Ricerche sul K2 per ritrovare il corpo di Lorenzo Mazzoleni

Tempo di lettura: 3 minuti
L'alpinista lecchese Lorenzo Mazzoleni

LECCO – Aveva solo 25 anni ma era già guardato con orgoglio dal mondo dell’alpinismo internazionale e la sua morte sconvolse l’intera città di Lecco: ora, a distanza di circa diciassette anni, c’è chi si è messo di nuovo sulle tracce del corpo di Lorenzo Mazzoleni, il giovane “Ragno” scomparso drammaticamente nel 1996 in un incidente durante la discesa dalla vetta del K2.

Si tratta di Agostino Da Polenza, che guidò quella tragica spedizione e che ha deciso di tornare sul luogo dell’accaduto per tentare di dare una degna sepoltura all’amico scomparso.  Il corpo di Mazzoleni era già stato rinvenuto qualche giorno dopo la tragedia, a 8 mila metri di quota, ma ne fu impossibile il recupero.

Da Polenza ha annunciato le sue intenzioni alla redazione di Montagna.tv, spiegando di avere perlustrato per due giorni il ghiacciaio dove era stata avvistata per l’ultima volta la salma di Lorenzo senza però avere successo:

Abbiamo trovato di tutto, tute, guanti, tibie e resti umani – ha spiegato l’alpinista ai giornalisti di Montagna.tv – Purtroppo, nessuna traccia di Lorenzo. C’era molta neve fresca, lo scarso scioglimento della neve primaverile ha reso la ricerca quasi impossibile, oltre che pericolosa per i numerosi crepacci nella zona”.

Un tentativo fallito ma che non ha fatto perdere d’animo Da Polenza e il Rescue Team, che hanno annunciato di volerci riprovare nella prossima spedizione prevista per la fine di luglio.

Di seguito il testo attraverso il quale Agostino Da Polenza ha voluto descrivere le emozioni vissute in quest’ultima avventura sul monte himalayano, alla ricerca delle tracce di Lorenzo Mazzoleni:

“M’é saltato il cuore in bocca, camminando sul ghiaccio a ridosso del K2, tra i massi sospesi su piccole colonne di ghiaccio. A trenta metri circa s’intravvede un groviglio giallo di stoffa, di quelli che mentre t’avvicini cerchi d’intuirne la forma, il contenuto.

C’è Stefy vicino a me sul ghiacciaio, le ho raccomandato di starmi vicino, anche lei vede la il fagotto giallo e le scappa un lamento acuto, come un dolore in forma di suono che prelude a una paura e a una speranza. Non accelero, mi è vicino anche Rosi Ali, l’amico pakistano che mi ha voluto accompagnare, era l’unico portatore d’alta quota che nel 1996 saliva lungo la via Cezen. Lorenzo lui lo aveva visto da campo due, cento metri verso il grande nevaio sul filo del seracco pensile.

É qui con me insieme al suo inseparabile scudiero Muahmmad, che saltella tra un crepaccio e l’altro, con lo sguardo buono e acuto, vede un vecchio guanto e uno straccio di tenda a 100 metri. Rosi é l’impersonificazione della persona altruista, generosa fino all’incoscienza. Ama la montagna con la passione con la quale porta la sua vecchia giacca di piumino. Ciondola sulle gambe mentre muove i passi verso il fagotto giallo, come le vecchie guide, si gira e mi guarda con gli occhi disincantati di chi ne ha visti parecchi di quei fagotti, gli arriva sopra e ci infila il bastone. Lo alza verso l’alto e sussurra: “it is a tent!” (è una tenda).

Non son di certo ancora acclimatato, e il dolore al petto chiuso é segno che per troppo tempo ho trattenuto il fiato, che le costole si sono compresse sui polmoni, che la speranza di ritrovare un segno di Lorry, qui ai piedi del K2, é piú intensa che grande”.

Ringraziamo Montagna.tv per i contributi che ci ha voluto concedere