Il presidente dell’associazione Val d’Aven fa il punto sul recupero dell’edificio e sul futuro del biscotto alle castagne
Piano terra quasi completato, lavori avviati anche fuori dalla struttura per renderla accessibile. La raccolta delle castagne resta il vero limite: “Siamo ormai autonomi nella produzione, ma senza materia prima è difficile crescere”
VALVARRONE – Il tetto, da cui tutto era cominciato, non è più un problema da tempo. Dentro, quella che era la vecchia latteria turnaria di Avano assomiglia ormai sempre meno a un edificio da recuperare e sempre più a uno spazio pronto per tornare a vivere. Cucina attrezzata, pavimenti e muri sistemati, soffitto in legno recuperato, corrente elettrica già presente. Restano l’acqua, i servizi e alcuni interventi indispensabili per renderla pienamente accessibile e utilizzabile dal pubblico. Poi verrà forse la domanda più difficile: una volta finita, cosa diventerà davvero la latteria?
“Non c’è ancora stato un momento in cui ci siamo seduti tutti attorno a un tavolo e ci siamo chiesti: cosa vogliamo fare da grandi? – racconta Gianni Cipelli, presidente dell’Associazione Val d’Aven, realtà che in questi anni si sta occupando della riqualificazione dell’edificio -. Il progetto sta andando avanti, ma prima o poi dovremo fermarci e capire bene quale strada prendere. Tutto è partito perché la struttura rischiava di diventare pericolante. Il tetto era messo male e il primo obiettivo era semplicemente metterlo in sicurezza. Nasce tutto da lì”. Negli anni, però, quel primo intervento si è trasformato in qualcosa di molto più ambizioso.
La latteria è oggi in una fase di ristrutturazione molto avanzata. “Il tetto è sistemato da tempo, così come il sottotetto, i due piani superiori sono quasi ultimati – spiega Cipelli -. È stata fatta la pavimentazione, sono stati rifiniti i muri cercando però di mantenere la muratura originaria e abbiamo conservato anche il soffitto in legno”.

Anche gli arredi sono ormai in gran parte presenti: “La cucina è ben attrezzata: abbiamo un forno professionale, frigoriferi, due o tre affettatrici e un fornello nuovo. A guardarla adesso sembra quasi la cucina di un ristorante”. Il passo successivo sarà completare gli allacciamenti: “La corrente è a posto già da tempo. Manca soprattutto l’allacciamento dell’acqua. Siamo in contatto con il sindaco perché sembra esserci la possibilità di utilizzare alcune risorse per la sistemazione della via e, a quel punto, fare contestualmente anche questo intervento”.
A richiedere ancora lavoro sono soprattutto gli spazi laterali del piano terra. Si tratta di due ambienti che, quando la latteria era in attività, venivano utilizzati per accatastare e lasciare stagionare le forme di formaggio. “L’idea è ricavarne i servizi – spiega Cipelli – Dove arrivano le scale si potrebbe realizzare un bagno di servizio e un secondo bagno destinato al pubblico, accessibile anche alle persone con disabilità. Dall’altra parte abbiamo invece un locale di circa cinque metri per cinque che potrebbe diventare una dispensa oppure uno spazio dove sistemare qualche tavolo”.
Nel frattempo è partito anche il cantiere all’esterno: “I lavori sono cominciati la scorsa settimana. Davanti alla latteria verrà realizzata una porta al posto della finestra centrale e un nuovo piano di calpestio con una rampa per le persone con disabilità: dall’area davanti alla chiesa si potrà arrivare direttamente alla quota dell’ingresso”. Una volta terminata questa parte, l’associazione vorrebbe aggiungere anche una struttura di copertura: “Pensiamo a qualcosa di semirigido, simile alle coperture esterne dei ristoranti, in modo da evitare il classico telo e avere uno spazio più ordinato e utilizzabile”.
“La sistemazione completa della parte sotto non la vedo proprio dietro l’angolo – ammette Cipelli – Bisogna procedere un passo alla volta, facendo sempre i conti con le risorse e soprattutto con il fatto che siamo volontari. A livello associativo non puoi imporre ritmi serrati. Ognuno ha il proprio lavoro, la propria famiglia, gli imprevisti. Siamo un numero esiguo di persone e inevitabilmente dobbiamo fare i conti con la quotidianità”.

