All’Officina Badoni l’incontro conclusivo della prima edizione provinciale del progetto. 35 ragazzi a contatto diretto con soccorso, forze dell’ordine e istituzioni
Ha mostrato ai giovani il volto reale del sistema sicurezza-emergenza: “Un’esperienza senza filtri che cambia lo sguardo”
LECCO – “Mi ha convinto ancora di più a scegliere l’ambito sanitario per il mio futuro”. “Dall’altra parte ci sono persone che sono come noi alla fine”. “Dietro quelle maschere che le autorità devono assumere ci sono persone umane”. Sono alcune delle parole più forti emerse ieri pomeriggio, lunedì, all’Officina Badoni di Lecco, dove si è tenuto l’incontro conclusivo della prima edizione lecchese di On the Road, progetto educativo di rilievo nazionale che per una settimana ha portato 35 ragazzi dentro il cuore operativo del sistema della sicurezza, del soccorso e della gestione delle emergenze.
Un percorso intenso, sviluppato dal 23 al 29 marzo, che ha coinvolto giovani over 16 provenienti da Lecco, Ballabio, Bellano, Colico, Lierna, Mandello del Lario, Monticello Brianza e Valvarrone. A livello territoriale il progetto è stato coordinato dalla Prefettura di Lecco, con il coinvolgimento delle Polizie Locali, della Polizia di Stato, dell’Arma dei Carabinieri, della Guardia di Finanza, anche con il Reparto Operativo Aeronavale di Como, della Polizia Provinciale, della Procura della Repubblica, di AREU 118, ASST Lecco, Provincia di Lecco e Ufficio Scolastico Territoriale.

Accanto alle istituzioni un ruolo decisivo lo hanno avuto anche le scuole del territorio, da Casa degli Angeli agli istituti Fiocchi, Bertacchi, Grassi, Bachelet, Lorenzo Rota, Marco Polo, Parini, Medardo Rosso e Manzoni, che hanno permesso di collegare l’esperienza ai percorsi formativi di educazione civica e scuola-lavoro. Il progetto è promosso dall’Associazione Ragazzi On The Road APS, attiva da 19 anni e capace, nel tempo, di coinvolgere oltre 1.500 giovani in tutta Italia.
Un’esperienza “senza filtri”
A colpire più di tutto, ascoltando i ragazzi, è stato il carattere reale dell’esperienza. Nessuna simulazione, nessuna attività “costruita” per impressionare, ma un ingresso diretto nei turni, nei controlli, negli interventi, nella quotidianità di chi lavora sul campo.
Una ragazza lo ha spiegato con chiarezza: “Tu arrivavi lì e non c’erano filtri. Tu eri lì, accompagnavi, venivi accompagnato, ma non era qualcosa fatto solamente per te: erano i loro giri, tu li osservavi e imparavi. Non era qualcosa di finto, era qualcosa di vero a cui potevi assistere”.
Un altro partecipante ha parlato di “esperienza completamente diversa” rispetto all’idea iniziale, ammettendo di essere partito da una prospettiva sbagliata. E proprio il superamento dei pregiudizi è stato uno dei temi più forti dell’intero pomeriggio.
Per molti ragazzi il contatto con il mondo del soccorso e della sanità è stato il momento più intenso. Una studentessa ha raccontato di essere rimasta colpita dalla possibilità di salire in ambulanza con i soccorritori e di vedere da vicino la gestione di situazioni molto diverse: “Dalla casa di riposo dove c’è una persona anziana che necessita di un trasporto d’urgenza in ospedale, a una persona che in mezzo alla strada sente un malore al petto e ha bisogno di medici il prima possibile”. Quello che più l’ha sorpresa è stato il modo di porsi degli operatori: “La loro premura e la loro rapidità verso queste persone è quello che mi ha stupito di più e che mi ha convinto ancora di più a scegliere l’ambito sanitario per il mio futuro”.

