Arturo Croci è stato operato il 6 marzo al Manzoni di Lecco: “Il nostro ospedale è davvero un’eccellenza”
“Dedicherò il mio ultimo libro ai medici della Chirurgia Vascolare”
LECCO – Riceviamo e pubblichiamo la toccante storia di un lettore, Arturo Croci, di Calco, operato d’urgenza all’aorta all’Ospedale Manzoni di Lecco. Era il 6 marzo, Arturo è rientrato a casa sabato 29. “L’Ospedale Manzoni è davvero un’eccellenza” dice, convinto. Ecco la sua testimonianza:
Gentile redazione,
penso che la Comunità lecchese – ed io anche – sia fortunata ad avere sul suo territorio un centro di eccellenza medica come l’ospedale Manzoni.
Sono veramente grato, in primis, alla Divisione di Chirurgia Vascolare dell’Ospedale A. Manzoni, al primario Dott. Giovanni Rossi e alla sua equipe, in modo particolare: Dott. Alessandro Molinari, responsabile UOS di Chirurgia Flebologica e ai dottori Sara Segreti, Marco Ferraresi, Maria Katsarou, Moad Ameer Salem Al Aidroos, Candida Pangallo e Camilla Grignani.
Grazie anche ai cardioanestesisti, al personale della terapia intensiva, ai medici della divisione cardiologica e urologica, al corpo infermieristico e di fisioterapia.
Vorrei esprimere anche un grande ringraziamento alla Famiglia Pironi di Vertemate con Minoprio, a Dario De Muttis, Roberto Bertini e Andrea Segreto della Croce Verde di Fino Mornasco, ai medici del Pronto Soccorso dell’Ospedale Sant’Anna di Como e agli operatori dell’elisoccorso che mi ha trasportato in volo da Como a Lecco.
Questa è in sintesi la mia storia. Sono Arturo Croci, nato a Castelletto di Vernasca, in provincia di Piacenza il 1-10-1951, domiciliato dal 1975 a Calco (Lecco). Ho frequentato la Scuola di Orto-floro-Frutticoltura di Minoprio e ho poi dedicato la mia vita associativa e professionale all’editoria e al giornalismo florovivaistico e sono stato editore per 30 anni della rivista Flortecnica.
Dal dicembre 2005 la mia attività professionale è molto cambiata a causa di un aneurisma con disseccamento dell’aorta; dopo un mese di coma presso gli Ospedali Riuniti di Bergamo, ho trascorso 6 mesi per la riabilitazione presso l’Ospedale Umberto I di Bellano. In quel mese di coma, per me sono trascorsi più di cinquant’anni in un altro tempo, la cui vita l’ho descritta in un libro tradotto in 4 lingue. La mia aorta si è ancora spezzata nel 2013 e la mia vita è stata salvata a Lecco grazie ai cardiochirurghi Michele Triggiani e Giordano Tasca, poi anche grazie all’ulteriore intervento da parte della unità di Chirurgia Vascolare.
Lo scorso anno, a marzo del 2024, l’Unità di Chirurgia Vascolare è ancora intervenuta sulla mia aorta a causa di un’ulcera.
Ed infine, l’ultimo intervento in urgenza è stato effettuato il 6 marzo di quest’anno. Giovedì 6 marzo, alle 6 del mattino, viaggio da Calco con la mia auto in direzione di Vertemate con Minoprio, verso la casa dell’amico Valter Pironi. Come già altre volte in passato, ho programmato di lasciare l’auto a Vertemate e che Valter mi porti all’aeroporto della Malpensa. Ho l’imbarco alle 9,10 sul volo EY82 Ethiad Airways per Abu Dhabi e da qui per Phuket, dove a Ban Kamala aspetta l’amico fraterno Robert F. Zurel, (è stato il più grande commerciante di fiori al mondo). In inverno vado spesso in Thailandia, il clima è benefico per la mia gamba ischemica.
A casa di Pironi scarico trolley e 24 ore, chiedo a Valter di usare il bagno e subito dopo sento un bruciore fortissimo al centro del petto, non ho più forza, mi gira la testa, ho nausea, la carotide destra brucia, ho una forte nevralgia alla mascella destra e mal di testa. Dico a Valter che sto male, lui mi guarda preoccupato, mi fa sedere sul divano e dice: “Chiamo mio figlio Andrea, lui è un volontario nella pubblica assistenza e sa come comportarsi meglio di me …”, chiudo gli occhi, perdo i sensi.
Mi risveglio, non so quanto tempo sia passato, Andrea mi sta controllando il polso, vedo molta preoccupazione nei suoi occhi, mi dice: “Sta arrivando l’ambulanza …”.
