La storia della galleria Monte Piazzo raccontata da Anas: alluvioni, consolidamenti, nuove tecnologie e monitoraggio continuo
L’ingegner Castiglioni: “Oggi abbiamo praticamente ricostruito l’infrastruttura, completamente diversa da quella degli anni Settanta»
COLICO – La storia della galleria Monte Piazzo è, prima ancora che quella di un’infrastruttura strategica per la SS36, il racconto di un’opera che negli anni ha dovuto adattarsi all’evoluzione delle conoscenze ingegneristiche e geologiche. Quella illustrata da Anas durante l’incontro pubblico a Colico di ieri non è stata soltanto la cronaca dell’ultimo cantiere, ma un viaggio attraverso oltre quarant’anni di lavori, manutenzioni e continui interventi resi necessari dal lento movimento del versante del Monte Legnoncino, sul quale la galleria è stata costruita negli anni Settanta.
A ripercorrere questa evoluzione è stato Matteo Castiglioni, responsabile della Struttura Territoriale Lombardia di Anas, che ha ricordato come al momento della progettazione non fossero disponibili le conoscenze scientifiche e gli strumenti di indagine oggi utilizzati per analizzare il comportamento di un versante in movimento: “La galleria è stata realizzata negli anni Settanta. All’epoca non si disponeva delle tecnologie che oggi permettono di comprendere in modo approfondito i movimenti di un corpo di frana di queste dimensioni. I progettisti lavoravano con strumenti completamente diversi da quelli attuali”.
La galleria, lunga circa 2,5 chilometri, attraversa proprio il settore più delicato del versante e già pochi anni dopo l’apertura iniziarono a comparire i primi segnali di sofferenza strutturale. I primi avvallamenti furono infatti registrati nel 1986, quando il lento movimento della montagna iniziò a trasmettere deformazioni alla struttura del tunnel. Una situazione che si aggravò sensibilmente tra il 2000 e il 2001, in occasione dei violenti eventi alluvionali che interessarono il territorio.
Fu proprio in quel periodo che la galleria mostrò i problemi più evidenti. “Le alluvioni provocarono un locale collasso delle strutture della galleria. Il tunnel era stato costruito con le tecnologie disponibili all’epoca, senza arco rovescio e con materiali che oggi non garantirebbero le stesse prestazioni. Comparvero deformazioni dei marciapiedi, lesioni della calotta e fenomeni di ammaloramento che resero necessario intervenire”.
I primi lavori di consolidamento permisero di contenere gli effetti più immediati del dissesto, ma con il passare degli anni risultò evidente che occorreva un intervento strutturale molto più profondo.
Una tappa fondamentale arrivò nel 2013, quando Anas investì 41 milioni di euro concentrando le opere nei tratti maggiormente interessati dalle deformazioni. In quella fase furono demoliti i vecchi rivestimenti, consolidato l’ammasso roccioso attraverso iniezioni e chiodature e ricostruiti i segmenti più critici della galleria con un nuovo rivestimento in calcestruzzo armato, introducendo anche il cosiddetto arco rovescio, elemento assente nella costruzione originaria ma fondamentale per trasformare il tunnel in una struttura chiusa e molto più resistente alle spinte della montagna.
L’intervento attualmente in fase di conclusione rappresenta però il salto tecnologico più importante mai realizzato sulla Monte Piazzo. Grazie ai finanziamenti legati alle Olimpiadi Milano-Cortina, Anas ha esteso quella stessa filosofia costruttiva all’intera galleria, investendo complessivamente 77 milioni di euro.
L’obiettivo non è stato quello di riparare le parti danneggiate, ma di uniformare completamente l’infrastruttura, eliminando le differenze tra i vari tratti e portando tutto il tunnel agli standard più moderni.
Come spiegato da Castiglioni, la galleria è stata praticamente ricostruita dall’interno. “Abbiamo demolito le parti ammalorate, realizzato un nuovo rivestimento in cemento armato prefabbricato, completato gli archi rovesci dove mancavano, migliorato i sistemi di drenaggio, impermeabilizzato la struttura e rinnovato completamente tutti gli impianti tecnologici. Di fatto oggi abbiamo una galleria completamente diversa da quella originaria”.
Accanto agli interventi strutturali, una parte consistente dell’investimento è stata destinata anche alla sicurezza e alla gestione futura dell’infrastruttura. Sono stati infatti completamente rinnovati gli impianti di ventilazione, illuminazione e sicurezza, oltre ai collegamenti di emergenza tra le due canne, mentre particolare attenzione è stata riservata al sistema di drenaggio delle acque sotterranee, fondamentale per ridurre la pressione esercitata sul rivestimento della galleria.
La vera novità, destinata a cambiare il modo di gestire la Monte Piazzo, sarà però il nuovo sistema di monitoraggio permanente.
Per la prima volta la galleria sarà costantemente controllata attraverso una rete di strumenti capaci di registrare in tempo reale deformazioni, spostamenti, tensioni interne e comportamento delle acque sotterranee. “Le nuove tecnologie ci permettono di conoscere continuamente lo stato della galleria. Non ci limiteremo più alle ispezioni visive: avremo dati strumentali che ci consentiranno di programmare la manutenzione prima che si presentino situazioni critiche”, sempre Castiglioni.
Proprio questo sistema di controllo è alla base anche della spiegazione fornita da Anas sul tema della cosiddetta vita utile di 15 anni, un’espressione che nei mesi scorsi aveva generato numerose preoccupazioni tra cittadini e amministratori. Castiglioni ha voluto chiarire che quel valore non rappresenta in alcun modo una “data di scadenza” dell’opera. “La vita utile è un parametro progettuale previsto dalle normative tecniche. Serve a dimensionare la struttura e a pianificare la manutenzione. Non significa assolutamente che dopo quindici anni la galleria dovrà essere chiusa o rifatta”.
Sarà proprio il monitoraggio continuo a indicare, negli anni, quando e come intervenire con le normali attività manutentive, evitando di trovarsi nuovamente in condizioni di emergenza.
L’intervento attuale, ha concluso Anas, rappresenta quindi il punto più avanzato di un percorso iniziato quarant’anni fa e destinato a proseguire anche nel futuro, mentre parallelamente prosegue lo studio della soluzione definitiva rappresentata dalla futura variante della SS36, destinata nel lungo periodo a bypassare completamente il corpo di frana.
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