La creazione di una routine pre-gara (Fase 3)

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Dopo una prima fase preparatoria, siamo così giunti alla definizione di quella che sarà la nostra routine di gara. Questo è un buon momento per ripescare il “racconto autobiografico” che vi ho consigliato di scrivere nel precedente articolo e di usarlo come base per individuare quali elementi utilizzare. Sicuramente nel racconto ci saranno delle sensazioni abbastanza specifiche: “mi sentivo di poter conquistare il mondo” oppure “avevo paura, ma l’allenamento fatto in precedenza mi dava sicurezza” o anche “non sentivo ne vedevo nulla”. Qualunque sia il vostro resoconto, quello che dovrete fare è, attraverso dei gesti nella vostra sfera di controllo, inseguire volontariamente quelle sensazioni, anche se non sono dentro di voi in quel momento.

E’ importante avere fiducia nella capacità di cambiare il corso delle proprie emozioni e pensieri attraverso delle azioni concrete: se ad esempio la sensazione di allora era davvero “mi sentivo di poter conquistare il mondo” ecco che anche oggi l’atleta dovrà provare il più possibile a raggiungere quel “mood”, senza troppi se e ma, fiducioso nella buona riuscita delle azioni pratiche.

Un primo elemento su cui si può agire è sicuramente il pensiero e il dialogo con sé: la prima cosa da fare sarà quindi inizare a dirsi, con ripetitività e con aumentata convinzione ogni volta che lo farete, che “oggi voglio avere addosso la sensazione di conquistare il mondo”. Non importa se dentro di voi in quello specifico momento vi sentite delle schiappe, dovrete semplicemente agire “meccanicamente” verso una direzione specifica. E’ lo stesso discorso che possiamo fare pensando ad un muscolo: non importa se in quel momento è tonico oppure no, se noi decidiamo di usarlo esso si aziona, si allena, e fa il suo dovere nel tempo. Anche la mente può funzionare così: ci sono delle volte in cui la semplice azione ripetitiva può portare a delle leggere forme di ipnosi che aiutano a raggiungere uno stato emotivo prefissato: l’importante è agire e farlo. Quello appena evidenziato sopra è un caso cui l’asse dell’intensità prevede un livello molto elevato per ottenere la condizione ideale nell’atleta. Ovviamente dal vostro racconto sarà facile comprendere qual è, invece, il vostro funzionamento. Nel caso opposto ad esempio, quello del “non sentivo e vedevo nulla”, sarà allora indispensabile portare il proprio dialogo interiore verso una direzione orientata al silenzio e alla distensione emotiva. Processi di rilassamento profondo, con focus orientato al proprio mondo interiore potrebbero rivelarsi opportuni in un caso del genere.

Molti atleti, oltre al dialogo interiore, hanno iniziato a sfruttare con buoni risultati anche l’elemento musicale: spesso ci fanno ridere quando li vediamo con queste cuffie enormi da dj, ma lo scopo è tutt’altro che stupido!

Inutile che io vi spieghi l’impatto che ha la musica sulla nostra vita (i “ritmi” ci appartengono fin dalla nascita, anche solo quelli di suzione, o circadiani, giusto per citarne un paio) piuttosto vi consiglio questo sito: http://www.stereomood.com/ Sarà più divertente sperimentare in prima persona quanto la musica può guidarci nelle nostre sensazioni.

Ascoltando canzoni adeguate un individuo è in grado di:

a) lavorare sull’intensità: provate ad ascoltare la “Cavalcata delle Valchirie” o di contro la “Sonata al Chiaro di Luna” e ditemi se non sentite una differenza in voi alla fine di entrambi i brani…

b) proiettare il focus verso l’interno: è molto facile avere un focus esterno di solito, basta semplicemente guardarsi intorno. Ben più difficile è cercare di portare la concentrazione verso l’interno. La musica in cuffia può agire da “isolante situazionale”.

Finora ho citato dialogo interiore e musica perché sono elementi alla nostra portata nell’interazione con il sé, ma ci sono tutta una serie di elementi sensoriali (e anche artefatti reali) che possiamo usare al nostro scopo: ad esempio indossare l’attrezzatura tecnica puo generare delle sensazioni, a livello propriocettivo, che possono veicolare gli aspetti emotivi. A quel punto può aver senso lavorare su quell’area: ad esempio un tennista può decidere di far girare e rigirare la racchetta fra le mani secondo delle modalità che lui ha deciso e che sa che gli daranno un livello di fiducia ideale. Oppure un pattinatore potrà decidere di indossare le calzature proprio all’ultimo perché, per lui, ciò risulta essere un gesto attivante. C’è chi invece ha bisogno di essere in sintonia con il proprio corpo poco prima della gare e perciò dedicherà più o meno tempo alla cura di sé, dei propri muscoli, ma anche delle proprie attività fisiologiche. Ad alcuni invece basterà soltanto toccarsi un orecchio, o sistemarsi un polsino, o entrare in campo saltellando, per trovare la condizione “giusta”.

Ecco, quello che è importante è bene in mente questa “condizione ideale”. Spesso l’atleta non la conosce per davvero e perciò molti gesti si riducono a pura e semplice scaramanzia. E’ il racconto della vostra miglior prestazione il corretto riferimento a cui appoggiarsi per la creazione del vostro script.

Detto questo: buona scrittura e buona ricerca!

 

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Dott. Mauro Lucchetta – Psicologo dello Sport
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