In programma tre eventi a marzo per il 25esimo anniversario dell’associazione
Il presidente Marco Colombo: “Non siamo un servizio, ma una rete di relazioni”
LECCO – “A volte può sembrare faticoso e non esserci un tornaconto. Si tratta di dare per dare, e basta. Ma si creano legami che restano e si impara a camminare insieme. Questo è semplicemente bellezza”.
Così Marco Colombo, presidente di A.L.F.A. (Associazione Lecchese Famiglie Affidatarie), ha riassunto la vocazione dell’associazione, che offre sostegno alle famiglie affidatarie della provincia di Lecco e che si prepara a festeggiare, a marzo, il 25esimo anno dalla sua fondazione, che risale al 2001.
Lo abbiamo incontrato per affrontare un tema tanto delicato quanto attuale, oggi come venticinque anni fa: l’affido familiare. In questa lunga e approfondita intervista, il presidente ripercorre le origini dell’associazione lecchese, le motivazioni che continuano ad animarne i volontari e il senso di un impegno che si traduce in accompagnamento concreto a minori e genitori in situazioni di fragilità, chiarendo dubbi e interrogativi che ancora circondano questo strumento di tutela.
L’occasione è anche il triplice appuntamento pubblico in programma il 5, 6 e 7 marzo alla Camera di Commercio di Lecco, promosso dall’associazione per riportare al centro i temi della vicinanza e dell’accoglienza. Si partirà giovedì 5 marzo, con il concerto del gruppo inclusivo “Palco senza barriere”. Venerdì 6 marzo è in programma la proiezione del film “Solo cose belle” – alla presenza del regista Kristian Gianfreda – mentre sabato 7 si terrà una tavola rotonda che vedrà la partecipazione, tra gli altri, dell’assessore ai servizi sociali Emanuele Manzoni.

Siamo arrivati al 25esimo anniversario di A.L.F.A: di cosa si tratta e perché è nata?
A.L.F.A. sta per “Associazione Lecchese Famiglie Affidatarie”. Ormai più di 25 anni fa, un gruppo di famiglie si è unito spontaneamente e ha iniziato a confrontarsi per condividere l’esperienza dell’affido.
Nel 2001 c’è stata l’istituzionalizzazione, perché quella che ormai era diventata un’associazione voleva porsi come una presenza riconosciuta e instaurare legami di collaborazione con il Comune, i servizi sociali e altre associazioni educative del territorio.
Come si è sviluppata l’associazione in questi anni? Qual è la sua vocazione?
All’inizio, A.L.F.A. è stata un punto di riferimento per le famiglie affidatarie. Se siamo arrivati al 25esimo è perché abbiamo saputo adeguarci in modo dinamico alle mutazioni del contesto sociale e ai bisogni del territorio.
In questo ha avuto un ruolo fondamentale la presidente che mi ha preceduto, Maria Calvetti, che con quello che definirei “uno sguardo profetico” ha saputo cogliere altri bisogni, che andavano oltre l’affidamento. Si trattava di camminare accanto alle famiglie che vivevano momenti di difficoltà, proponendo un supporto diverso dall’affido, ricostruendo quello che un tempo era il “rapporto di buon vicinato”. Così è nata la formula del “sostegno leggero” (consiste nell’accogliere per alcune ore al giorno i bambini i cui genitori hanno problemi nell’organizzare la quotidianità, magari a causa di turni di lavoro non coperti dalle scuole, ndr), inizialmente rivolta soprattutto alle famiglie extracomunitarie, ma poi aperta anche alle famiglie italiane d’origine. Oggi questa modalità è una forma di accompagnamento rivolta a chiunque ne necessiti, ed è quella più diffusa e più impegnativa per l’associazione.
Mi piace dire che A.L.F.A. non è un service a cui rivolgersi per ottenere un “prodotto”. E’ qualcosa di più: i volontari si prendono cura dei bambini con tempo e dedizione, e diventano dei punti di riferimento per loro e per le famiglie d’origine. Con il tempo si creano dei legami che restano: questa è la bellezza che ci sta dietro.
Oggi lei è presidente di A.L.F.A. Come si è evoluto il suo ruolo nel tempo e come è cambiata l’azione dei volontari?
