L’analisi del geologo Cristian Adamoli: la deformazione gravitativa del Monte Legnoncino è studiata da decenni, ma oggi il cambiamento climatico impone nuove sfide
“Non siamo davanti a una frana improvvisa, ma serve monitorare e progettare il futuro”
COLICO – La sicurezza della galleria Monte Piazzo non dipende soltanto dalle opere ingegneristiche realizzate negli ultimi anni. Alla base di ogni scelta progettuale c’è infatti la conoscenza di un fenomeno geologico tra i più complessi della Lombardia: la deformazione gravitativa profonda del versante del Monte Legnoncino, un enorme movimento della montagna studiato ormai da decenni e che continua ancora oggi a evolversi lentamente.
A spiegare il quadro scientifico è stato il geologo Cristian Adamoli, che da anni si occupa di grandi dissesti idrogeologici, il quale ha voluto innanzitutto sottolineare, durante l’incontro pubblico a Colico incentrato sulla galleria Monte Piazzo, come le conoscenze odierne siano profondamente diverse rispetto a quelle disponibili quando la SS36 venne progettata negli anni Sessanta. “Quando la Statale 36 fu progettata e poi costruita non esistevano gli strumenti che oggi abbiamo a disposizione. Oggi possiamo contare su un patrimonio enorme di dati raccolti attraverso monitoraggi, rilievi satellitari, modellazioni numeriche e studi geologici che consentono di comprendere molto meglio il comportamento del versante”.
Secondo Adamoli, proprio questa enorme mole di informazioni rappresenta oggi la vera differenza rispetto al passato. “Uno studio di fattibilità senza dati sarebbe poco strutturato. Oggi invece il dataset raccolto in questi anni permette alla comunità tecnico-scientifica di definire modelli molto più affidabili e di pianificare gli interventi con una prospettiva di lungo periodo”.

Il fenomeno che interessa il Monte Legnoncino non è infatti una semplice frana localizzata. Si tratta di una gigantesca deformazione gravitativa profonda di versante che coinvolge un’area molto estesa, dalla vetta del monte, posta a circa 1.711 metri di quota, fino al Lago di Como, con un dislivello superiore ai 1.500 metri.
È proprio questa enorme differenza di quota a rappresentare l’energia che alimenta lentamente il movimento dell’intero versante. “La galleria Monte Piazzo è inserita all’interno di questo grande corpo in movimento. È una massa rocciosa con un’energia enorme che esercita continuamente spinte e deformazioni sulle infrastrutture”.
Secondo i dati elaborati da ARPA Lombardia, il versante registra movimenti superficiali medi compresi tra 2 e 3 centimetri all’anno, valori apparentemente ridotti ma significativi considerando le dimensioni della deformazione e la presenza di infrastrutture strategiche come la SS36 e la linea ferroviaria Lecco-Colico.
Uno degli aspetti più importanti emersi durante la serata riguarda però il ruolo svolto dall’acqua, definita dal geologo come il principale motore del fenomeno. Lungo il versante sono infatti presenti numerose fratture, trincee naturali e lineamenti geomorfologici che convogliano l’acqua piovana all’interno dell’ammasso roccioso.
Proprio questa infiltrazione aumenta la pressione interna della montagna e contribuisce ad accelerarne gli spostamenti. “Per noi geologi l’acqua è l’elemento fondamentale. È il motore della frana. Più acqua entra nel corpo di frana, maggiore è la pressione che si sviluppa all’interno dell’ammasso roccioso. Se riusciamo a ridurre l’apporto idrico possiamo contribuire ad abbassare la velocità del movimento”.
Su questo fronte è già stato avviato uno studio finanziato da Regione Lombardia e dalla Comunità Montana Valsassina, Valvarrone, Val d’Esino e Riviera, finalizzato proprio a comprendere quali interventi possano limitare l’infiltrazione delle acque nel versante attraverso sistemi di drenaggio e altre opere di mitigazione.