Qualche minuto dopo gli operatori della Croce Verde di Fino Mornasco effettuano i primi controlli e mi spostano sull’ambulanza, sento che parlano dell’Ospedale S. Anna. L’ambulanza parte a sirene spiegate, dico a me stesso: “Non riuscirò più a imbarcarmi, il dolore è molto forte, non voglio permettere alla mente di pensare e considerare, devo fermare il dialogo interiore e concentrami sul respiro … inspiro … espiro … inspiro … espiro”. La sirena urla ma quasi non la sento, gli scossoni si, quando riapro gli occhi intravedo l’ingresso del Pronto Soccorso del Sant’Anna.
Attorno a me ci sono diversi medici, mi fanno le domande di rito, quali sono i sintomi, età, peso, mi fanno firmare i documenti della privacy e l’autorizzazione alle trasfusioni. Un giovane medico mi dice che inserirà un chip sottocutaneo al polso del mio braccio destro ed effettua un taglio a T, lo vedo mentre solleva la pelle, infila il microchip e poi sutura la ferita. Che curioso, penso: “Adesso sono un terminale dei computer del S. Anna”. Il giovane medico mi dice che mi inietterà morfina per alleviare il dolore e mi faranno una Tac. Suona il mio telefono, rispondo a malapena, è Valter Pironi, è fuori ma non lo lasciano entrare; appena vedo passare una dottoressa Le dico che fuori c’è un amico con la mia borsa e i miei documenti sanitari (li porto sempre con me quando mi viaggio). Nel frattempo chiamo mia moglie, mando un messaggio vocale in Thailandia dicendo a Robert Zurel che non arriverò, invio qualche altro messaggio alle persone a me più vicine. Arriva Valter e consegna i documenti sanitari nella mia 24 ore; i medici cominciano a leggere le lettere di dimissione e la mia storia, effettuano la Tac, sento che parlano fra di loro: “La protesi aortica si sta deteriorando”. I medici mi chiedono dove e chi mi ha operato, rispondo, che è a Lecco, la Chirurgia Vascolare, primario Giovanni Rossi e che Alessandro Molinari mi ha già operato due volte.
Mi informano che hanno parlato con i medici del Manzoni e di comune accordo hanno deciso di trasferirmi a Lecco con l’elicottero; in un attimo mi infilano sondino e mi intubano. Continuo a controllare il respiro come posso, sento che mi preparano per il volo, sono su di una barella con i bordi alti imbottiti, in modo da evitare qualsiasi urto, vedo la bombola dell’ossigeno accanto a me. Un operatore medico sull’elicottero mi dice: “Il volo durerà 4-5 minuti, non posso sentirti, se qualcosa non va segnalamelo con la mano”.
Siamo atterrati su tetto del Manzoni, vedo le pale dell’elicottero che rallentano e si fermano, gli operatori mi portano verso l’ascensore, riconosco Alessandro Molinari, cerco di sorridere e di dirgli: “Sono ancora qui”; in un attimo siamo nel blocco operatorio. La sala è piena di operatori, si muovono velocemente, mi spostano sul tavolo operatorio, mi tolgono velocemente i vestiti, mi depilano, le domande di rito, identificazione, peso, denti, allergie … mi applicano la mascherina …“Arturo un bel respiro profondo” … me ne vado.
Mi sveglio, guardo l’orologio sulla parete, 2,30, penso: “del mattino”, ma non so con certezza, sono agganciato a diverse strumentazioni e macchine che conosco bene.
Al mattino arriva a trovarmi in terapia intensiva la Dottoressa Candida Pangallo, sorride e dicendomi …“Arturo e così si è fatto una aorta nuova”, in realtà non so ancora cosa sia successo, poi arrivano a trovarmi i dottori Marco Ferraresi, Sara Segreti, Alessandro Molinari e scoprirò che mi hanno preso “per i capelli”, si era rotto l’arco aortico all’attaccamento della protesi dell’aorta ascendente applicata nel 2013.
Dopo due giorni di terapia intensiva mi spostano in reparto, tutto procede bene. Domenica mattina, 9 marzo, entra nella stanza il Dott. Marco Ferraresi, lo vedo visibilmente preoccupato, mi dice: “Ho visto dall’analisi del sangue che l’emoglobina si è abbassata troppo, potrebbe essere normale ma potrebbe anche sintomo di emorragia interna, ho deciso di anticipare la Tac”. Ferraresi sblocca il mio letto e mi porta personalmente verso l’ascensore e dal quarto piano giù, in radiologia. Dopo la Tac Ferraresi mi riporta in reparto e, non so per esattamente per quale ragione, gli dico che quello che ci tiene in vita è: “La quantità di scopo”, alchè lui replica: “Allora Lei deve avere uno scopo molto importante…”, chiudo gli occhi, penso alla mia donna e rispondo …“Si Marco … l’amore”.
