Dalla riorganizzazione ai giovani: il Segretario Generale Matilde Petracca fa il punto su Confartigianato Lecco

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Matilde Petracca
Il Segretario Generale di Confartigianato Lecco Matilde Petracca

Resilienza, innovazione e ricambio generazionale nelle parole di Petracca

Chiusure d’impresa, manodopera e burocrazia restano criticità centrali. Ma il triennio segna anche un cambio di approccio: “Serve prevenire i problemi prima che arrivino”

LECCO – A tre anni dall’insediamento alla guida della struttura operativa di Confartigianato Imprese Lecco, Matilde Petracca — Segretario Generale in attesa di una probabile riconferma da parte del neo presidente Davide Riva — traccia un bilancio del lavoro svolto: dal rafforzamento della rappresentanza e della credibilità dell’associazione, alla riorganizzazione interna, fino alle risposte operative per le imprese in un contesto segnato da chiusure, urgenze crescenti e transizioni (tecnologica, generazionale, ambientale) sempre più pressanti.

A tre anni dall’assunzione del suo incarico quale Segretario Generale di Confartigianato Lecco, quali risultati ritiene più significativi per Confartigianato Lecco?
Il triennio è stato più difficile di quanto potessi immaginare, anche per dinamiche esterne che hanno inciso pesantemente sul tessuto delle micro e piccole imprese: abbiamo registrato molte disdette legate non a insoddisfazione, ma alla chiusura delle aziende. Da una parte, questo dato dimostra che il rapporto associativo regge; dall’altra è un segnale serio sul territorio, legato anche al passaggio generazionale. Con oltre 7.500 imprese artigiane nel lecchese, non è un tema che si possa ignorare e richiede ragionamenti anche condivisi con altre associazioni.

Dentro questo contesto complesso, il risultato più significativo è stato il rafforzamento della rappresentanza, interna ed esterna. Abbiamo lavorato perché Confartigianato tornasse a essere un riferimento credibile e riconosciuto: lo dimostra la partecipazione alle assemblee elettive e il fatto che tanti imprenditori si siano “ritrovati” nell’associazione. Il rafforzamento è avvenuto anche attraverso un ricambio reale nelle categorie e nelle zone: energie nuove, disponibilità a mettersi in gioco, una base più ampia su cui costruire.

(Le zone sono 6: Zona 1 – Lago; Zona 2 – Valsassina; Zona 3 – Lecco; Zona 4 – Galbiate – Valle San Martino; Zona 5 – Oggiono e Zona 6 – Merate – Castenovo. Mentre le categorie sono 17: alimentaristi, autoriparatori, edili, fabbri, grafici e fotografi, installatori elettrici, installatori termoidraulici, legno arredo, minuterie metalliche, moda, nuove tecnologie, officine meccaniche, pittori edili, plastica galvanica, benessere, servizi vari, trasporti, ndr)

Quali obiettivi iniziali sono stati pienamente raggiunti e quali, invece, restano aperti?
L’obiettivo raggiunto con più evidenza è la rappresentanza. Per me non è uno slogan: significa far passare, dentro la struttura e tra i colleghi, che ogni azione porta con sé il “ruolo” dell’associazione. È un messaggio che non è immediato, soprattutto per le nuove leve, ma è determinante per essere credibili all’esterno e coerenti all’interno. In parallelo, vedere che i giovani imprenditori si avvicinano sempre di più aiuta anche questo percorso di riconoscimento e appartenenza.

Il fronte più aperto, invece, riguarda orientamento e attrattività delle imprese artigiane verso chi deve scegliere il proprio futuro lavorativo. È un tema enorme e non riguarda solo noi, ma oggi pesa in modo diretto sulle nostre aziende: ai colloqui, i ragazzi chiedono welfare, flessibilità, smart working, regole chiare, equilibrio dei tempi. Non è più solo una questione economica, anche se la retribuzione resta importante. È cambiato l’approccio delle nuove generazioni e, più in generale, l’orizzonte di senso: se le imprese non cambiano “pelle” su organizzazione del lavoro e gestione delle risorse, sarà difficile trattenere persone formate e attrarre nuove competenze.

C’è una decisione o una scelta strategica che oggi considera particolarmente rilevante in questo triennio?
Le scelte strategiche, per me, sono state due.

