Giorno del Ricordo, anche Lecco celebra le vittime delle foibe

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In mattinata la cerimonia organizzata da Prefettura, Provincia e Comune di Lecco

“Ognuno di noi deve impegnarsi per evitare che si diffonda il germe dell’intolleranza”

LECCO – Nella mattinata di oggi, martedì 10 febbraio, a Lecco, si sono svolte le celebrazioni per il Giorno del Ricordo, ricorrenza dedicata a conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale.

La cerimonia, che ha visto la partecipazione delle autorità civili e militari, si è svolta in piazza Cermenati a causa dei lavori del lungolago che non hanno consentito le celebrazioni in riva Martiri delle Foibe. A prendere la parola è stata la presidente della Provincia di Lecco Alessandra Hoffman che ha voluto ricordare Adriano Jadran Savarin, esule istriano e testimone di quei momenti terribili scomparso un anno fa.

Alessandra Hoffman

“Un uomo che, attraverso le sue parole, ci ha lasciato un’eredità che non possiamo disperdere – ha detto -. Persone che, per continuare a vivere, sono state sradicate dalla loro terra e private della loro identità. Cerimonie come questa servono a onorare la memoria di esseri umani che hanno sofferto e subito persecuzioni violente  e ci servono a comprendere l’importanza della pace, della tolleranza e del rispetto. Ancora oggi le cronache ci ricordano che, in Europa e nel Mondo, le contrapposizioni portano a tantissimi scenari di persecuzione e violenza. E, allora, ognuno di noi deve impegnarsi per evitare che si diffonda il germe dell’intolleranza perché è proprio nelle idee diverse che cresce una comunità”.

Mauro Gattinoni

Se il giorno del Ricordo ha un senso, come lo ha anche quello della Memoria appena celebrato, ecco che dobbiamo leggere la realtà con gli occhi della storia. E per questo voglio essere chiaro: sono rientrato domenica notte da un viaggio istituzionale, con altri sindaci lombardi, nei territori palestinesi, da Betlemme a Gerico, passando per Gerusalemme – ha detto il sindaco di Lecco Mauro Gattinoni -. Gli esperti, gli storici o i tribunali troveranno, nel tempo, il nome giusto per definire quanto giù sta accadendo. Ma io non posso tacere. Io racconto ciò che ho visto coi miei occhi: una popolazione scientificamente vessata nell’agire quotidiano, privata di acqua, cibo, elettricità, casa, terra. Privata del lavoro, del sostentamento materiale per le proprie famiglie. È in corso una sostituzione programmata di manodopera palestinese con altri lavoratori importati dall’estero (da India e Bangladesh) da impiegare stagionalmente nei campi e nei cantieri edili; negli uffici pubblici scompaiono progressivamente i dipendenti palestinesi, i quali vengono metodicamente pagati con tre mesi di ritardo o alla metà dello stipendio (pagine già viste nella storia); dove, ad esempio, una maestra per entrare in classe alle 8 deve partire alle 4 di mattina, dovendo attraversare decine di checkpoint, dove recarsi al lavoro diviene un tormento quotidiano. Ecco, di che cosa vogliamo fare ricordo? Di popolazioni martoriate. Di genti che per motivi etnici o religiosi sono costrette a fuggire dalle proprie case, costrette nei fatti a lasciare la propria terra, la propria famiglia, abbandonare la propria libertà”.

Paolo Ponta

Il Prefetto di Lecco Paolo Ponta ha inquadrato quei fatti nella storia per ribadire che: “nulla poteva giustificare una violenza cieca contro persone, civili e militari, uomini e donne, di ogni età e condizione politica e sociale, compresi numerosi antifascisti, colpevoli solo di essere italiani. Una pulizia etnica in piena regola, espressione che oggi si può estendere a troppe aree nel mondo dilaniate da conflitti disumani. Il Ricordo che oggi celebriamo lo dobbiamo alle vittime e ai profughi, ma lo dobbiamo anche a noi stessi e alle generazioni più giovani. Ricordo significa impegno a rispettare l’altro a prescindere da etnia, lingua, religione e idee”.

La testimonianza di Mario Stojanovic

La cerimonia si è chiusa con le parole di Enzo Patuzzi, rappresentante dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, che ha sottolineato l’aiuto ricevuto dalla città di Lecco in quei difficili momenti e dalla testimonianza del giornalista Mario Stojanovic, il cui padre Raico (scomparso nel 1972 a causa di una “morte bianca”), partigiano di Tito, si rifiutò di partecipare al massacro disertando e finendo nei campi di concentramento.

Mario Stojanovic

“Mio padre era nato in una città della Serbia, sulle rive del Danubio. All’età di soli vent’anni fu chiamato alle armi e arruolato tra i partigiani del Maresciallo Tito – ha ricordato Stojanovic -. Durante gli anni della guerra gli venne ordinato, insieme ad altri, di partecipare all’uccisione degli italiani alle Foibe. Egli però si rifiutò di eseguire quell’ordine. A causa di questo rifiuto, insieme a pochi altri, disertò e venne catturato. Fu quindi deportato nel campo di concentramento di Bari e successivamente trasferito nel campo di concentramento di Bergamo, che sorgeva nell’area dell’attuale stadio di calcio dell’Atalanta. Da lì riuscì a fuggire insieme ad altri cinque uomini. Per ben tre anni rimase nascosto nei boschi sotto Valcava, nel territorio compreso tra i comuni di Torre de’ Busi e Caprino Bergamasco. Mia nonna, avendo scoperto che si trovava in una frazione tra quei due comuni, portava loro cibo e coperte per la notte. In alcune occasioni mio padre scendeva anche nella sua casa e, quando arrivavano i fascisti per cercarlo, lei lo nascondeva nella mangiatoia, coprendolo con il fieno destinato alle mucche. Terminata la guerra, mio padre rimase a vivere nella casa di mia nonna e sposò mia madre. Solo nel 1966 gli fu possibile tornare in Jugoslavia. Io, suo figlio, ottenni la cittadinanza italiana al compimento del mio ventunesimo anno di età, con l’obbligo di firma ogni sei mesi presso l’Ufficio Stranieri della Polizia di Lecco. Ero inoltre in possesso di un libretto di lavoro, che doveva essere firmato dal mio datore di lavoro il giorno precedente. Al di là di tutte queste vicende, il gesto umano più grande compiuto da mio padre rimane il suo rifiuto di andare a uccidere degli innocenti, rifiutando di partecipare alle stragi degli italiani alle Foibe”.