io, papà

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Domani, 19 marzo, è la festa del papà. Già da qualche giorno i bambini preparano, con l’aiuto di mamme e maestre, poesie, regali e bigliettini da donare per l’occasione.

Anche noi abbiamo deciso di dedicare questo spazio proprio a loro, ai papà, sempre messi un po’ da parte, perché quando si parla di bambini quasi automaticamente si fa riferimento alle mamme. E per festeggiarlo abbiamo chiesto ai nostri lettori in facebook di scriverci la prima parola che veniva loro in mente pensando proprio a “papà”. Le risposte sono state le più diverse. Tra quelle riportate delle mamme spiccano parole come “pilastro”, “compagno di viaggio”, “punto di riferimento”, “condivisione della fatica”, “staffetta”, “diverso da me ma complementare”. Le definizioni dei bambini vanno da “compagno di giochi” a “supereroe”, “sa tante cose” e “sa fare tutto”, “mi porta al parco giochi”, “va a lavorare per comprare quello che serve”, “mi racconta le favole”.

E’ un papà presente, quindi. Un papà che prende piede e diritto di parola in tutto ciò che riguarda la gestione dei figli, dalle scelte educative più generali a quelle di gestione quotidiana. E lo fa facendo emergere il suo modo particolare di agire e rapportarsi con i piccoli, così diverso da quello materno: non è un “mammo”, una copia mal riuscita e non sempre all’altezza, ma proprio qualcosa di differente, unico e complementare appunto.

Noi mamme però spesso ce lo dimentichiamo e fatichiamo a non metter bocca, criticando e sottolineando ciò che a nostro avviso non va: giochi che ci sembrano troppo pericolosi, disordine, rumore, confusione, regole che sembrano non esserci…

Ma almeno in occasione della loro festa abbiamo deciso di lasciare semplicemente loro la parola, mettendoci in silenzio e in ascolto di ciò che è il loro mondo e il loro punto di vista. E lo facciamo con questo testo, scritto da un papà durante un nostro seminario autobiografico per genitori e donatoci perché potessimo pubblicarlo.

 

Io, papà…

Nasco figlio, divento uomo, mi ritrovo padre… che giri ti regala la vita! La casa inizia ad addobbarsi di foto, giochi, giochini, piatti e bicchieri colorati, patelli, salviettine umidificate, fisiologiche per nasini intasati. Essere padre per me, paradossalmente, è significato ritornare bambino. La tua vita diventa un’avventura fantastica. Passi dalla tragedia greca più profonda e devastante, alle commedie brillanti nell’arco di pochi secondi. Guardi negli occhi, ancora limpidi e puliti, delle tue creature e inizi a capire il perché di tante cose. Vedi che ancora non conoscono e non capiscono il mondo che gli stai lasciando e allora sai che dovrai essere per loro una guida prima, un compagno di viaggio poi e infine un osservatore nascosto. Capisci che i figli non sono mai davvero interamente tuoi, i figli appartengono a loro stessi, a te però il compito di accompagnarli e seguirli e “donargli” le tue esperienze affinché ne facciano di loro.

Essere papà, per me, è un insieme indefinibile ed infinito di emozioni forti, fortissime. Gioia, commozione, rabbia, felicità, depressione (forse esagero, ma nell’ultima gravidanza la crisi post partum l’ho avuta più io di mia moglie…) frustrazione e il tutto senza soluzione di continuità.

Essere papà vuol dire anche imparare a “sentire” non con le orecchie ma con il cuore, i figli ti parlano ma con un linguaggio che per certi versi è quasi “divino”, non capisci, ma comprendi. Se stai in ascolto ed entri in contatto vero con loro, i figli ti dicono cose che mai avresti immaginato di sentirti “dire”. Loro sono più grandi di noi. Io lavorando sono spesso fuori casa e a volte la mancanza del contatto con i pargoli si fa sentire e il senso di colpa è sempre dietro l’angolo, ma poi quando entri in casa e loro ti guardano e tua figlia (la grande) dice: “è arrivato il MIO papà” allora tutto decade e capisci di non capire un tubo, fino ad una certa età i figli vivono senza tempo e senza spazio, tu sei loro e loro sono legati a te.

Essere papà significa anche, sempre per me, essere educatore, tentare di non commettere gli stessi errori che i tuoi genitori hanno fatto con te, ma non sei infallibile e più cerchi di non commettere errori, più ti ritrovi a fare gli stessi dei tuoi genitori, e allora con fiducia nella vita, non pensi, non programmi e lasci che il tuo io più profondo prenda spazio e con la stessa istintività dei piccoli ti abbandoni e cerchi di condurli a capire cosa si può, cosa si deve, cosa si fa e cosa no… non sempre con risultati soddisfacenti e ti ritrovi a correre in casa come un pazzo con i figli che ti rincorrono e ti sovvengono le immagini delle giornate passate a giocare e ti abbandoni al gioco e lasci che i tuoi figli educhino te… per tutto il resto c’è la “mamma”.

Essere padre, e stavolta non solo per me, vuol dire prima di tutto essere compagno (o marito, ma preferisco compagno) di qualcuno senza il quale non saresti mai stato padre, ma questa è un’altra storia.

 

E anche noi concludiamo qui, senza aggiungere nulla se non un semplice GRAZIE. Grazie a questo papà che ci ha fatto dono di queste parole e grazie a tutti i papà, perché sanno esserci…nonostante noi mamme!

Lucia Riva e Elisabetta Vitali

Gli articoli della rubrica sono a cura delle Dott.sse Lucia Riva ed Elisabetta Vitali, pedagogiste dello Studio di Consulenza Pedagogica Koru
www.consulenzapedagogicakoru.it
Se avete domande o osservazioni potete scrivere all’indirizzo mail studiokoru@libero.it

 

 

 

 

 

 


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