La prima è interna: abbiamo vissuto i rinnovi (dei direttivi di ogni categoria e di ogni zona, ndr) non come un semplice adempimento statutario, ma come un percorso condiviso con gli imprenditori, con obiettivi quantitativi e qualitativi chiari. Il risultato è che siamo usciti dal rinnovo con direttivi completi in tutte le 17 categorie e nelle zone, cosa che non era scontata. Inoltre, quasi ovunque abbiamo anche i “membri aggiunti”: imprenditori senza carica formale che si sono messi a disposizione. Per un presidente di categoria o di zona, parlare con 7–10 persone invece che con 2 cambia la capacità di lettura dei problemi e la qualità delle risposte.

Questo lavoro ha richiesto tempo (da marzo a dicembre) ma ci ha permesso anche di sistemare archivi e anagrafiche, riallineando le imprese alle categorie corrette. Sembra un dettaglio, ma non lo è: se un’impresa è collocata nella categoria giusta, riceve comunicazioni pertinenti e può partecipare ai percorsi corretti. In più, abbiamo rafforzato concretamente il principio di democrazia associativa: spiegare cosa significa essere rappresentanti, verificare i poteri per votare ed essere votati, rendere sostanziali passaggi che altrimenti resterebbero solo formali.

La seconda scelta è un cambio di paradigma: provare ad anticipare i problemi, invece di intervenire solo quando l’emergenza è già esplosa. Non sempre ci si riesce, a volte le decisioni arrivano all’ultimo minuto anche dall’esterno, ma la logica resta: prevenzione più che “pronto soccorso”. Questo permette anche a noi di usare meglio le energie e di dare alle imprese risposte più efficaci.

Nell’intervista di tre anni fa disse che una delle sfide interne sarebbe stata quella di coinvolgere maggiormente le persone che lavorano in Confartigianato. Sfida vinta o c’è ancora da lavorare?
C’è ancora molto da lavorare. L’ingaggio non è un obiettivo che “raggiungi” una volta per tutte: va curato sempre. Ed esempio, chi lavora nelle delegazioni vive più la distanza dalla sede e può sentirsi meno coinvolto. Nell’ultimo anno ci sono state attività e impegni che hanno assorbito molte energie e attenzioni, ma l’obiettivo resta centrale e va ripreso con costanza.

Per me è importante anche la cultura interna: io parlo di colleghi, non di collaboratori. Formalmente i ruoli sono diversi, certo, ma l’idea è che siamo parte della stessa struttura e che il senso di appartenenza si costruisce anche così, nel linguaggio e nelle pratiche quotidiane.

Un’altra parola chiave era “semplificazione”, sia interna sia esterna verso gli associati: cosa è stato fatto e cosa c’è ancora da fare?
Sul piano interno stiamo riordinando profondamente procedure e qualità: la qualità non deve essere una “targhetta”, ma un modello organizzativo concreto, utile, coerente con la realtà. Stiamo eliminando ciò che non serve e rendendo i processi più aderenti alle esigenze operative.

Anche la gestione del tempo è parte della semplificazione: nelle riunioni indico obiettivo e durata, perché significa rispettare il lavoro degli altri e permettere una pianificazione reale. È una scelta che sembra piccola, ma cambia l’organizzazione quotidiana.

Sul piano esterno, la semplificazione passa anche da come comunichiamo: messaggi leggibili, concetti chiari, disponibilità ad approfondire. Meglio dare due indicazioni precise e poi offrire supporto, che inviare comunicazioni lunghissime in cui le informazioni cruciali rischiano di perdersi.

In parallelo, a livello nazionale si lavora su semplificazione amministrativa: è uno dei problemi principali delle imprese, e partecipiamo al confronto anche attraverso colleghi coinvolti nei tavoli dedicati.

Matilde Petracca

L’Ufficio Formazione, che è stato creato da lei, è oggi sempre più fondamentale per l’associazione?
Sì, la formazione è una leva strategica sia per le imprese sia per i lavoratori: consolidamento, nuove competenze tecniche e soft skills, crescita. Oggi l’ufficio formazione è chiamato a essere sempre più il braccio operativo delle categorie: dalle categorie arrivano esigenze e idee e, se lette con i tempi giusti, permettono di costruire percorsi prima che il problema diventi emergenza.

Il catalogo formativo del progetto “Mitica” nasce proprio da ascolto strutturato: interviste guidate agli imprenditori, rielaborazione dei bisogni, e poi costruzione delle proposte. I nostri corsi sono mirati sull’analisi dei fabbisogni dei nostri associati. Inoltre ci stiamo aprendo all’utilizzo di altri fondi interprofessionali in modo da porter garantire assistenza tecnica anche alle aziende socie che usano strumenti diversi da Fondartigianato.