Dopo un po’ Ferraresi torna a vedermi e mi dice che fortunatamente non c’è nessuna emorragia ma la tac ha evidenziato un piccolo pneumotorace, mi sento sollevato.
Il decorso post operatorio è regolare e dopo una settimana è prevista la dimissione. Sabato 22 marzo è di servizio la dottoressa Camilla Grignani, mi dice che sta preparando la dimissione, mi controlla le ferite all’inguine e alla gola, un’infermiera mi toglie gli accessi e così inizio a vestirmi. Mi sento fiacco, affaticato, mi manca il fiato, vedo che ho le caviglie gonfie ma testardamente mi infilo le scarpe. Arriva in reparto il mio compagno d’infanzia Dott. Giovanni (Gianni) Manzi, abbiamo passato i primi 10 anni di vita insieme, poi ci siamo ritrovati molti anni dopo. Manzi, ora in pensione, è stato il direttore della Regione Lombardia a Lecco ed abita vicino all’ospedale e, con la moglie Gabriella, mi è vicino tutte le volte che mi ricoverano al Manzoni.
Ritorna in stanza la Dottoressa Grignani, mi guarda, vede che respiro a fatica, nota le mie caviglie gonfie e dice: “Arturo, non mi sento di dimetterla, voglio che prima la visiti un cardiologo …”. Sono visibilmente deluso e la dottoressa: “Non mi guardi così, chiedo subito la visita cardiologica …”.
Torna l’infermiera, mi ri-applica nuovamente gli aghi alle braccia piene di ematomi.
Gianni Manzi cerca di rincuorarmi come può dicendomi che è meglio così e che lì sono più sicuro. Passato l’attimo di sconforto penso che davvero è meglio così. Il pomeriggio arriva il Dott. Bianchi, il cardiologo, e non può che prendere atto che sono in scompenso cardiaco e applicare l’adeguata terapia.
Fra me e me penso che avrei dovuto prevedere gli effetti collaterali di un intervento così complesso, anche nel 2013 dopo il primo dei tre interventi ero stato soggetto al versamento pleurico e mi dico che devo affrontare anche questa ulteriore sfida.
Passa un’altra settimana e piano piano la situazione si normalizza e si torna a parlare di dimissione; la dottoressa Pangallo mi dice …“Arturo, fra un intervento e l’altro, lei continua ad attaccare anni alla sua vita …”.
Considero: “In questo universo siamo abituati a pensare e a ragionare in termini di causa ed effetto … ma c’è un’ulteriore possibilità ed è … la coincidenza. Io credo di essere ancora vivo grazie a una serie fortunata di coincidenze e allora, chi è che decide davvero?”
Nei giorni trascorsi al Manzoni molte persone mi sono state vicine, vorrei quindi ringraziare in modo particolare: la Famiglia Zurel, l’Associazione Ex Allievi della Scuola di Minoprio, gli Antichi della Scuola di Minoprio, la GFA Giovani Florovivaisti Associati, il Garofano d’Argento, gli amici di Euroflora, l’Associazione Amici dell’Antica Chiesa e la Pro-Loco di Castelletto.
Grazie al cuginetto Franco di Buenos Aires per aver eseguito per me al pianoforte “O sole mio” e alla Confraternita del Santo Rosario di Orosei per il toccante “Laudate sii o mio Signore”.
Grazie anche a tutti coloro che, silenziosamente nel loro intimo, hanno pregato e sperato per me; grazie alla comunità parrocchiale di Sant’Andrea in Castelletto; ad Anna e Fabio al Santuario di Montenero; a Simona e Tommaso ad Assisi; ad Antonella a Sesto S. Giovanni; a Padre Domenico, Padre Franco, Don Natale, Don Giovanni, alle Suore della Carità.
Grazie infine grazie a chi mi ha fatto visita e a chi, in un modo o nell’altro, ha “soffiato” vita nella mia vita.
Il mio ultimo libro “Dipingere è amare per sempre” (dipingere soprattutto in senso metaforico), ha rischiato di uscire postumo … adesso lo dedicherò ai medici della Chirurgia Vascolare di Lecco
Il 29 marzo, Giovanni (Gianni) Manzi e la moglie Gabriella mi hanno riportato a casa, adesso cercherò di usare al meglio il tempo in più che mi è stato concesso.
Viva la vita!