Pronto Soccorso. Cinque operatori aggrediti, dal DG Trivelli per ora solo “massima solidarietà”

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foto archivio

Tre infermieri, un Oss e un tecnico di radiologia aggrediti da un giovanissimo paziente nel pomeriggio di sabato

Come rendere il PS un luogo più sicuro non solo per chi lavora ma anche per gli utenti?

LECCO – Un commento stringato quello del direttore generale di ASST Lecco Marco Trivelli dopo la violenta aggressione avvenuta sabato pomeriggio al Pronto soccorso dell’ospedale Manzoni, dove sono stati coinvolti cinque operatori sanitari. “Massima solidarietà per il personale sanitario aggredito e un ringraziamento a tutti coloro che lavorano in pronto soccorso garantendo un servizio indispensabile”, sono le parole del DG.

Poche righe, dunque, da parte della direzione di ASST Lecco, a fronte di un episodio che ha riportato con forza al centro il tema della sicurezza all’interno del Pronto soccorso, non solo per il personale sanitario ma anche per i pazienti e per tutte le persone che quotidianamente accedono alla struttura.

Uno degli aspetti su cui è inevitabile interrogarsi riguarda la presenza delle forze dell’ordine. Oggi al Pronto soccorso del Manzoni non c’è un presidio continuativo della Polizia. È presente un servizio di guardiania attivo 24 ore su 24, 7 giorni su 7, che, in caso di necessità, provvede a chiamare il 112. È esattamente quanto accaduto sabato pomeriggio, quando la situazione è degenerata e si è reso necessario l’intervento delle forze dell’ordine.

L’aggressione di sabato, con pugni, calci e schiaffi ai danni di cinque operatori e una situazione di forte agitazione proseguita anche nell’area di attesa, avrebbe potuto avere conseguenze ancora più gravi. È una riflessione che appare inevitabile: cosa sarebbe successo se il giovane avesse avuto con sé un coltello, o un altro oggetto con cui poter colpire gli operatori? L’episodio, fortunatamente, non ha avuto conseguenze drammatiche, ma proprio per questo rappresenta un campanello d’allarme. E impone una riflessione sulla sicurezza di chi ogni giorno lavora in Pronto soccorso e, allo stesso tempo, di chi in Pronto soccorso si reca come paziente o accompagna un familiare. C’è infatti anche un’altra conseguenza, forse meno evidente, ma altrettanto importante: quando all’interno del Pronto soccorso si verifica una situazione di questo tipo, il lavoro inevitabilmente si interrompe o rallenta. Le risorse vengono concentrate sulla gestione dell’emergenza e, di conseguenza, l’attività ordinaria subisce ripercussioni. A pagarne le conseguenze sono tutti, a partire da chi in quel momento si trova al Pronto soccorso perché sta male e attende di essere visitato o assistito.

C’è poi un ulteriore aspetto, richiamato anche dal primario del Pronto soccorso Luciano D’Angelo, che riguarda gli spazi e l’organizzazione degli ambienti, a partire dall’accesso al PS, senza un ‘filtro’. L’aggressione di sabato è avvenuta infatti nell’area del triage, mentre il personale infermieristico stava valutando il giovane per poi accompagnarlo alla visita. Tra i due spazi c’è un lungo corridoio ‘scoperto’. Anche la configurazione degli ambienti, quindi, merita una riflessione nell’ottica della prevenzione e della gestione di eventuali situazioni di pericolo.

La sicurezza non riguarda soltanto la presenza delle forze dell’ordine, ma anche la possibilità di progettare e organizzare gli spazi in modo da tutelare gli operatori e consentire un intervento tempestivo in caso di escalation.

Quello di sabato è un episodio che, al di là delle conseguenze immediate, lascia aperta una questione più ampia: come rendere il Pronto soccorso un luogo sicuro per chi ci lavora e per chi vi accede, anche alla luce di episodi di aggressività che, sebbene più frequentemente verbali, sono sempre più parte della quotidianità dell’emergenza-urgenza.

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