Come sono cambiate in questi tre anni le esigenze delle imprese artigiane del territorio lecchese?
La parola che descrive meglio il cambiamento è “urgenza”: tutto viene percepito come urgente, anche ciò che oggettivamente non lo è. C’è bisogno di risposte immediate, soprattutto su consulenze tecniche. Questo affanno rende più difficile gestire tempi e priorità, perché si intrecciano urgenze reali (un infortunio, un sinistro) con urgenze più soggettive.

Allo stesso tempo, si è mantenuto e anzi si è rafforzato un elemento che per noi è distintivo: il rapporto personale. Le imprese vogliono un riferimento con un nome e un volto, qualcuno che “prenda in carico” e porti al risultato. È un bisogno che cresce, e su cui intendiamo continuare a investire.

Quali sono oggi le principali criticità segnalate dagli associati?
Le criticità sono quelle che emergono ovunque: costi, energia, materie prime, burocrazia, accesso al credito. Ma il tema principale, trasversale a categorie e zone, è la manodopera: se chiedi qual è il problema numero uno, la risposta è quasi sempre quella.

Il tessuto artigiano lecchese ha mostrato capacità di resilienza: quali fattori lo hanno favorito?
Io vedo resilienza e capacità di adattamento. Come associazione possiamo favorirla creando occasioni di confronto e supporto tecnico: se un imprenditore non si sente solo e vede che problemi simili sono condivisi da altri, cresce la possibilità di trovare soluzioni e di reggere la pressione.

Un elemento che mi ha colpito è la disponibilità al cambiamento anche da parte di imprenditori storici, non solo dei giovani: maggiore apertura su benessere aziendale, ascolto delle esigenze, nuove modalità organizzative. Non è scontato e rappresenta un fattore importante di tenuta.

In che modo Confartigianato Lecco ha rafforzato il proprio ruolo di rappresentanza istituzionale, a partire dal suo incarico nel Consiglio di Amministrazione in Fondartigianato?
Il rafforzamento passa da più elementi: il ritorno a una credibilità percepita sul territorio e la capacità di stare nei luoghi dove si decide. Un esempio è la presenza in giunta della Camera di Commercio: non era scontata, perché ci sono equilibri territoriali da rispettare, ma averla significa garantire una rappresentanza più adeguata degli interessi del territorio.

Da sottolineare inoltre le numerose cariche regionali e nazionali che sono state assegnate ai nostri dirigenti dopo un periodo in cui la preseza di Confartignato Lecco era minore. Vale la pena sottolineare che sono il risultato di un intenso lavoro di relazioni di questo mandato e di persone competenti che si mettono a disposizione del sistema.

Davide Riva presidente nazionale e regionale Categoria Grafici
Maurizio Mapelli presidente regionale e vicepresidente nazionale Meccatronici
Riccardo Bongiovanni presidente regionale e vicepresidente Meccanica
Paolo Brivio vicepresidente regionale Installatori Antennisti
Oscar Buzzoni vicepresidente regionale Termoidraulici
Giancarlo Cantele vicepresidente regionale Imprese del verde
Luca Butti vicepresidente regionale Alimentaristi con delega alla Lavorazione carni
Stefano Machiavelli delega regionale alla Plastica
Daniele Riva presidente Cenpi
Silvia Dozio presidente regionale e vicepresidente nazionale Movimento Donne Impresa
Matteo Casiraghi vicepresidente regionale Movimento Giovani Imprenditori
Vittorio Tonini vicepresidente Wila

Inoltre è cresciuta la reputazione all’interno del sistema nazionale: veniamo chiamati a portare testimonianze e buone pratiche, partecipiamo più spesso a tavoli, e alcune esperienze locali sono state considerate esempi da raccontare.

Ritiene che l’associazione oggi sia più vicina alle micro e piccole imprese rispetto al passato?
La vicinanza, per come la intendo, sta nella capacità di essere intermediari reali: leggere esigenze, tradurle in risposte, e mantenere quel rapporto diretto che le micro e piccole imprese cercano. Le imprese spesso dicono: “So che devo fare questa cosa, occupatene tu”. È un indicatore chiaro: si affidano perché riconoscono competenza e fiducia.

In questa logica, la direzione è quella di mantenere un contatto personale e operativo: non un call center, ma persone interne che seguono le pratiche e rispondono in modo continuativo.

