Faccia a faccia tra cittadini, sindaci del territorio e ASST Lecco: al centro la perdita del presidio locale e il nuovo modello legato alle Case di Comunità
ASST parla di scelta imposta dalle norme e dal PNRR: “La Guardia Medica non è nata come punto di primo intervento. Importante abituarsi a chiamare il numero 116117”
MANDELLO – “È una scelta obbligata, ma che andava spiegata meglio e governata con più ascolto del territorio”. È questo il senso emerso dall’incontro pubblico che si è svolto ieri sera, mercoledì 1° aprile, al Cineteatro De André di Mandello, convocato per fare chiarezza sulla riorganizzazione della sanità territoriale e sul trasferimento della Guardia Medica a Bellano, di cui tanto si è discusso nelle ultime settimane. La serata, richiesta dai Comuni di Mandello, Abbadia e Lierna, si è trasformata ben presto in un confronto ampio, articolato e spesso molto diretto tra cittadini e vertici di ASST Lecco, chiamati a spiegare un cambiamento percepito da molti come una perdita concreta di presidio sanitario sul territorio.

Ad aprire l’incontro è stato il sindaco di Mandello Riccardo Fasoli, affiancato dai sindaci di Abbadia (Roberto Sergio Azzoni) e Lierna (Simonetta Costantini), che ha subito chiarito la natura del problema: “È un tema che ci ha visti coinvolti in qualità di sindaci dei nostri territori, ma che riguarda la gestione sanitaria di tutto il territorio della provincia lecchese”. Lo stesso primo cittadino ha poi posto uno dei punti che sarebbe tornato più volte nel corso della serata, quello della comunicazione insufficiente verso il territorio: “È una scelta che sicuramente andava comunicata di più, magari sia da parte nostra che da parte dell’azienda, che però è dovuta da un aspetto normativo”.
A ricostruire il quadro generale è stato il direttore generale di ASST Lecco Dott. Marco Trivelli, che ha illustrato le basi della riforma. “Dopo il Covid si è posta l’esigenza di riformare la sanità territoriale – ha spiegato -. Il nostro Paese ha abbinato questa esigenza con l’opportunità del PNRR e ha costruito un piano che poi è diventato vincolante”. Da qui la nascita delle tre strutture cardine del nuovo modello: Case di Comunità, ospedali di comunità e centrali operative territoriali. Il direttore generale ha richiamato in particolare il decreto ministeriale 77, definendolo di fatto il testo di riferimento per chi oggi lavora nella riorganizzazione della sanità. In base a quella normativa, ha chiarito, ogni Casa di Comunità deve avere al proprio interno la Guardia Medica. È proprio questo passaggio ad aver determinato, nel caso del territorio lariano, lo spostamento del servizio a Bellano.
Il punto è stato esposto senza lasciare spazio a equivoci: “Se non ottemperassimo a questa indicazione perentoria, potremmo non avere la certificazione della Casa di Comunità”. E ancora: “Ogni Casa di Comunità che non venga fatta o certificata comporta la perdita di risorse”. La scadenza indicata come decisiva è stata quella del 31 marzo, con successivi passaggi entro giugno e, soprattutto, il termine finale del 31 agosto 2026 per la rendicontazione nazionale degli obiettivi sanitari finanziati con il PNRR.
Il direttore generale ha ricordato che la Lombardia ha previsto circa 200 Case di Comunità, otto nel territorio provinciale lecchese, e che per il distretto che comprende lago e Valsassina le sedi individuate sono Bellano e Introbio. Da qui la necessità di rendere Bellano pienamente conforme ai requisiti richiesti, compresa la presenza della Guardia Medica: “Se non avessimo avuto la firma del certificatore, avremmo perso un milione e mezzo“.

Ma proprio mentre spiegava l’obbligo normativo, Trivelli ha riconosciuto la criticità dell’effetto prodotto su Mandello: “Non ci piace moltissimo, per Mandello, la perdita di questo servizio che aveva una storia lunga”. E ancora: “Aver perso l’affiancamento storico del volontariato è un impoverimento”. Un’ammissione importante, perché ha dato voce anche al sentimento di spaesamento espresso dalla sala. Tra i passaggi centrali della serata c’è stato infatti il richiamo continuo al valore della presenza storica della Guardia Medica a Mandello e alla collaborazione con il Soccorso degli Alpini. Più di un cittadino ha ricordato come quel presidio non fosse percepito soltanto come una sede sanitaria, ma come un luogo di riferimento, un presidio di prossimità, sicurezza e conoscenza del territorio.
Uno degli interventi più netti arrivati dal pubblico ha contestato il rischio di ridurre il tema a una mera questione organizzativa: “Stiamo parlando della sanità di una persona. Non parliamo di soldi o di procedure”. Un altro ha richiamato il peso concreto del volontariato: “Guardate quanti soldi ha fatto risparmiare il Soccorso degli Alpini alla sanità”. Sul punto, il direttore generale ha confermato di considerare il volontariato una risorsa essenziale, ricordando la contrazione registrata negli anni in tutta la Lombardia e insistendo sul fatto che le reti di supporto vadano sostenute, non disperse.
Accanto a Trivelli sono intervenuti anche il direttore socio-sanitario Gianluca Peschi, il direttore di distretto per Bellano Antonio Giuseppe Cusumano e il direttore delle cure primarie Eugenio Scopinaro, chiamati a entrare negli aspetti più tecnici della riorganizzazione.
Il contributo più dettagliato sul funzionamento operativo del nuovo sistema è arrivato proprio da Scopinaro, che ha illustrato il ruolo del numero 116117, attivo da 23 luglio 2025. La sua spiegazione ha rappresentato uno dei momenti più importanti dell’incontro, perché ha affrontato il nodo pratico: come funziona oggi l’accesso alla continuità assistenziale.

