Il primato dell’intelletto e l’appiattimento della vita emotiva

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RUBRICA – L’impatto più diretto ed immediato che l’avvento del mondo digitale ed il suo ingresso nella quotidianità di ciascuno ha avuto è duplice. Da un lato ha segnato l’affermarsi del primato dell’intelletto sul mondo emotivo, immaginativo e sentimentale dell’uomo; dall’altro ha dato luogo ad una paradossale (ed apparentemente contraddittoria) esposizione dell’emotività come puro spettacolo e oggetto di morbosa curiosità.

L’effetto più evidente dell’intreccio di questi due passaggi è che l’emotività stessa viene estromessa dal contesto che ne giustifica e legittima l’emersione (viene cioè tolta dalla “vita di ciascuno” nella quale ha senso che emerga) e viene quindi destituita del suo ruolo fondamentale di “bussola” dell’agire umano e di “chiave di lettura” dei comportamenti propri ed altrui.

In questo intervento ci concentriamo sul primo dei due fattori che abbiamo citato: il primato della razionalità della tecnica sull’affettività umana.

Scrive Umberto Galimberti (nostro punto di riferimento in questa trattazione): “La razionalità della tecnica ha sviluppato le nostre potenzialità intellettuali, operando quella trasformazione dell’uomo in senso intellettualistico che ha avuto come effetto l’impoverimento, se non addirittura la rimozione, del mondo immaginale, emotivo e sentimentale, che nell’epoca pre-tecnologica erano i tratti che caratterizzavano la nostra vita intima”.

L’agire umano, a ben guardare, non è mosso dalla razionalità, bensì dall’emotività e dal senso ultimo che ha, per ciascuno, fare ciò che fa. Il fine del nostro muoverci nel mondo è quello di trovare appagamento e soddisfazione in rapporto a ciò che proviamo e sperimentiamo: emozioni, sentimenti ed affetti. Ma anche desideri, sogni, aspirazioni. Dai micro-eventi della quotidianità all’impresa titanica di dare un senso alla nostra vita, ciò attraverso cui ci orientiamo nel mondo è l’emozione che suscitano in noi gli eventi del mondo ed il nostro agire in vista di uno scopo che ha senso per noi perseguire.

Nel “mondo della vita” si agisce, cioè, condotti da un fine. Ognuno il proprio, in rapporto alla propria storia di vita, al contesto in cui si è inseriti, alle possibilità che quel contesto offre, e via dicendo.

Nell’ambiente ipertecnologico nel quale siamo inscritti oggi, questi parametri vengono stravolti: è tutto talmente immediato, veloce, accessibile che è difficile percepire e inseguire uno scopo. Non vi è lo spazio espressivo e neppure immaginativo affinché un desiderio emerga. Come abbiamo osservato nello scorso intervento, la sua soddisfazione è immediata. Ancor più difficile è, dunque, articolare un percorso a lungo termine che permetta il raggiungimento del proprio obiettivo e quindi di pervenire alla conseguente esperienza della soddisfazione. La fatica non è contemplata, nella nuova generazione digitale, nella misura in cui “costruire” uno scopo in rapporto al quale abbia senso “reggere” la fatica è fuori dalla portata emotiva ed immaginativa.

Per un adolescente di oggi – ad esempio – è difficile dare un senso al proprio studiare quotidiano nella misura in cui non riesce ad immaginare il punto d’arrivo di quella fatica; sia perché il mondo che lo aspetta è un’incognita assoluta (“Che lavoro farò da grande?”), sia perché l’azione (anche faticosa) in vista di uno scopo (il cui raggiungimento è gratificante) è un’esperienza che ha praticato ben poco nella propria storia di vita.

“La tecnologia non tende a uno scopo, non promuove un senso, non apre scenari di salvezza, non redime, non svela la verità – spiega sempre Galimberti – La tecnica funziona e il suo funzionamento è regolato da una razionalità semplice e rigorosissima: ottenere il massimo degli scopi con l’impiego minimo dei mezzi… Ma tutti noi abbiamo anche una vita emotiva che comprende passioni, affetti, sentimenti, immaginazioni, sogni”. Dal punto di vista della razionalità della tecnica si tratta di elementi di disturbo che non hanno nessuna funzionalità produttiva.

Ecco quindi che tutta la vita emotiva viene estromessa non solo dal ruolo esplicativo che ha nello spiegare il comportamento umano, ma anche dalla componente di “cura” che comporta in vista di una vita che abbia senso essere vissuta.

Dott. Enrico Bassani
Psicologo – Psicoterapeuta
Via Leonardo da Vinci 15, Lecco
http://www.bassanipsicologo.it – info@bassanipsicologo.it – tel. 338.5816257


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