Un tema che, secondo Adamoli, assume oggi un’importanza ancora maggiore alla luce del cambiamento climatico. Negli ultimi anni il regime delle precipitazioni è infatti profondamente cambiato, con eventi molto più intensi e concentrati rispetto al passato. “Oggi stiamo osservando piogge che fino a pochi anni fa venivano considerate eventi con tempi di ritorno di dieci anni e che invece ormai si verificano con frequenza molto maggiore. Anche la comunità scientifica deve riflettere sull’utilizzo dei vecchi modelli climatici”.
Il cambiamento climatico rappresenta quindi una variabile destinata a incidere direttamente anche sull’evoluzione della frana, rendendo ancora più importante il controllo continuo del versante. Tra gli strumenti oggi disponibili un ruolo centrale è svolto anche dall’interferometria radar satellitare, tecnologia che permette di confrontare immagini acquisite dai satelliti in momenti diversi e misurare spostamenti dell’ordine di pochi millimetri.
Attraverso queste elaborazioni è stato possibile individuare deformazioni anche sugli edifici dell’abitato di Sommafiume, confermando come l’intero versante sia interessato da un lento movimento.
A questi dati si aggiungono le modellazioni numeriche tridimensionali che hanno consentito di individuare con estrema precisione la posizione della galleria Monte Piazzo rispetto alle superfici di taglio della frana. “Le simulazioni confermano che la galleria si trova proprio nella zona dove si concentrano gli sforzi e le deformazioni maggiori. È il motivo per cui negli anni è stato necessario intervenire più volte”.
Proprio la disponibilità di questi strumenti rende oggi possibile una gestione molto diversa rispetto al passato. Adamoli ha infatti sottolineato come il vero salto di qualità sia rappresentato dall’integrazione tra monitoraggi diversi: quelli di Anas, quelli di ARPA Lombardia, quelli di RFI e quelli effettuati dagli enti locali.
L’obiettivo è costruire modelli previsionali sempre più affidabili capaci di individuare eventuali variazioni del comportamento del versante molto prima che possano trasformarsi in criticità.
Durante il dibattito con il pubblico il geologo ha voluto anche rassicurare i cittadini su uno degli aspetti che più preoccupano il territorio: la possibilità di un collasso improvviso della montagna. “Non siamo di fronte a una frana da crollo, che può verificarsi improvvisamente. Questa è una deformazione gravitativa profonda, caratterizzata da movimenti lenti e monitorabili. Attraverso i dati raccolti è possibile costruire modelli previsionali e definire soglie di attenzione che consentono di gestire il rischio”.
Una differenza sostanziale rispetto ai fenomeni di crollo improvviso che in passato hanno interessato altri versanti del territorio.
Proprio per questo motivo Adamoli considera il monitoraggio continuo uno strumento indispensabile non soltanto per controllare l’evoluzione della frana, ma anche per progettare correttamente il futuro della viabilità. “Senza monitoraggio non si fa nulla. Sarebbe impossibile progettare una nuova infrastruttura senza conoscere nel dettaglio la risposta del territorio e del versante”.
Ed è proprio questa la conclusione a cui è giunto il geologo, che ha voluto esprimersi anche come cittadino e profondo conoscitore del territorio. “Le infrastrutture sono il cuore di questo territorio. Se il versante continuerà a deformarsi dovremo capire se sarà sufficiente continuare a intervenire sulla galleria oppure se sarà necessario realizzare una variante di tracciato. Per prendere questa decisione servono dati, studi e monitoraggi sempre più accurati”.
Una visione condivisa anche dagli altri relatori della serata: consolidare ciò che esiste, continuare a osservare la montagna con strumenti sempre più avanzati e, parallelamente, progettare una soluzione definitiva capace di mettere al sicuro, nel lungo periodo, la principale arteria di collegamento tra il Lago di Como, la Valtellina e il resto della Lombardia.
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