“Il cittadino deve abituarsi a non andare più da solo in guardia medica – ha spiegato – Deve chiamare e il triage telefonico capisce qual è il problema”. Il percorso descritto parte da un primo contatto con un operatore non sanitario, che raccoglie le informazioni essenziali e trasferisce poi la chiamata alla centrale unica di Carate Brianza, dove operano medici formati per il triage telefonico. Da lì si aprono, ha spiegato Scopinaro, quattro possibili esiti: consiglio telefonico, televisita, invio del medico a domicilio, indicazione di recarsi in ambulatorio oppure orientamento verso il pronto soccorso o l’emergenza. Per rendere più chiaro il modello, Scopinaro ha portato anche un esempio concreto di televisita, spiegando che in alcuni casi il medico può valutare il problema tramite videochiamata, produrre un referto e inviare una ricetta elettronica sul telefono del cittadino. Ha insistito sul fatto che i medici impiegati in questa attività non improvvisano diagnosi a distanza, ma seguono corsi specifici obbligatori organizzati da AREU.
Nel suo intervento, Scopinaro ha anche chiarito un altro aspetto chiave: “La Guardia Medica – ha ricordato – non è nata come punto di primo intervento, ma come sostituto del medico di base nelle fasce orarie in cui quest’ultimo non è in servizio”. Non è mancata però la contestazione. Un cittadino ha replicato duramente: “Una diagnosi per telefono non la fa nessun medico serio”. E ancora, riferendosi alle attese al pronto soccorso di Lecco: “Bisogna portarsi la borraccia, il panino e la tenda”.
Proprio sul tema dei pronto soccorso, il direttore generale di ASST ha fornito una lunga riflessione. Ha riconosciuto che la situazione della sanità è oggi complessa e che il disagio dei tempi di attesa è reale, ma ha difeso la funzione del pronto soccorso come luogo deputato a intercettare le urgenze vere, quelle a rischio di rapido peggioramento: “Tutto quello che è grave viene intercettato”. E ancora: “Il pronto soccorso serve per capire chi, in due ore, può evolvere verso una situazione grave”. Per il direttore, dunque, il problema non è negare le inefficienze, ma ricordare che la catena dell’emergenza resta strutturata per non perdere i casi più pericolosi.
A sostegno di questa impostazione sono stati presentati anche alcuni dati. Il direttore generale ha parlato di circa 30 mila accessi complessivi alla continuità assistenziale in provincia e di appena 570 accessi notturni, nel periodo preso in esame, su tutto il territorio provinciale. Per il solo bacino di Mandello, Lierna, Varenna ed Esino sono stati citati 67 contatti notturni fra il 23 luglio 2025 e il 4 febbraio 2026. Un numero usato dall’azienda per sostenere che il bisogno notturno di accesso diretto è molto più limitato di quanto si percepisca, mentre la fascia serale mantiene una rilevanza maggiore.

A una richiesta del pubblico sono stati poi resi noti anche i dati del territorio di Mandello suddivisi per fasce: 780 contatti diurni, 605 serali e 67 notturni, per un totale di 1452 contatti nel periodo considerato. Numeri che hanno alimentato due letture contrapposte: per l’azienda indicano un sistema da rimodulare in modo più appropriato; per molti cittadini dimostrano invece che un bisogno reale e consistente esiste.
Al centro della discussione c’è stato anche il rapporto tra il nuovo sistema e il medico di base. Il direttore generale ha insistito molto sull’idea che la medicina sia radicalmente cambiata rispetto a quarant’anni fa: “Pensare che oggi una sola persona possa capire tutto e curare tutto come una volta non è onesto”. La medicina, ha spiegato, è ormai fortemente specializzata e il compito del medico di base è diventato soprattutto quello di orientare, raccordare, mettere in relazione le indicazioni dei vari specialisti.
Su questo punto si è acceso un confronto con alcuni cittadini che rimpiangevano una figura medica più presente e più direttamente accessibile. Scopinaro, anche attraverso un riferimento personale alla propria esperienza familiare, ha smontato l’immagine idealizzata del medico sempre reperibile: il modello, ha detto in sostanza, era diverso già allora, e oggi è ancora meno sostenibile. Un intervento che ha cercato di riportare il dibattito dal mito del passato ai limiti reali del presente.
Un altro nodo forte emerso durante la serata è stato quello della comunicazione. Trivelli ha ammesso apertamente che da dicembre in avanti sono mancati ulteriori momenti di confronto con il sindaco di Mandello e con il territorio: “Ci scusiamo di questo”. Il direttore socio-sanitario Peschi ha aggiunto che una campagna informativa sul 116117 esiste già a livello regionale e che il materiale è stato distribuito anche ai Comuni e ai medici di medicina generale, ma ha concordato sul fatto che servirà un nuovo sforzo di spiegazione, ancora più capillare. Peschi ha rilanciato un concetto destinato a pesare anche nelle prossime settimane: “Il messaggio fondamentale è non uscite di casa, telefonate il 116117. Poi sarà chi riceve la chiamata a proporre il servizio più adatto”.