Quali servizi sono cresciuti maggiormente in termini di domanda e utilizzo?
Tra i servizi più richiesti c’è il Consorzio Energia, perché offre condizioni competitive e un vantaggio economico, ma soprattutto perché garantisce interlocutori reali e non call center. A questo si aggiunge la riapertura dell’ufficio zonale di Calolziocorte che si aggiunge agli sette già presenti sul territorio provinciale. Crescono anche i servizi legati a nuovi adempimenti: quando arrivano obblighi o scadenze, l’impresa cerca qualcuno che la accompagni.

In questo senso, l’associazione ha rafforzato anche un modello di supporto “a doppio binario”: da un lato ti seguo io la partita se non hai tempo o competenze; dall’altro ti metto in condizione di formarti e gestirla se vuoi farlo in autonomia.

Che spazio hanno avuto innovazione e digitalizzazione nelle politiche associative di questi anni?
L’innovazione ha avuto spazio sia come pratica interna sia come tema di sistema. Su tutti spicca la tessera digitale per la quale siamo diventati un caso di studio a livello nazionale. Un altro segnale concreto è l’implementazione della categoria dedicata alle nuove tecnologie, con un direttivo ampio e rinnovato, che lavorerà sull’innovazione tecnologica e si è resa disponibile anche per supportare altre categorie e processi associativi.

Più in generale, c’è la consapevolezza che oggi molte imprese artigiane hanno livelli di innovazione tecnologica molto alti: è un messaggio che va reso visibile, anche per contrastare pregiudizi e rendere il settore più attrattivo.

Il ricambio generazionale resta un nodo centrale: quali strumenti concreti avete messo in campo?
Il progetto “Aziende Aperte” è uno strumento strategico: orientamento individuale che mette a disposizione tempo e testimonianza dell’imprenditore per aiutare ragazzi molto giovani (anche di seconda media) a capire cosa esiste davvero nel mondo del lavoro. È un modo per dare consapevolezza in un’età in cui decidere è oggettivamente difficile.

Accanto a questo, vogliamo rafforzare i rapporti con le scuole. Quando gli imprenditori entrano come docenti o testimonial, cambia tutto: lo chiedono anche gli stessi insegnanti, perché è difficile avere una percezione reale dell’impresa artigiana di oggi senza vederla e senza ascoltare chi la vive.

Come intercettare i giovani imprenditori in un contesto di calo demografico e di disaffezione verso il lavoro artigiano?
Il problema principale resta l’attrattività: esistono pregiudizi sul lavoro artigiano e bisogna smontarli. Un ragazzo e una famiglia devono capire che diventare, per esempio, autoriparatore non è una scelta di serie B: è una scelta, punto. E va raccontata per quello che è, anche mostrando che dentro l’artigianato c’è spazio per tecnologia, robotica, competenze avanzate, e non solo per un’immagine “tradizionale”.

Sul fronte dei giovani imprenditori, a Lecco il lavoro del Movimento Giovani è stato molto forte: i tavoli di lavoro sono partecipati, nascono idee e vengono costruite iniziative coinvolgenti. E questo succede perché si sentono parte di qualcosa e perché c’è una visione che li integra davvero: l’obiettivo di avere un giovane in ogni direttivo era ambizioso, ma ci siamo riusciti, e questo produce appartenenza e continuità.

Quanto la transizione ecologica sta incidendo sulle imprese artigiane del territorio?
Incide perché oggi qualunque cambiamento esterno arriva alle imprese come qualcosa da gestire e, spesso, come rischio o costo. In più sul nostro territorio c’è un tema concreto: il rischio idrogeologico. Su questo abbiamo lavorato con eventi che hanno coinvolto amministrazioni comunali e favorito un dialogo operativo, perché quando un’azienda si ferma per allagamenti o criticità simili, l’impatto si allarga alle famiglie e alla comunità.

In generale, la transizione ecologica richiama ancora una volta il tema della prevenzione: sapere prima cosa può arrivare, prepararsi e ridurre gli effetti dei problemi che, ormai, sappiamo che aumenteranno.

Le normative ambientali rappresentano più un’opportunità o un vincolo per gli associati?
Di base vengono vissute come adempimenti normativi, quindi come burocrazia. Poi però, se spieghi il senso e le conseguenze, molte imprese comprendono che può esserci anche un ritorno: ad esempio l’attenzione alla sostenibilità può diventare un elemento di attrattività, soprattutto in un territorio come il nostro.

Anche noi, come associazione, cerchiamo coerenza: lavoriamo su strumenti e percorsi che rafforzano la consapevolezza e alimentano il confronto con enti e istituzioni.

