio vogliamo ragionare da grandi, l’unica strada sensata è integrare. O si ristruttura il palazzetto esistente, o si demolisce e se ne fa uno nuovo al suo posto. Ma non si può pensare di costruire accanto e lasciare lì un rudere. Non ha senso, non è economia, non è rispetto per chi ci gioca.

Il palazzetto non è un optional. È il cuore di basket e volley. E se lo dimenticano, vuol dire che non hanno capito niente di cosa serve davvero a questa città.

Detto questo, grazie a Lorenzo e a Lecco Notizie per lo spazio. E grazie a tutti quelli che stanno firmando, condividendo e sostenendo. Il Bione è dei ragazzi. Non di chi lo compra. Continuiamo così.


www.change.org/BioneAlloSport