Una parte consistente degli interventi viene infatti svolta direttamente dai volontari, mentre i ricavi delle attività vengono reinvestiti nei progetti dell’associazione. “Facciamo quello che possiamo e cerchiamo di farlo bene. Rispetto a quattro o cinque anni fa, comunque, abbiamo fatto passi da gigante”.
Ed è una crescita che parte da un edificio legato profondamente alla storia locale. La latteria turnaria rappresentava infatti uno dei luoghi intorno ai quali ruotava l’economia agricola della frazione: qui il latte dei piccoli allevamenti veniva conferito, lavorato e trasformato prima che la progressiva scomparsa di quell’attività ne determinasse l’abbandono.
Il Brugnerino, ora la produzione è tutta ad Avano
L’altro progetto simbolo di Val d’Aven resta il Brugnerino, il biscotto a base di farina di castagne nato nel 2021 all’interno del progetto “Caravina Reloaded”. L’idea originaria era semplice: recuperare le selve castanifere della Valvarrone, riportare attenzione su una materia prima che aveva avuto un ruolo fondamentale nell’economia della valle e utilizzare il biscotto come strumento per sostenere il recupero del territorio. Il Comune aveva allora stanziato un contributo straordinario di 2 mila euro e l’associazione aveva già recuperato una gré all’Alpe Brugner, utilizzata tradizionalmente per l’essiccazione e l’affumicatura delle castagne.
Cinque anni dopo il progetto esiste ancora, ma la prospettiva è cambiata. “Sul Brugnerino dobbiamo metterci lì, ragionare e capire che futuro può avere“, spiega Cipelli. Nel frattempo, almeno un ostacolo è stato superato: oggi la produzione viene effettuata direttamente nella latteria. “In passato ci appoggiavamo a delle panetterie, poi quella di Vestreno ha chiuso e con un altro laboratorio erano emersi problemi soprattutto legati ai tempi. Adesso facciamo tutto noi”.
L’attrezzatura presente nella nuova cucina ha consentito all’associazione di diventare autonoma. “Prepariamo l’impasto in latteria, utilizziamo la sac à poche e abbiamo un forno professionale che cuoce cinque teglie alla volta”.

Paradossalmente, oggi il problema non è più produrre il biscotto. È avere abbastanza castagne. “La richiesta ci sarebbe, ma noi non riusciamo a sostenerla – continua Cipelli -. Quando arrivano il periodo dei mercatini di Natale a Introzzo, per esempio, iniziano le telefonate e ci chiedono confezioni di biscotti. Ma numericamente non siamo tanti e soprattutto non abbiamo materia prima sufficiente per pensare a una produzione molto più grande”.
L’associazione Val d’Aven può contare su iscritti e simpatizzanti anche fuori dalla valle, tra Milano e Brianza, ma il lavoro concreto resta sulle spalle di poche persone. E la raccolta delle castagne è tutt’altro che semplice. “Si fa presto a dire chilometro zero, però poi bisogna trovare qualcuno che vada a raccoglierle. I castagneti sono su terreni ripidi, non puoi pensare di utilizzare facilmente sistemi meccanici come avviene in pianura”. Esistono macchinari capaci di aspirare le castagne da terra, ma richiedono superfici pulite e condizioni molto diverse da quelle dei versanti della Valvarrone. “Qui bisognerebbe comunque fare prima un grande lavoro di pulizia, togliere i ricci, preparare il terreno. Non è semplice”.

