Colombia-Lecco, 70 ore tra incertezze e poche risposte. L’odissea di una studentessa

Tempo di lettura: 4 minuti

Una studentessa lecchese racconta la sua storia

“Molte persone in difficoltà, il sistema non sta funzionando”

LECCO – In una lettera l’odissea di Anna Riva, studentessa del politecnico di Milano che era in intercambio in Colombia. La lecchese è riuscita a rientrare nel pomeriggio di sabato scorso e ha voluto raccontare la sua storia perché molte persone sono nella stessa situazione e pochi ne parlano”

“Scrivo questo piccolo sfogo mentre aspetto gli ultimi due treni che mi dovrebbero portare a casa (Lecco) da Roma sapendo che nella mia situazione ci sono ancora moltissime persone. Voglio fare una precisione per non essere male interpretata, la mia critica non è rivolta a tutte quelle persone che stanno lavorando molte ore per aiutare nei consolati, ambasciate o Farnesina, ma bensì, al sistema stesso che non sta funzionando al contrario di quando dicono i media. Ultima premessa, tutte le persone con cui sono stata al telefono o ho scambiato e-mail sono sempre state disponibili.
Capisco che è impossibile rimpatriare tutti ma almeno cercate di renderlo possibile a prezzi accessibili (il volo di rimpatrio Cuba-Roma me lo volevano vendere a 1800 euro), tutelate veramente chi dite di tutelare e non fatevi belli in televisione così che mia mamma mi chiami felice e mi dice: ‘tranquilla ci pensa la protezione civile a farti tornare a casa’. Soprattutto, per favore, date risposte concrete: se ci dite di aspettare 3 giorni in albergo dopo 3 giorni dateci la certezza di tornare a casa.
Ore 11 del giorno 18 marzo (-7 ore alla partenza) Barranquilla (Colombia). Scrivo tramite la Farnesina all’ambasciata italiana a Bogotà per richiedere un possibile rimpatrio verso l’Italia. Come risposta mi vengono proposti dei voli di Avianca in partenza da Bogotà, il primo per me imprendibile per tempistiche, il secondo decido di tentarlo correndo in aeroporto perché il sito non funzionava. Arrivata mi viene detto che è pieno, mi consigliano di volare a Bogotà e così decido di intraprendere il viaggio anche senza biglietto (scelta che può essere definita incosciente).
Ore 23 del 18 marzo (5 ore): Arrivata a Bogotà dormo la prima notte per terra in aeroporto, alle 4 di mattina inizio a fare la fila nell’unica compagnia che vendeva ancora biglietti per l’Europa e quella consigliata dall’ambasciata. Per rientrare chiedevano minimo 1500 dollari per un biglietto verso qualsiasi destinazione in Europa venduto già in overbooking (alcuni turisti sono arrivati a spendere 4000 dollari). Chiamo l’ambasciata per chiedere un’altra soluzione meno costosa la risposta è semplice: o lo prendi o rischi di rimanere a tempo indefinito in Colombia. O hai soldi o sei fregato (non cambia nulla se sei uno studente con borsa di studio come me o uno che è lì in viaggio di nozze, non sei ugualmente tutelato).
Ore 12 del 19 marzo (18 ore): mi decido a prendere il biglietto, allo sportello, appena prima di pagare i famosi 1500 dollari e partire dopo 3 giorni senza sicurezza sul volo (ora quel volo è stato cancellato), scopro che esiste un altro volo a 550 euro e riesco a partire per Madrid. Partiva alle 13, in quel momento erano le 11.45, lo riesco a comprare con varie complicazioni perché non volevano farmi partire non avendo poi un volo per l’Italia da Madrid (quelli dei rimpatri tutti pieni da giorni e penso siano 5 in totale, sicuramente rimpatrieranno tutti) l’ambasciata mi dice di salire ugualmente sull’aereo, di dire di averlo e di partire che l’importante è arrivare in Europa e via dalla Colombia.
Ore 4 del 20 marzo (42 ore): Madrid, finalmente Europa. Nessun tipo di controllo né febbre né nulla… sono uscita indisturbata dall’aeroporto. Le scelte sono o andare in Germania che permette ancora il transito (ma scopro presto che i voli vengono cancellati continuamente e son pieni) oppure i voli di rimpatrio dell’Alitalia già finiti da giorni l’unica scelta rimane traghetto da Barcellona per Civitavecchia. Siamo in 30 italiani in questa situazione in aeroporto vogliamo chiamare l’ambasciata in gruppo ci dovrebbe dare una mano non siamo in pochi.
Ore 10 del 20 marzo (48 ore): l’ambasciata finalmente risponde ci elenca le possibilità che già conoscevamo, però inizia a circolare la voce che le navi sono piene per i prossimi giorni e il consolato non ne sa nulla. Lo facciamo presente, la risposta è che non fanno un altro volo.
Ore 11 del 20 marzo (49 ore): dopo un po’ di disperazione su cosa fare ci richiama l’ambasciata, forse organizzano altri voli di rimpatrio per lo stesso giorno ma senza certezza; per saperlo bisogna continuare ad aggiornare la loro pagina. Intanto ci viene comunicato dall’Italia, dai nostri parenti, che le barche ci sono e hanno posto. Abbiamo due ore per decidere se aspettare l’indecisione del consolato o andare a prendere il traghetto in treno da Madrid. Per mia fortuna aggiorno la pagina quando si libera l’unico posto disponibile su un volo lo prendo, io sono salva, arrivo in Italia. Gli altri 29 no, non hanno risposte certe, decidono di andare a Barcellona e per poco prendono la nave. Arriveranno sabato sera a Roma alle 21 se nessuno li blocca prima, senza aiuto da nessuno. Io, alle 16 del 21 marzo, penso di arrivare a Lecco, casa mia, tutto questo dopo 3 notti a dormire in aeroporto, aerei presi all’ultimo secondo, poche risposte alle domande e 70 ore di viaggio“.