Io e mia moglie abbiamo vissuto personalmente più di un’esperienza di affido. Questo ci ha permesso di collaborare per anni con le altre famiglie; poi, 9 anni fa, ho raccolto il testimone di presidente da Maria Calvetti, venuta improvvisamente a mancare, personalità che per anni ha animato e motivato l’associazione.
Da quel momento, ho dovuto fare i conti con molta burocrazia, perché le realtà associative si sono gradualmente adattate alle normative del terzo settore. Adesso, infatti, siamo parte degli enti del terzo settore, e da Onlus (Organizzazione Non Lucrativa di Utilità Sociale, ndr) siamo diventati un’organizzazione di volontariato.
Quali sono i dati in merito agli affidi nel nostro territorio? Quanti sono attualmente? Si registra un aumento o una diminuzione rispetto al passato?
Per quanto riguarda gli affidi, al momento se ne occupa maggiormente il servizio provinciale, noi siamo nell’ordine di due decine al massimo di famiglie affidatarie, meno che in passato.
Se parliamo di sostegno leggero, invece, dopo il Covid registriamo in media una settantina di accoglienze ogni anno, fra la città di Lecco, che rappresenta circa il 45% del totale, e il territorio della provincia, che rappresenta il restante 55%.
C’è da dire che i volontari sono una risorsa sempre più difficile da trovare, ma nel complesso i numeri sono buoni.
Che tipo di supporto concreto offre A.L.F.A. alle famiglie che scelgono di intraprendere il percorso di affidamento?
Sebbene all’inizio l’associazione sia stata il punto principale di riferimento delle famiglie affidatarie, nel corso degli anni è venuta meno questa centralità, perché con l’istituzionalizzazione del Servizio Affidi Provinciale, il percorso di formazione per intraprendere questo cammino viene fatto da loro. Alcune coppie o singoli si rivolgono comunque alla nostra associazione, e vengono indirizzati al Servizio Provinciale per il percorso formativo.
Parlando nello specifico di A.L.F.A., direi che siamo anzitutto ascoltatori. Partiamo dall’ascolto dei bisogni e interagiamo con i servizi sociali. Ascoltiamo prima di tutto le famiglie che hanno bisogno di aiuto. Cerchiamo sempre di garantire il benessere dei bambini: proprio per questo organizziamo eventi dedicati a loro, come la tombolata di Natale e la festa di inizio anno.
Per quanto riguarda i genitori affidatari, proponiamo i gruppi di auto mutuo aiuto (A.M.A.), riconosciuti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Ci si trova regolarmente a cadenza mensile per condividere le proprie fatiche, e non sempre ci sono soluzioni, ma il confronto può fare la differenza.

Qual è il rapporto tra A.L.F.A. e le amministrazioni? Collaborate con altre realtà del territorio, come le scuole, o con le comunità?
Siamo sempre in dialogo con gli assistenti sociali, che come dicevo monitorano le situazioni. Collaboriamo anche con il servizio affidi: a volte sono loro che ci segnalano dei casi e ci chiedono risorse.
Siamo in dialogo anche con altre realtà educative, quali gli oratori, che spesso ci invitano in occasione di ricorrenze come la Festa della Famiglia, ad esempio, e in passato abbiamo organizzato qualche incontro nelle scuole.
Invece, non collaboriamo direttamente con le comunità: i servizi sociali fanno da tramite, ci presentano i casi e ragioniamo insieme sulla loro gestione. Nel complesso, direi che siamo dei “facilitatori” per permettere al bisogno di incontrare la disponibilità.
Dal suo osservatorio, direbbe che l’approccio dei genitori affidatari sta cambiando? Quali sono i problemi che emergono nella gestione dei ragazzi al giorno d’oggi?
Inizierei dicendo che ogni caso è un caso a sé: nella nostra rete cerchiamo sempre di trovare i volontari che hanno rispondenza con le specifiche necessità che emergono.
Una difficoltà è sicuramente quella che sperimentano i bambini e i ragazzi accolti, che devono fare i conti con contesti nuovi. La famiglia che accoglie deve invece interagire anche con la famiglia di origine, entrando a contatto con situazioni molto varie e diverse dalla nostra dal punto di vista culturale ed educativo.
Chiaramente, i servizi sociali e il Servizio Affidi Provinciale forniscono supporto e si assicurano che tutto venga gestito al meglio.