Un altro ragazzo ha spiegato di essersi reso conto, grazie al turno in ambulanza e in ospedale, di quanto spesso si dimentichi la fortuna della normalità: “Mi sono reso conto di quanto io sia fortunato, perché c’è veramente gente che sta male. Io magari mi sveglio la mattina e mi lamento per qualsiasi cosa”.
Per un altro giovane, l’esperienza in ambulanza è stata così forte da fargli decidere di iscriversi come volontario. E ancora, una ragazza ha raccontato che la settimana le ha persino fatto superare una paura personale: “Prima avevo paura proprio dell’ambulanza e, dopo questa esperienza, ho capito che tante paure si possono superare”.
C’è poi chi, pur essendo minorenne e non potendo prendere parte all’emergenza vera e propria, ha trovato enorme valore anche nei servizi secondari, nel contatto con gli anziani, nel trasporto verso esami e visite. “Forse l’esperienza che mi ha fatta sentire più vicino alle altre persone è stata quella mattinata in cui ho accompagnato alcuni signori anziani a fare delle analisi. Mi ha fatto capire come anche solo quattro ore del tuo tempo possono aiutare la vita di un’altra persona”, ha detto una ragazza.
Il lato umano delle divise
Se c’è un’espressione che ha attraversato quasi tutti gli interventi dei ragazzi è quella relativa al lato umano di chi indossa una divisa. “Ho capito che dall’altra parte ci sono delle persone che sono alla fine come noi, che ridono e scherzano anche quando sono nel turno, ma che sanno al momento giusto tornare seri”, ha spiegato Lorenzo, 18 anni, di Lecco.
Michele, anche lui diciottenne, ha insistito sullo stesso punto: “Dietro quelle maschere che le autorità devono assumere ci sono persone umane, persone come noi. Rapportarmi con loro e avere del tempo con loro per confrontarmi è stata veramente la parte più bella del progetto”.

Ayrton, da Ballabio, ha sintetizzato così la lezione portata a casa: “La polizia o i carabinieri sono come noi, hanno sentimenti e vanno visti con occhi diversi”.
Un’altra ragazza ha raccontato di essere partita con forti pregiudizi, anche per episodi personali di discriminazione, ma di aver cambiato idea proprio ascoltando alcune frasi durante un controllo: “Mi ha fatto capire che sì, a volte esistono i pregiudizi, ma come molte persone non ne abbiano, e non è giusto che io abbia pregiudizi nei confronti della polizia”.
Ancora più diretto un altro ragazzo, che ha voluto mettere a confronto ciò che si vede sui social e ciò che ha toccato con mano: “Nel mondo dei social a volte si dice che la polizia siano degli sbirri, infami… ma è completamente diversa la realtà, nella maggior parte dei casi“. Una frase accolta con particolare attenzione dalle istituzioni presenti, proprio perché restituisce il senso profondo del progetto.

La fatica, l’impatto emotivo, i momenti più difficili
Non è stata però una settimana fatta solo di entusiasmo. Alcuni ragazzi hanno raccontato anche le fatiche e l’impatto emotivo del vedere da vicino il dolore, la fragilità, la morte.
Un partecipante ha ricordato un intervento in ambulanza particolarmente duro, nel quale si è trovato davanti a una famiglia in lutto: “Mi sono reso conto di quanto sono fortunato e, finito l’intervento, ho subito mandato un messaggio a mia madre e mio padre scrivendogli che gli volevo tantissimo bene”. Un altro ha detto che l’esperienza gli ha fatto capire quanto certi lavori non siano solo tecnici, ma comportino un carico umano continuo, spesso invisibile a chi guarda da fuori.
C’è anche chi ha raccontato difficoltà più pratiche: alcuni momenti vissuti in autonomia, senza altri ragazzi accanto, che inizialmente hanno creato un po’ di disagio. Ma persino questo aspetto, in molti casi, si è trasformato in occasione di crescita, di adattamento, di maggiore confronto diretto con gli operatori.

