L’intervento arriva dopo la pubblicazione della sentenza definitiva del Consiglio di Stato
“Non per polemica ma per dovere”, scrive l’ex sindaco, rispondendo a dubbi e insinuazioni sull’operato dell’amministrazione
LECCO – Dopo la sentenza del Consiglio di Stato che ha chiuso definitivamente il contenzioso sull’area industriale di Rivabella, interviene l’ex sindaco di Lecco Virginio Brivio. Una presa di posizione che non aggiunge nuovi elementi alla vicenda giudiziaria, già definita, ma che mira a ricostruire il percorso amministrativo e a difendere, punto per punto, le scelte compiute dal Comune tra il 2014 e il 2016.
Brivio chiede spazio per “ritornare sulla vicenda, positivamente chiusa per il Comune di Lecco qualche giorno fa”, spiegando di non voler alimentare polemiche ma di ritenere “doveroso” ringraziare chi lavorò all’operazione e rispondere a “qualche affermazione inutilmente dubbiosa, se non ancora sottilmente denigratoria” sul comportamento degli amministratori, dei dirigenti e dei funzionari comunali. Il riferimento è alle dichiarazioni dell’allora segretario del Partito democratico Marelli e a commenti comparsi sui media e in rete.
Nella ricostruzione proposta dall’ex primo cittadino, il punto centrale è la corretta applicazione della legge del 2013 sul trasferimento dei beni demaniali agli enti locali. Una norma che, ricorda Brivio, prevedeva due possibilità alternative: mantenere il bene nel patrimonio comunale, riconoscendo allo Stato i proventi precedenti, oppure acquisirlo per procedere alla vendita, con l’obbligo di destinare il ricavato a investimenti e di versare allo Stato il 25 per cento della somma incassata.
È questa seconda opzione che il Comune di Lecco sceglie nel 2015, al termine di un percorso avviato nella legislatura precedente. L’operazione, sottolinea Brivio, viene autorizzata dal Demanio, che definisce anche la base d’asta. La vendita si conclude nel 2016 in pochi mesi e porta allo Stato la quota prevista dalla legge, mentre il restante 75 per cento resta al Comune per spese di investimento. “Non è comunque questa la norma principale che interessa il Comune di Lecco”, precisa Brivio, ribadendo che l’acquisizione era finalizzata sin dall’inizio all’alienazione.
Il contenzioso nasce solo anni dopo. A fine 2022, sei anni dopo gli atti comunali, il Ministero dell’Economia e delle Finanze emana un decreto che, secondo Brivio, “somma” impropriamente le due diverse previsioni normative. Dopo aver già incassato il 25 per cento della vendita e iniziato a percepire l’Imu, il Ministero tratta l’area come se fosse rimasta nel patrimonio comunale anche dopo l’alienazione, chiedendo il pagamento dei canoni sia per il periodo precedente sia “vita natural durante”.
Da qui il ricorso del Comune, sostenuto – ricorda l’ex sindaco – dall’assessore Valsecchi e dall’allora segretario comunale Luccisano. “Insinuare pensieri diversi o soffermarsi su specifici aspetti significa intorpidire inutilmente la sostanza dell’operazione”, scrive Brivio, respingendo le accuse di omissioni o irregolarità e ricordando che i giudici amministrativi hanno esaminato gli atti “senza nessun rilievo”.
Un passaggio su cui Brivio insiste riguarda proprio il significato delle sentenze: “Non è stata ripristinata una legalità che non c’era stata, ma riconosciuta la correttezza formale e sostanziale delle scelte di allora”. Le decisioni del Tar prima e del Consiglio di Stato poi, aggiunge, hanno invece contrastato “un’interpretazione delle norme partigiana e non leale” da parte del decreto ministeriale del 2022, ritenuto tardivo e finalizzato a “fare cassa”.