Invece, direi che le complicazioni nella gestione dei ragazzi di oggi sono dovute prevalentemente a tutti gli stimoli che ricevono. In generale, però, le sfide che si hanno con i bambini in affido sono le stesse che si hanno con i propri figli. L’elemento più impegnativo secondo me è entrare in relazione con il contesto d’origine, e soprattutto bisogna prestare molta attenzione a come se ne parla con i bambini. L’obiettivo dell’affido e del sostegno breve è proprio il reinserimento: si tratta di un supporto che deve avere una data di termine, contribuendo al benessere dei ragazzi durante e dopo.
Ci sono tanti genitori giovani tra le coppie affidatarie, o rimane un contesto poco esplorato dalle nuove coppie?
Innanzitutto, ci sono sempre meno persone che si mettono a disposizione in generale. I tempi della società sono sempre più frenetici, spesso entrambi i componenti delle coppie lavorano, e se si è single è difficile gestire i propri tempi.
Per quanto riguarda le coppie giovani, ce ne sono poche, e spesso hanno bisogno a loro volta del supporto dei loro genitori. L’età media dei genitori affidatari e dei volontari in generale dell’associazione è piuttosto alta. Noi contiamo non più di 3/4 coppie di genitori under 30 che fanno sostegno leggero. Credo che ciò dipenda in gran parte dai tempi dilatati di oggi, come i percorsi di studio, ad esempio.
Fare affido non è solo un gesto solidale, ma un percorso complesso. Cosa suggerirebbe oggi a una famiglia che sta pensando di intraprenderlo ma ha paura?
Non vorrei essere frainteso, ma secondo me ci vuole un po’ di “sana incoscienza”: come in tutte le esperienze di vita, se si sta a misurare ogni cosa, non ci si butta mai, non si prosegue. Bisogna ascoltare il cuore: questo consiglierei di fare.
Oltre a questo, serve avere uno sguardo aperto, impegnarsi a non essere giudicanti e non aspettarsi un tornaconto. Lo scopo è solo dare.
Perché avete scelto di celebrare i 25 anni con tre serate aperte a tutta la cittadinanza? Che messaggio volete trasmettere?
Innanzitutto, vogliamo trasmettere il messaggio che noi ci siamo, siamo presenti e attivi sul territorio. Il secondo è un messaggio di festa: vogliamo festeggiare insieme un importante traguardo.
Non chiederemo adesioni, gli eventi sono aperti a tutti e lo scopo è semplicemente quello di mostrare che esistono, tra le varie difficoltà del giorno d’oggi, anche cose belle. Il titolo del film proposto per il 6 marzo infatti non è casuale (il 6 marzo sarà proiettato il film “Solo cose belle” di Kristian Gianfreda, ndr).
Quanto è importante che non sia solo la famiglia affidataria, ma l’intera comunità a sentirsi coinvolta? Come si può sostenere A.L.F.A.?
L’idea di comunità è fondamentale. Noi puntiamo a costruire una rete, non solo con gli altri volontari, ma con le istituzioni. Oggigiorno, bisogna far passare il messaggio che le istituzioni lavorano con attenzione e serietà su progetti chiari. L’obiettivo di tutti non è quello di separare, ma di unire. A.L.F.A. si può anche sostenere economicamente ed eventualmente scegliere di diventare soci, potendo così anche dare indicazioni e suggerimenti durante le assemblee. E’ stato istituito anche un Fondo Affidi Provinciale, in cui siamo inseriti anche noi, che è parte della Fondazione Comunitaria Lecchese.
Guardando ai prossimi 10 anni, quale vorrebbe che fosse il futuro di A.L.F.A. sul territorio?
Anche solo mantenere il tipo di azione che stiamo svolgendo sarebbe abbastanza. Un altro obiettivo è quello di rafforzare ancora di più il rapporto di collaborazione con le famiglie che hanno bisogno di aiuto, affinché ci vedano come un punto di riferimento sicuro per loro, non solo per i bambini, e anche in seguito alla conclusione degli affidamenti.
C’è un messaggio conclusivo che vorrebbe lanciare?
Il percorso è sicuramente faticoso, ma arricchisce tanto. Citerei il nostro motto di beato Pino Puglisi: “Se ognuno di noi fa qualcosa, insieme possiamo fare molto”.
E nonostante spesso si parli di cose negative, è importante ricordare sempre che nel mondo esiste anche molta bellezza: questo è il messaggio che vorrei lanciare.


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