Dalla Prefettura al tribunale: scoprire ciò che normalmente non si vede
Molto apprezzate sono state anche le esperienze meno “visibili”, quelle lontane dalla strada ma fondamentali per il funzionamento del sistema.
Jacopo ha raccontato quanto sia stato interessante entrare negli uffici della Prefettura, vedere da vicino i meccanismi dell’anagrafe, delle elezioni, dei procedimenti amministrativi: “Ci hanno spiegato tutto nel minimo dettaglio ed è stato molto interessante entrare negli uffici che si occupano delle elezioni e dei referendum”.
Asia, invece, ha definito l’esperienza con la Procura come la più bella in assoluto: “Ho assistito a un processo in aula ed è stata l’esperienza più bella”.
Filippo, da Lierna, ha ricordato con particolare interesse la visita al Manzoni, dove gli è stato spiegato il funzionamento del pronto soccorso e dei codici di priorità, e il passaggio in Questura, con un focus sulla polizia scientifica: “È stato molto interessante vedere le tecnologie, il pennello magnetico, la macchina che prende le impronte digitali… si capisce quanta organizzazione e competenza ci siano dietro”.
Sul lago con la Guardia di Finanza, in strada con la Polizia Locale
Tra i momenti vissuti più sorprendenti c’è stato quello sul lago con la Guardia di Finanza, a bordo delle motovedette. Un ragazzo ha ricordato i controlli reali effettuati sulle imbarcazioni e il fatto di aver scoperto un mondo quasi sconosciuto ai più. Dall’altra parte, i rappresentanti del reparto aeronavale hanno sottolineato quanto sia stato importante poter raccontare ai ragazzi un servizio spesso poco conosciuto ma essenziale, svolto in condizioni non sempre facili.
Molto forti anche le testimonianze legate alla Polizia Locale. C’è chi ha potuto vedere da vicino i controlli, chi ha assistito ai posti di blocco, chi ha perfino provato strumenti come il pretest dell’etilometro. Una ragazza ha detto di essere rimasta sorpresa dal lavoro svolto in Comune e dalla quantità di cose che vengono gestite in un solo pomeriggio. Un’altra ha sottolineato quanto sia stato utile capire che il rispetto delle regole non è un concetto astratto, ma qualcosa che tutela concretamente la vita delle persone.

Su questo punto è intervenuto in modo molto lucido anche uno dei ragazzi: “Le regole sono importanti ma, come il codice della strada, ti salvano se sono accompagnate dal senso civico. Non si sta giocando quando si guida, metti a rischio la tua vita e soprattutto quella degli altri”.
Le istituzioni: “Avete cambiato anche il nostro sguardo”
Il pomeriggio all’Officina Badoni non è stato solo il racconto dei ragazzi. Le istituzioni presenti hanno voluto sottolineare con forza il valore dell’esperienza, spiegando che On the Road non ha arricchito soltanto i giovani, ma anche chi li ha accolti.
Il comandante della Polizia Locale di Colico, Edoardo Di Cesare, ha ammesso di aver guardato inizialmente il progetto con un certo scetticismo, salvo poi ricredersi: “Questo progetto ha dato tanto anche a noi. È stato un momento per riflettere sul nostro lavoro e quindi sono io a dire grazie a voi”.
Sulla stessa linea il comandante della Polizia Provinciale, Gerolamo Quadrio che ha raccontato di essere rimasto colpito dalla curiosità dei ragazzi, soprattutto davanti a competenze poco note come quelle legate alla fauna selvatica, al patrimonio indisponibile dello Stato e alla tutela ambientale.
Anche Mario Cerino, responsabile Areu Lecco, ha parlato di un ritorno molto positivo da parte delle associazioni e del personale sanitario, sottolineando che il corso di BLSD svolto dai ragazzi rappresenta già di per sé un risultato concreto: “Avete fatto un corso che permette di far sopravvivere le persone in caso di arresto cardiaco. Speriamo non vi capiti mai, ma se dovesse succedere voi siete pronti”.