Confartigianato Lecco è pronta ad accompagnare le imprese in questo percorso?
Sì, ed è già ciò che facciamo: “tenere per mano” con informazioni corrette, incontri operativi e consulenze. L’approccio è sempre quello: evitare terrorismo psicologico, ma dare indicazioni pratiche su cosa fare. Abbiamo organizzato momenti molto concreti su adempimenti specifici, con impostazione operativa (“questo è il registro, si compila così”), e continueremo.

Inoltre, abbiamo un supporto tecnico dedicato: collaboriamo con una realtà partner in ambito ambientale e ospitiamo periodicamente un tecnico che aiuta le imprese a orientarsi, proprio per evitare che una piccola azienda “giri a vuoto” senza sapere dove andare.

Pochi giorni fa c’è stato il cambio al vertice con Davide Riva nuovo presidente, subentrato alla guida di Confartigianato Imprese Lecco a Ilaria Bonacina: cosa le ha lasciato l’esperienza di Ilaria Bonacina e che cosa si attende dal nuovo presidente?
L’esperienza della presidenza di Ilaria Bonacina ha lasciato un’impronta molto chiara. È stata una presidenza caratterizzata da grande determinazione e caparbietà, tratti personali che hanno inciso in modo significativo anche sull’impostazione del lavoro della struttura. In particolare, ha portato una lettura dei dati molto più approfondita rispetto al passato, non fine a sé stessa ma orientata a generare conseguenze concrete: processi decisionali e scelte operative basate su analisi puntuali.

Un altro elemento rilevante è stata una visione più aziendalistica, soprattutto per quanto riguarda la società di servizi, pur nel rispetto del fatto che il cliente è prima di tutto un socio. Questo approccio ha rappresentato un cambiamento importante e un patrimonio prezioso per l’associazione. Va inoltre riconosciuto il lavoro svolto sul Movimento Giovani: arrivando da quell’esperienza, Bonacina ha saputo rafforzarne il ruolo e il senso di appartenenza, uno dei valori su cui il mandato si è fondato.

Per quanto riguarda l’attuale presidente Davide Riva, l’ingresso è avvenuto in punta di piedi, con un atteggiamento di ascolto che viene apprezzato. Non si tratta di cancellare quanto fatto in precedenza, ma di comprenderlo a fondo per costruire continuità. Riva conosce bene la struttura, le persone, le potenzialità e anche le criticità, avendo già ricoperto ruoli di vertice. Dal suo approccio emerge un forte senso di rigore che, in una fase economica e geopolitica complessa, può rappresentare un elemento di solidità e un vantaggio per l’associazione. Mi ha già chiesto di continuare nel ruolo di segretario: è una riflessione aperta, che porterò a compimento con responsabilità.

Che bilancio traccia degli eventi che hanno accompagnato i festeggiamenti per l’80° e che feedback avete avuto?
È stato, per come l’ho vissuto, un “abbraccio” costante delle imprese: una partecipazione continua e molto positiva. Non abbiamo scelto un unico evento, ma più momenti legati alle categorie, perché le categorie sono il fulcro dell’associazione e meritano visibilità. Per me è stato anche un passaggio personale importante: essere segretario generale durante l’80° è stato motivo di orgoglio.

Il feedback che ci siamo sentiti ripetere più spesso è stato: “Mi sono ritrovato a casa”. Questo, per un’associazione, vale più di molte parole.

Com’è oggi il rapporto di Confartigianato Lecco con le altre associazioni di categoria del territorio e come si è evoluto in questi ultimi anni?
Con le altre associazioni il confronto è sereno e costante. È cresciuta molto la collaborazione con le altre territoriali di Confartigianato, lombarde e non. Con realtà importanti come Bergamo e Brescia ci sono stati anche progetti comuni. E si sono aperti dialoghi con regioni diverse: di recente siamo stati coinvolti in una candidatura interregionale e, per la Lombardia, è stato chiesto a noi di partecipare. Anche questo è un segnale di riconoscimento e di relazioni costruite nel tempo.

Nel bilancio di Matilde Petracca emergono due direttrici costanti: da un lato il rafforzamento della rappresentanza e della credibilità di Confartigianato Lecco, dall’altro un’impostazione operativa basata su prevenzione, accompagnamento tecnico e relazione diretta con le imprese. Restano centrali le sfide legate a manodopera, attrattività del lavoro artigiano e ricambio generazionale, su cui l’associazione intende agire con orientamento, dialogo con le scuole e coinvolgimento strutturato dei giovani imprenditori.