C’è poi un altro aspetto che preoccupa Cipelli: il venir meno delle persone che conoscono i passaggi tradizionali della lavorazione. Dopo la raccolta, infatti, le castagne devono essere selezionate, eliminate quelle rovinate e preparate prima di arrivare alla macinazione. “La macchina può togliere la buccia, ma poi devi ancora controllarle una per una e scartare quelle marce o difettose. E’ un lavoro che in paese fanno soprattutto donne di una certa età Sul lungo periodo, se non troviamo nuove persone, diventa complicato pensare a uno sviluppo significativo della produzione”.
Per questo, nonostante una domanda che esiste, l’idea di trasformare il Brugnerino in un prodotto commercializzato su larga scala rimane lontana.

Raccolta castagne, le prime impressioni fanno ben sperare
In queste settimane è intanto iniziata la nuova stagione della raccolta. Le prime impressioni sono positive, anche se Cipelli invita alla prudenza. “Con la siccità che c’è stata, guardando i ricci qualche settimana fa sembrava quasi che quest’anno anche i cinghiali sarebbero rimasti a dieta – scherza -. Poi sono arrivate le ultime piogge in tempo utile e adesso le castagne che stanno cadendo sembrano belle, sia come dimensioni sia come qualità”.
Le prime hanno cominciato a cadere già la scorsa settimana. “Promette bene, ma è ancora una sensazione basata su un’osservazione limitata. Non sappiamo ancora se ce ne saranno tante o poche. Per ora possiamo soltanto dire che quelle che vediamo sembrano sane”.
Resta sullo sfondo il tema del recupero dei castagneti, vero punto di partenza di “Caravina Reloaded”. “Se si torna a dare un utilizzo concreto al castagno, anche il recupero delle selve può avere più senso. Certo, non torneremo alle quantità di una volta e bisogna ricordare che moltissimi terreni sono privati: anche lì occorre trovare una formula che permetta di intervenire”.
Il progetto del Brugnerino era nato proprio con l’idea di reinvestire i ricavi nella cura delle selve castanifere, riportando valore a una risorsa che per decenni era stata centrale nella vita economica della valle.
Il ponte tibetano potrebbe aprire una nuova prospettiva
A cambiare ulteriormente lo scenario potrebbe essere, in futuro, il previsto ponte tibetano. L’aumento dei visitatori potrebbe infatti offrire una nuova funzione alla latteria recuperata.
“Con il ponte arriverà parecchia gente e, se riuscissimo in qualche modo a innestarci su quel flusso, si potrebbe anche pensare a una piccola ristorazione legata ai visitatori”, ragiona Cipelli. L’idea resta però tutta da costruire: “Il punto è sempre lo stesso: poi ci vuole qualcuno che stia lì e gestisca la cosa. Se funzionasse e ci fosse un ritorno economico, quelle risorse potrebbero essere dirottate su altri progetti che abbiano un senso per il territorio”.
Non una gestione commerciale fine a se stessa, dunque, ma una possibile fonte di sostegno per altre iniziative associative: “Bisogna però capire se è fattibile e soprattutto trovare le persone. Le idee possono essere belle, ma poi devono camminare sulle gambe di qualcuno”.
È questo, forse, il punto sul quale Val d’Aven dovrà confrontarsi nei prossimi mesi. Perché la latteria, nata come emergenza da mettere in sicurezza, è ormai diventata un luogo vero. Il Brugnerino ha trovato una propria produzione. Le iniziative hanno coinvolto negli anni la comunità. E adesso bisogna decidere il passo successivo.
“Quando avremo finito dovremo guardarci in faccia e chiederci: adesso cosa facciamo? – dice Cipelli -. Continuiamo con la latteria? Proviamo a sistemare le strade interne del paese? Pensiamo ad altri progetti? È tutto da costruire. Bisogna trovare progetti che siano fattibili, che possano essere davvero messi a terra. Ma dobbiamo sempre fare i conti con la quotidianità e con un numero esiguo di persone”.
È forse proprio qui che sta il risultato più importante ottenuto finora. Il Brugnerino non è diventato un prodotto industriale e la latteria non è ancora completamente terminata, ma ciò che cinque anni fa era soprattutto un edificio da salvare oggi ha una cucina attrezzata, ospita attività. Il prossimo passo, per Val d’Aven, non sarà più soltanto recuperare qualcosa del passato. Sarà decidere quale futuro costruirci dentro.
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