Tra gli interventi più forti, quello del Questore di Lecco Stefania Marrazzo, che ha colto subito il senso di parole come “maschera” e “sbirri”, usate da alcuni ragazzi nei loro racconti. “Questo significa che eravate un po’ prevenuti, un po’ prevenuti non per colpa vostra ma per quello che magari vi viene raccontato sui social. Vi siete ricreduti, e questa è una grandissima cosa: avete capito che non siamo quelli che vi raccontano, siamo un’altra cosa, siamo uguali a voi ma persone più grandi che hanno fatto certe scelte di vita”. Il Questore ha poi insistito sull’idea del contagio positivo: “Portate questa esperienza, raccontatela, perché questo è l’unico modo per far capire veramente come stanno le cose”.
La vicesindaca di Lecco Simona Piazza ha affidato la propria riflessione a due parole: reciprocità e futuro. “Voi avete fatto sicuramente un servizio alla comunità che vi ha arricchito, ma anche noi siamo stati arricchiti da voi, perché nell’incontro con l’altro cambia lo sguardo”, ha detto. E ancora: “Avete fatto un’esperienza di cittadinanza attiva. Tante volte se ne parla nelle istituzioni, poche volte riusciamo davvero a dare questi spazi”.

Parole in linea con quelle del sindaco di Bellano Antonio Rusconi, che ha sottolineato quanto sia stato importante per i ragazzi vedere che dietro il Comune e le istituzioni non ci sono palazzi astratti, ma persone normali che fanno il loro dovere.
A tirare le fila dell’intero progetto è stato il Prefetto di Lecco Paolo Ponta, che ha ribadito la convinzione con cui la Prefettura ha scelto di avviare questa esperienza a Lecco. “Abbiamo creduto fin dall’inizio al valore dell’educazione, che non è riempire la testa di nozioni, ma tirare fuori il meglio di ciascuno”, ha detto. E ha poi aggiunto: “Voi avete fatto un’esperienza senza filtri. I filtri sono i social, sono i cattivi maestri, sono le rappresentazioni sbagliate della realtà. Voi invece la realtà l’avete toccata con mano”.
Il prefetto ha sottolineato che, accanto ai concetti appresi, la vera conquista della settimana è stata la nascita di consapevolezza: capire come funzionano Prefettura, Questura, forze dell’ordine, sanità e sistema dei soccorsi, ma soprattutto interiorizzare il senso delle regole, della legalità e del servizio. “Siete stati contagiati da un contagio positivo – ha detto -. E adesso dovete essere voi a contagiare altri ragazzi, raccontando quello che avete visto davvero”.

Un progetto che non finisce qui
Il presidente dell’associazione Egidio Provenzi ha definito l’esperienza un momento in cui si è visto il vero senso di On the Road: “I ragazzi non si sono limitati a osservare, ma hanno vissuto in prima persona la realtà. È proprio questa esperienza diretta che genera consapevolezza”.
E la storia, in effetti, non si chiude qui. Ai partecipanti è stata proposta la possibilità di proseguire il percorso diventando staff e tutor delle future edizioni. Molti hanno detto apertamente di voler continuare. Altri hanno scoperto una possibile vocazione professionale: nel soccorso, nella sanità, nelle forze dell’ordine, nella protezione dei cittadini.
Lo stesso prefetto ha annunciato un possibile nuovo sviluppo già nei prossimi mesi, con il coinvolgimento dei ragazzi in occasione del Nameless, per mostrare loro cosa significhi il coordinamento tra tutte le componenti del sistema sicurezza.

La prima edizione lecchese di On the Road si chiude così con una certezza: non ha soltanto mostrato ai ragazzi il volto reale delle istituzioni. Ha insegnato che dietro ogni divisa, ogni volante, ogni ufficio, ogni sirena, ci sono persone, responsabilità, scelte. E ha ricordato a tutti che, per capire davvero il mondo, a volte bisogna semplicemente entrarci dentro.



RADIO LECCOCITTÁ CONTINENTAL




