Cusumano ha invece cercato di portare il dibattito su una prospettiva più ampia e futura, invitando a non leggere la vicenda soltanto come un arretramento. “Non dobbiamo concentrarci esclusivamente su un servizio che è stato delocalizzato”, ha detto. Ha parlato della Casa di Comunità non come semplice poliambulatorio, ma come nuovo modello di prossimità fatto di integrazione, telemedicina, collegamento tra specialisti e medici di base, device digitali e servizi distribuiti nel territorio. “La comunità siamo noi”, è stato il senso del suo intervento, che ha chiesto alla cittadinanza di guardare alla riforma con maggiore fiducia.
Sempre Cusumano ha insistito sul fatto che la trasformazione dovrà essere valutata nei prossimi anni, non nell’immediato, e ha richiamato la complessità crescente del lavoro sanitario e amministrativo. Un appello all’ottimismo, ma anche alla pazienza, che tuttavia non ha cancellato le perplessità emerse in sala sui tempi di attesa, sulla scarsità di medici e sulla percezione di una riduzione dei servizi di prossimità.
Sul fronte politico-amministrativo, il sindaco Fasoli ha spiegato che la raccolta firme, che ha superato quota 3 mila adesioni, è servita a dimostrare che il problema non è “un capriccio dei sindaci”, ma una richiesta forte e diffusa della popolazione. Ha anche annunciato interventi sulla struttura di Mandello, con lavori previsti tra maggio e giugno per migliorarne gli spazi, dalle finestre al raffrescamento, e mantenere attrattivi i servizi ancora presenti, in particolare il consultorio e la pediatria.

Il primo cittadino ha poi indicato che nei prossimi mesi vi è l’intenzione di verificare, una volta superata la fase più stringente del PNRR, se vi siano margini per aggiustamenti più aderenti alle esigenze locali, in particolare per la fascia serale e per il rapporto tra il presidio mandellese e Bellano. In questo senso, ha raccolto l’apertura dello stesso direttore generale, che ha lasciato intendere la possibilità, in futuro, di “rimodellare” alcuni aspetti del sistema, pur ribadendo che la decisione attuale sulla Guardia Medica non era modificabile.
Tra gli altri temi affrontati nel corso dell’incontro c’è stato anche quello della distribuzione territoriale delle Case di Comunità. È stato spiegato che, sulla base degli standard teorici, una struttura dovrebbe servire circa 40-50 mila abitanti, ma che nel Lecchese la particolare conformazione geografica ha imposto soluzioni differenziate. Bellano e Introbio sono stati citati come esempi di questa articolazione, mentre Olgiate Molgora è stato richiamato come caso di sede obbligatoria anche in presenza di servizi vicini, proprio per effetto dei criteri nazionali.
Un ulteriore elemento emerso è stato il confronto con la Brianza, dove il modello è stato già radicalmente modificato: nella fascia notturna, è stato spiegato, non esistono più sedi fisiche aperte come prima, ma un solo punto di presenza con supporto telefonico e visite domiciliari. Il Lecchese, hanno sostenuto i dirigenti, ha scelto per ora una soluzione meno drastica, mantenendo una maggiore articolazione delle presenze sul territorio proprio per la complessità geografica dell’area montana e lacustre.

La serata ha fatto emergere con grande nettezza una frattura che va oltre il singolo trasferimento della Guardia Medica. Da una parte ci sono norme, scadenze europee, strutture da certificare, nuove tecnologie, modelli organizzativi e necessità di appropriatezza clinica. Dall’altra ci sono cittadini che misurano la qualità della sanità sulla prossimità, sull’accessibilità, sulla presenza fisica di un medico e sul rapporto umano costruito nel tempo.
Un confronto che non ha ricomposto tutte le distanze, ma che ha avuto il merito di mettere in luce, uno per uno, tutti i nodi in campo: l’obbligo normativo, la perdita percepita del presidio, il ruolo del volontariato, la fiducia nel 116117, la crisi dei pronto soccorso, la trasformazione del ruolo del medico di base, la debolezza della comunicazione e il bisogno, ancora forte, di una sanità che continui a essere sentita come vicina.
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