In chiusura, l’ex sindaco ringrazia pubblicamente l’Avvocatura comunale, il segretario Michele Luccisano, i dirigenti e i funzionari che seguirono l’operazione, oltre agli assessori che nel tempo si sono succeduti alla guida del settore patrimonio: Francesca Rota, Elisa Corti e Corrado Valsecchi. Un ringraziamento che si allarga anche ad altre operazioni di regolarizzazione patrimoniale condotte in quegli anni, definite “nascoste ma indispensabili”, come presupposto per una corretta gestione dei beni pubblici.
La Lettera integrale
Egregio Direttore,
chiedo ospitalità per ritornare sulla vicenda, positivamente chiusa per il Comune di Lecco qualche giorno fa dalla sentenza del Consiglio di Stato (Consiglio di Stato Sentenza n.202600192) circa l’acquisizione e la successiva vendita dell’area demaniale ad uso industriale di Rivabella a Lecco negli anni 2014/2016.
Lo ritengo doveroso non per polemica o puntiglio ma per ringraziare coloro che all’epoca hanno contribuito al risultato e rispondere a qualche affermazione inutilmente dubbiosa, se non ancora sottilmente denigratoria, sul comportamento degli amministratori e, implicitamente, dei dirigenti e funzionari: mi riferisco in particolare alle dichiarazioni dell’allora segretario PD Marelli e alcuni commenti apparsi sui media ed in rete.
Inevitabile, in premessa, una ricostruzione di quanto accaduto per meglio spiegare l’esito della vicenda ai cittadini/lettori.
La legge del 2013 che consentiva agli enti locali di avere trasferiti beni demaniali recava due commi con due distinte possibilità.
Un comma prevedeva che se il Comune restava proprietario del bene acquisito al di là del ricavarne o meno un reddito ( che si chiami canone o affitto poco importa) doveva comunque riconoscere “per sempre” allo Stato i proventi precedentemente percepiti dallo stesso, mentre il Comune si tratteneva e poteva usare per le proprie spese tutto il “di più” che riusciva a ricavare con la propria gestione del bene rispetto a quella demaniale ( adeguamenti contrattuali, ISTAT, eventuali ampliamenti d’uso e cambi di destinazione che avrebbero generato maggiori introiti ecc…). Molto chiara da parte dello Stato la finalità di questa possibilità: spogliarsi della proprietà diretta di beni non ritenuti strategici, cederli agli enti locali con impegno di questi ultimi a farli rendere al meglio e trasferendo loro gli oneri ( presa in carico gestione, manutenzioni straordinarie del bene, oltre al riconoscimento allo Stato del canone precedente, nel caso specifico circa 170.000 € annui ecc..). A margine segnalo che su questa disposizione vale a dire che lo Stato, pur cedendo la proprietà agli enti locali continuava a percepire un beneficio riducendo di pari importo i trasferimenti al Comune, proprio pochi giorni fa la legge finanziaria 2026 ha sancito che tali versamenti cessino al 31/12/2025 e non siano più quindi dovuti all’infinito come prevedeva la norma del 2013 ( a rischio infatti di incostituzionalità perchè lo Stato percepirebbe in maniera perpetua un introito da un bene non più suo a “danno” degli enti locali).
Non è comunque questa la norma principale che interessa il Comune di Lecco quando nel 2015, a seguito di un percorso iniziato nella legislatura precedente, ha deciso definitivamente di acquisire il bene demaniale di Rivabella ma finalizzando tale operazione all’applicazione di un altra distinta possibilità prevista da altro comma della stessa legge vale a dire poter immediatamente venderlo, inserendolo allo scopo contestualmente nel piano delle alienazioni e utilizzando il ricavato esclusivamente ed obbligatoriamente per spese di investimento ( questa la finalità della norma, fatta per aiutare gli enti locali ancora soggiogati al patto di stabilità che bloccava gli investimenti).La vendita è stata “autorizzata” nel 2015 dal Demanio nell’ambito delle pratiche di trasferimento che ha definito anche la cifra a base dell’asta, che si e’ sviluppata positivamente in pochi mesi. Per cui sul ricavato della vendita lo Stato, come recita la determina n. 332 del 30 maggio 2016 dell’allora dirigente Pecoroni, ha incassato il 25 %, come previsto dalla legge, il restante 75% è rimasto al Comune da usare obbligatoriamente per spese di investimento (a margine segnalo nel nostro caso specifico peraltro lo Stato ha cominciato, dopo la vendita, ad introitare l’IMU trattandosi di immobile privato a destinazione produttiva).
