Perchè un atleta dovrebbe scegliere la mia squadra e non un’altra

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“Vieni da noi, siamo una società seria, abbiamo quello che fa per te!”. Questo lo dice qualsiasi struttura, società, club, scuderia, team, gruppo esistente. Certamente in buona fede, ma concretamente come si fa ad essere certi che la nostra società sia meglio di un’altra? E’ un problema che sorge quando lo senti dappertutto. E soprattutto, le società sportive sanno veramente quali sono gli elementi che possono fare la differenza nella scelta di un bambino/adulto neo-sportivo/professionista? E quando si tratta di mantenere un atleta nella propria struttura, usando un termine commerciale, “fidelizzandolo” sanno cosa fare?

Abbiamo visto negli scorsi articoli come la relazione con il proprio allenatore (in generale con la figura di riferimento della propria squadra, quindi potrebbe anche essere un team manager, o un capo ingegnere, a seconda dello sport praticato) faccia la differenza. Abbiamo anche illustrato quali possano essere le modalità con cui egli sia in grado di intervenire per sviluppare la relazione attraverso il modello delle 3 P. Resta ora da capire quali siano gli elementi chiave che, associati a quanto elencato sopra, sono in grado di fare la differenza nella scelta finale, quella che fa in modo che l’atleta arrivi per… restare! Non dimentichiamo che il drop out e il burn out sono sempre alle porte: ingaggiare un atleta, oggi più che mai, si tramuta spesso in un rapporto debole, in cui è difficile mantenere continuità per tutta una serie di motivi anche extrasportivi (quando si vive una grossa crisi economica come quella attuale si assiste purtroppo anche a radicali modifiche del comportamento e della percezione delle priorità: le stesse modalità di pensiero cambiano e anche la gestione delle relazioni e dei propri interessi subisce una riorganizzazione: ciò che era importante non lo è più, perlomeno “finchè la situazione non si sistema”).

Quali sono allora gli elementi per convincere e mantenere gli sportivi? Sono fondamentalmente 3:

– Struttura: sia fisica che organizzativa. L’atleta ha il desiderio di sapere dove e a chi sta affidando le sue sorti: da una parte c’è l’impiantistica e la qualità della struttura: è nuova? E’ ben tenuta? L’attrezzatura è valida? Che impressioni mi dà quando ci accedo? E’ ben strutturata? Ho sufficiente spazio e agio? Allo stesso tempo la struttura organizzativa è molto importante: sapere chi fa cosa, in che modo l’atleta si inserisce nella società e con quale ruolo, permette allo sportivo di identificarsi con facilità, di sentirsi parte di un tessuto sociale, oltre che sportivo. E’ molto importante rendere subito chiare ed accessibili tutte queste informazioni, per l’atleta che sta decidendo il suo futuro esse forniscono informazioni sulla solidità della società a cui vuole dare il suo apporto e nessuno al mondo è felice di far parte di una struttura “poco chiara” ma si prediligono sempre “basi solide garantite”.

– Stimolo: personale e collettivo. Ogni giorno, in qualsiasi cosa facciamo, siamo spinti da una motivazione. Quando non c’è noi ci spegnamo, non agiamo e non iniziamo nessun tipo di attività finchè un nuovo stimolo (interiore o esteriore) ci mette nuovamente nelle condizioni di essere motivati ad agire. All’interno di una struttura sportiva è fondamentale che l’area motivazionale sia sempre sviluppata ed alimentata, proponendo stimoli continui sia ai singoli individui che ne fanno parte, sia alla struttura stessa nella sua visione collettiva in cui una o più squadre ruotano attorno ad un unico centro sportivo. Come individuo ho bisogno di sentirmi importante e non c’è miglior modo di qualcuno dall’esterno che mi faccia sentire tale, mostrandomi di volta in volta idee e proposte per me, motivandomi a fare altrettanto e a far emergere le mie capacità. Per una società sportiva fornire degli stimoli non si traduce in un semplice modo di agire, ma è proprio indice di un atteggiamento culturale di fondo: proporre stimoli signica anche doversi attivare per trovarli! Perciò la società vive e produce, è attenta ai cambiamenti, “è sul pezzo”. Chi è fermo e radicato su metodi fissi e stabili difficilmente è in grado di far fronte ai cambiamenti che avvengono nel mondo. Anche perché la tradizione non ha efficacia per l’atleta se non è presente un ulteriore elemento, l’ultimo di questo trio…

– Posizione vincente: inutile negarlo. Vogliamo stare nel posto in cui si vince, nel luogo in cui sentiamo che sarà possibile far emergere tutto il proprio potenziale. Pertanto le società che ci daranno la parvenza di poter fornire questa garanzia saranno le predilette dall’atleta ma… quando parlo di vittoria non sto parlando di risultati sportivi, non solo. Una mamma che decide di affidare il suo “piccolo” ad una struttura secondo voi avrà l’interesse che egli diventi un campione nell’arco di qualche mese? Viceversa, il professionista che vuole fare quel salto di qualità nella sua carriera sarà forse interessato agli aspetti pedagogici dello staff? Dobbiamo capire qual è il tipo di vittoria che si aspetta l’atleta e garantire a lui la soddisfazione del suo bisogno latente. Posizione vincente vuol dire sapere di stare nel luogo in cui le MIE necessità saranno soddisfatte attraverso la realizzazione dei miei obbiettivi. Ogni società dovrebbe dedicare molto tempo nella sola definizione del servizio che offre rispetto al target che si propone di conquistare in uno specifico territorio. Spesso l’errore di fondo è quello di proporre soluzioni che non hanno un riscontro con le effettive esigenze di zona.

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Dott. Mauro Lucchetta – Psicologo dello Sport

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