L’associazione rilancia l’appello per l’ex opificio settecentesco di Laorca, chiuso dal 1962 e con il tetto parzialmente crollato nei mesi scorsi
In programma martedì 12 maggio un incontro pubblico dedicato al sito del Gerenzone: dalla messa in sicurezza al rilancio culturale
LECCO – C’è un luogo, a Laorca, dove il tempo si è fermato nel 1962. Un portone chiuso da oltre sessant’anni custodisce ancora oggi un piccolo edificio di fondazione settecentesca, a valle della località Campovai — un tempo “Alle fucine” — dove fino ai primi anni Sessanta era attiva una trafileria. È qui che si concentra oggi l’azione dell’associazione Officina Gerenzone, presieduta da Paolo Colombo, impegnata in un intervento che intreccia tutela, memoria e responsabilità collettiva.
L’iniziativa sarà al centro dell’incontro pubblico “Emergenza Gerenzone – Una trafileria di tre secoli da salvare!”, in programma martedì 12 maggio alle ore 21 presso Otolab. Una serata che servirà a fare il punto non solo sul futuro della trafileria, ma anche sui prossimi passi del restauro della Diga del Paradone, altro intervento simbolo portato avanti dall’associazione con il sostegno della Fondazione Comunitaria del Lecchese e finanziato attraverso una raccolta fondi appena conclusa.
Finora il lavoro di Officina Gerenzone si era concentrato sui manufatti “esterni” lungo il corso del Gerenzone: portoni, canali, facciate e spazi sopravvissuti alla sistematica distruzione degli ultimi quarant’anni. La trafileria di Laorca rappresenta invece una rarità assoluta: uno spazio produttivo rimasto integro, dove ogni elemento — dai banchi da trafila in legno agli ambienti di lavoro — restituisce la dimensione concreta della fatica e dell’ingegno che hanno costruito l’identità industriale lecchese.
La storia dell’opificio attraversa oltre due secoli e si intreccia con protagonisti centrali dell’epopea produttiva locale. A metà Settecento apparteneva a Carlo Mazzucconi, detto “Mainino”, da cui discende per via materna Giovanni Gerosa, fondatore delle Ferriere di Pescarenico. Dai Mazzucconi passò a Pietro Buttarelli e quindi, dall’inizio dell’Ottocento, a Giovanni Battista Airoldi (1806-1886), originario del Paradiso di Rancio, che ne divenne proprietario nel 1840. Airoldi era nonno di Valentino Gerosa Crotta, imprenditore e benefattore lecchese, e fratello di Giuseppe Airoldi (1809-1873), fondatore di un’importante azienda nel commercio dei metalli non ferrosi.
Il passaggio degli Airoldi ha lasciato una traccia anche nella memoria del luogo, ancora oggi talvolta indicato come “Paradis”. Nella trafileria, i discendenti di Giovanni Battista proseguirono l’attività metallurgica fino alla metà del Novecento; poi subentrarono i Baruffaldi, fino alla chiusura definitiva. Tra quei banchi lavorò anche un giovanissimo Casimiro Ferrari (alpinista e Ragno di Lecco 1940 – 2001), che proprio lì apprese il mestiere prima di aprire una propria attività a Ballabio.
Nonostante un riconoscimento istituzionale già negli anni Novanta — quando Comune di Lecco e Musei Civici individuarono il sito come una delle principali emergenze di archeologia industriale all’interno di un progetto di ecomuseo — per decenni non è stato avviato alcun intervento. “Poi, per quel rapporto tutto lecchese tra città e luoghi della sua memoria, nulla si è fatto, né qui né altrove, per valorizzare e consegnare al futuro testimonianze e manufatti di grande valore collettivo e identitario”, osserva Officina Gerenzone.
Dopo trentacinque anni di disinteresse, la svolta è arrivata in modo improvviso: in un freddo venerdì di febbraio di quest’anno il crollo del tetto ha reso evidente la vulnerabilità della struttura. Da qui l’allarme dell’associazione, che già conosceva il sito e che ha deciso di intervenire: “Non potevamo fare finta di niente”.
Si è quindi aperto un confronto con la proprietà, che ha portato a una serie di azioni immediate. Prima la messa in sicurezza dei fragili banchi da trafila in legno, coperti con teli protettivi; quindi l’alleggerimento dei solai del piano superiore per evitare ulteriori cedimenti. Infine la stipula di un comodato d’uso gratuito della durata di un anno, che consente all’associazione di operare all’interno dello stabile.
L’obiettivo è chiaro: mettere in sicurezza la struttura e, al tempo stesso, costruire le condizioni per una valorizzazione condivisa, accompagnando all’interno dell’edificio enti, tecnici, rappresentanti istituzionali e politici. Un passaggio necessario per trasformare un’emergenza in un progetto.
“Sappiamo che a Lecco è oltre sette secoli che si ‘fila’ il ferro, un’arte antica e radicata che continua a caratterizzare molte attività produttive del territorio. Una lunga storia di uomini, comunità, ingegno e sacrifici, ai quali non possiamo credere che questa città non voglia dare finalmente dignità e riconoscimento”, sottolinea l’associazione.
Da qui l’appello finale, che è insieme constatazione e richiesta di responsabilità: “Officina Gerenzone c’è e spera di poter contare sull’appoggio fattivo di molti per non rimanere sola in questa doverosa e urgente operazione di valorizzazione e tutela”.
Nel destino di questo piccolo edificio si riflette una questione più ampia: il rapporto tra Lecco e la propria memoria industriale. La trafileria di Laorca, rimasta intatta per oltre mezzo secolo, rappresenta oggi una soglia critica: salvarla significa non solo conservare un luogo, ma restituire senso a una storia che rischia altrimenti di andare perduta.
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