La cerimonia davanti alle sedi di Cgil e Cisl per ricordare l’operaio antifascista deportato a Mauthausen-Gusen
“La mitezza come forma di resistenza, ora e sempre”
LECCO – “Non riesco a esprimere la gioia che ho provato in quel momento; tuttavia è stata una gioia durata pochissimo.” Pino Galbani descriveva così la liberazione dal lager. Parole che risuonano ancora, ottant’anni dopo, in una piazza di Lecco che da oggi porta il suo nome.
La cerimonia di intitolazione – promossa da CGIL Lecco, CISL Monza Brianza Lecco, ANPI e Comune di Lecco – si è aperta con i saluti alle autorità presenti: il sindaco di Lecco Mauro Gattinoni, il prefetto Paolo Ponta, una rappresentante della Questura, la vicepresidente provinciale ANPI Patrizia Milani, insieme ai rappresentanti delle organizzazioni sindacali e delle associazioni cittadine.

“Ci ritroviamo oggi per un momento importante per la nostra città – hanno detto i promotori in apertura di cerimonia -. L’intitolazione di questo piazzale a Pino Galbani non rappresenta per noi soltanto un gesto simbolico, ma la volontà di custodire una memoria che continua a parlarci ancora oggi”. Non a caso il luogo scelto è quello davanti alle sedi sindacali: “La storia di Galbani – hanno sottolineato – parla anche del coraggio delle lavoratrici e dei lavoratori che si opposero alla dittatura fascista”.

Prima degli interventi delle autorità presenti, la piazza si è fermata davanti alle immagini di un cortometraggio sulla vita e la testimonianza di Pino Galbani.
Nel filmato, Galbani racconta: “Volevamo scioperare per porre fine alla guerra e per chiedere anche un aumento della paga, per comprare i beni di necessità.” La risposta del regime fu immediata e brutale: le Brigate Nere, armate, irruppero nei reparti e costrinsero gli operai a uscire sul piazzale dello stabilimento per identificare i responsabili dell’agitazione. Alcuni furono legati con una corda e fatti sfilare per le vie di Lecco “come se fossero dei delinquenti” ricorda Pino prima di essere trasferiti a Como.
Ma sono le parole sulla liberazione quelle che restano più impresse, sospese tra gioia e dolore: “Grida di libertà. Non riesco a esprimere la gioia che ho provato in quel momento; tuttavia è stata una gioia durata pochissimo, perché a questo sentimento si è sovrapposto quello del dolore: cercavi i tuoi compagni, ma non c’era nessuno. Mi sono trovato disperatamente solo”.

Contro la tentazione della vendetta (“l’odio che avevamo ingoiato stava esplodendo”) Galbani racconta di aver lottato con se stesso: “Il sentirmi libero mi appagava di tutte le sofferenze che avevo patito. Non mi sono fatto trascinare”. E poi il ritorno a casa, la gioia dei familiari, e il peso di chi sopravvive: “Tantissime persone mi chiedevano dei loro cari. Noi sopravvissuti ci sentivamo quasi in colpa di esserlo”. Al termine del filmato, la piazza ha applaudito a lungo. In piedi.
La parola è poi passata a Fabio Gerosa, segretario generale CGIL Lecco, che ha aperto con una frase precisa: “Compagni e compagne, lavoratrici e lavoratori. Non una formula di rito – ha spiegato – ma un richiamo a qualcosa di più profondo. Un legame che supera ogni divisione, la condivisione del pane e di questa esistenza terrena, una fratellanza che dovrebbe renderci un collettivo unito negli intenti, specialmente in un tempo frammentato come quello che stiamo vivendo”.
“Inaugurare questa piazza – ha detto Gerosa – non è una celebrazione del passato: è un atto che chiama al presente. Con gli occhi di Pino, a distanza di 80 anni, vediamo riemergere ombre che credevamo scomparse. Un monito contro chi guarda a quegli anni con un’enfasi pericolosa, contro chi parla di guerra con leggerezza, quasi con entusiasmo senza averne mai conosciuto il terrore. L’oblio è il rischio più grande che corriamo: dimenticare significa porsi automaticamente nella condizione di riperpetuare simili errori”.

Da qui l’appello all’unità: “Siamo tutti chiamati a un’unità che non è uniformità, ma rispetto reciproco e pacificazione. Dobbiamo riscoprire il valore della persona in quanto portatrice di ricchezza e di valore intrinseco”.
Poi, nel finale, tre dediche distinte: “Ai familiari di Pino: Grazie per averci prestato questo uomo straordinario. Alle lavoratrici e ai lavoratori: guardate a questo nome quando la fatica sembra troppo, quando i diritti sembrano vacillare. Alle pensionate e ai pensionati: siate testimoni di questo passaggio di testimone, affinché il nichilismo non divori la speranza dei nostri nipoti. Da oggi questa non è solo una piazza, èil cuore pulsante della nostra memoria e la bussola per il nostro futuro. Grazie Pino, per aver camminato per noi. Oggi camminiamo con te”.
“La figura di Pino Galbani è un patrimonio per tutti i democratici di Lecco e dell’intero territorio”: con queste parole Mirco Scaccabarozzi, segretario generale CISL Lecco, ha cominciato il suo intervento, ricordando come l’idea dell’intitolazione sia nata dall’amico Diego Riva e sia stata sostenuta con forza da entrambe le organizzazioni sindacali e dall’amministrazione comunale.
“Non è semplice ricordo, è una virtù civile. È il presente che deve saper generare dal suo interno il proprio passato. A chi ritiene superflui questi momenti, ha risposto con Primo Levi ‘Ricorda che questo è stato’. Le guerre in corso, l’assalto alla sede sindacale di Roma sono segnali che tenere alta la guardia antifascista resta un impegno per tutti i sinceri democratici”.