Veniamo all’oggi. A fine 2022, curiosamente ben 6 anni dopo tali atti del Comune, il Ministero delle finanze ha “sommato” entrambe le previsioni che abbiamo detto e con un Decreto, dopo aver ricevuto la propria quota del 25 % dalla vendita e cominciato ad introitare l’IMU, ha trattato quest’area come se fosse rimasta di proprietà comunale anche dopo la vendita e chiedendo sia il corrispettivo dei canoni pregressi ( circa 7/8 mesi di proprietà comunale) che quelli successivi … vita natural durante ( applicando quindi anche la prima possibilità che abbiamo visto)!
Tale Decreto ha visto giustamente il ricorso del Comune, in quanto le due previsioni erano non solo sul piano giuridico ma della logica assolutamente alternative come ho cercato nel 2022 di spiegare pubblicamente e con me l’Assessore Valsecchi e l’allora segretario comunale Luccisano che aveva seguito con competenza con i vari dirigenti e funzionari la materia. Insinuare pensieri diversi o soffermarsi su specifici aspetti (in particolare presunte dichiarazioni parziali o addirittura omissioni in momenti intermedi della procedura da parte dell’Assessore Valsecchi, peraltro subentrato da poche settimane nella vicenda) significa intorpidire inutilmente e credo con altri scopi la sostanza dell’operazione che è stata ritenuta corretta dal TAR prima e dal Consiglio di Stato poi.
E giova precisare che tali organi non hanno mosso alcun rilievo sui provvedimenti allora presi dal Comuni, tenuto conto che il processo amministrativo si basa sull’esame della correttezza degli atti scritti (non ci sono prove o testimonianze chiamate a posteriori a integrare la ricostruzione, se non le memorie delle parti). Insomma non è stata con le sentenze ripristinata una legalità che non c’era stata, ma invece riconosciuta la correttezza formale e sostanziale delle scelte di allora (acquisire per vendere) e delle strade formali intraprese; e soprattutto contrastare un’interpretazione delle norme partigiana e non leale del corretto rapporto tra enti da parte del decreto del Ministero del 2022 che oltre che tardiva tradiva il palese intendimento di cercare di fare cassa.
In conclusione non potendo raggiungerli diversamente ringrazio qui pubblicamente oltre l’Avvocatura comunale l’allora segretario Luccisano ed i dirigenti ed i funzionari che hanno seguito ed istruito l’operazione, interfacciandosi con il Demanio, predisponendo le delibere, firmando pareri e atti che l’autorità giudiziaria amministrativa ha esaminato, lo ripeto, senza nessun rilievo. E con loro gli assessori Rota Francesca, Corti Elisa e Valsecchi Corrado che nel tempo si sono avvicendati al vertice del settore patrimonio.
Ricordo infine che in quegli anni sempre tali assessorati ed uffici hanno regolarizzato l’utilizzo da parte del Comune di altre aree demaniali ( statali e lacuali) occupate dal centro sportivo del Bione, dalla pista ciclabile, dell’area ferroviaria merci di Maggianico ( poi ceduta a FS nell’ambito operazione di scambio della Piccola ), conseguito l’acquisizione al patrimonio comunale della Torre medioevale Viscontea, effettuato l’accatastamento di un numero significativo di immobili pubblici e di alloggi ERP: operazioni “nascoste” ma indispensabili presupposti per una corretta gestione, eventuali cessioni e delle operazioni di partenariato pubblico/privato a valenza pluriennale in corso su tali beni.
Grazie per l’ospitalità.
Cordiali saluti
Brivio Virginio
Già sindaco di Lecco

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