Citando Umberto Eco, ha ricordato che il fascismo eterno sopravvive in abitudini culturali “ancora intorno a noi.” E ha respinto ogni equiparazione tra chi combatté per Salò e chi, come Pino, resistette pagando con la propria vita: “La pietas per tutti. Ma l’omologazione delle ragioni non sarà mai possibile. Contro l’indifferenza, contro ogni forma di fascismo, contro la violenza. Ora e sempre resistenza”.
Il sindaco Mauro Gattinoni ha inquadrato l’intitolazione dentro un progetto più ampio: restituire agli spazi pubblici una memoria che non sia “esercizio retorico, ma un dovere, un lavoro. Oggi diremmo facilmente che tutti siamo antifascisti, è scritto nella Costituzione. Nel ’43 era dura dirsi antifascista. Era dura, e lui l’ha pagata. Nelle parole ‘operaio antifascista’ sta l’articolo 1 della Costituzione: “La Repubblica democratica fondata sul lavoro, in quanto democratica è antifascista, in quanto operaio è lavoratore. A 100 anni dalla nascita di Pino Galbani, a 10 anni dalla sua morte, Lecco gli rende il doveroso omaggio con un atto che guarda al futuro, alla nostra convivenza civile, a un grande esempio di uomo”.

La cerimonia è stata poi interrotta per alcuni minuti poiché una persona si è sentita male ed è stata chiamata l’ambulanza. Negli stessi minuti sono giunti gli agenti della Polizia Locale che hanno multato alcune delle macchine dei partecipanti alla cerimonia che erano parcheggiate in divieto di sosta.
La mattinata è però continuata con l’intervento del Prefetto Paolo Ponta che ha detto di non aver avuto la fortuna di conoscere Pino Galbani di persona, “ma è come se l’avessi conosciuto attraverso le sue parole scritte, la testimonianza nel filmato, la mostra allestita in piazza. Pino aveva 17 anni e mezzo quando fu deportato, era stato un Balilla, indottrinato fin da piccolo con i valori del regime. Eppure ha saputo non chinare la testa, ha saputo seguire la sua retta coscienza, ha saputo optare per quello che riteneva giusto, non curandosi delle conseguenze”.

La vicepresidente provinciale ANPI Patrizia Milani ha offerto la cornice storica della giornata, ricordando come quello che accadde nelle fabbriche italiane durante l’occupazione nazifascista “non abbia avuto uguali in Europa”: in nessun paese occupato si registrò uno sciopero generale di quella portata politica.
“La classe operaia – ha spiegato – fu il gruppo sociale con maggiore coesione interna: nelle fabbriche lavoravano gli antifascisti della prima ora, che avevano già organizzato comitati sindacali clandestini. Le lotte operaie hanno anticipato la Resistenza, hanno creato la base di massa della Resistenza e poi l’hanno costantemente accompagnata rafforzandola”.

Il 7 marzo 1944 gli scioperi raggiunsero anche Lecco, alla Rocco Bonaiti e in altre fabbriche. Furono arrestati 31 operai, 26 deportati, tra cui cinque donne. Pino Galbani era tra loro. 19 non tornarono più.
Il momento più atteso è arrivato con la scoperta della targa: il sindaco Gattinoni e il fratello di Pino Galbani hanno svelato insieme la scritta che d’ora in poi darà il nome a questo piazzale. Un gesto semplice, carico di significato.

Il gesto è stato accompagnato con una benedizione che non era rivolta alla pietra, ma alle persone: “Ti chiediamo di benedire gli uomini e le donne che custodiscono la memoria di Galbani e di quanti con il loro sacrificio ci hanno dato la possibilità di vivere in un paese libero e democratico – ha detto il prevosto di Lecco Don Bortolo Uberti -. Una preghiera per chi costruisce la pace, per chi tutela i diritti nei luoghi di lavoro, per i giovani. Dona loro lo stesso spirito, lo stesso coraggio di Pino Galbani, perché il nostro paese possa essere una terra di libertà e di pace per tutti”.

A completare la giornata, una mostra fotografica e documentaristica allestita in piazza ha ripercorso l’intera vita di Pino Galbani: dal lavoro in fabbrica, alla deportazione a Mauthausen-Gusen, fino all’impegno civile degli anni successivi. La mattinata si è chiusa come era iniziata: con un lungo applauso. E con le stesse parole con cui si era aperta, scandite ancora una volta ad alta voce: “Ora e sempre resistenza.”
Non fermarti alle notizie suggerite dall’algoritmo.
Su Google scegli Lecconotizie.com per un’informazione verificata.


RADIO LECCOCITTÁ CONTINENTAL


































