Lecco, Politecnico: l’intervista al nuovo prorettore Marco Tarabini

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marco tarabini prorettore politecnico gennaio 2026

“Il Polo di Lecco è a tutti gli effetti un polo di attrattività, per studenti, imprese e ricerca”

Dal completamento del campus al rapporto con il sistema produttivo: Marco Tarabini traccia la rotta del Polo territoriale di Lecco

LECCO – Da gennaio Marco Tarabini, classe 1978, è il nuovo prorettore del Polo territoriale di Lecco del Politecnico di Milano. Lecchese, ingegnere meccanico, docente e ricercatore, raccoglie il testimone di Manuela Grecchi alla guida di un campus che negli anni ha consolidato un ruolo strategico per il territorio, intrecciando formazione, ricerca e rapporti con il sistema produttivo. In questa nostra intervista Tarabini, cresciuto tra le aule e i laboratori del Polo, fa il punto sull’avvio del mandato, illustra le priorità del Polo di Lecco e riflette sul rapporto con la città e sulle prospettive future, tra innovazione, intelligenza artificiale, nuove sfide e ricadute della legacy olimpica.


Come commenta questo suo prestigioso incarico assunto tra l’altro nella sua città?
Da lecchese è una grandissima soddisfazione dirigere il Polo di Lecco. Io sono nato proprio in uno degli edifici del Campus, nella ex Maternità. Sono lecchese anche di formazione, ho studiato al Badoni, dove ho anche lavorato come tecnico di laboratorio mentre studiavo ingegneria meccanica al Polo di Lecco, ho poi proseguito con il dottorato dividendomi tra Lecco e Milano. Essere prorettore è un onore, il Campus di Lecco è uno tra i più grandi e attivi tra i campus territoriali del Politecnico, tra cui i Poli di Cremona, Mantova, Piacenza e Xi’an in Cina; indicativamente, qui ci sono 2000 studenti, 140 docenti e 40 ricercatori permanenti, oltre a circa sessanta tra dottorandi e assegnisti e 24 laboratori di ricerca multidisciplinari afferenti a 7 dei 12 dipartimenti dell’Ateneo.

In che cosa si distingue il Polo territoriale di Lecco?
Quello di Lecco è sempre stato un Polo sperimentale; basti pensare all’introduzione dell’inglese, con il progetto Formare Ingegneri Stranieri voluto dall’ing. Valassi. Con il prof. Bocciolone abbiamo avviato PoliLink (un servizio che mette in relazione università e tessuto produttivo locale per trasformare i bisogni del territorio in collaborazioni concrete, ndr), che coordino tuttora. Sono solo alcuni esempi, ma in generale questa propensione alla  sperimentazione è rimasta una cifra distintiva del Polo. Lo vediamo anche oggi con la formazione in ambito Intelligenza Artificiale che stiamo portando avanti in via sperimentale con le associazioni.

A proposito di lecchesità del Polo territoriale: non si può non nominare Vico Valassi, presidente di Univerlecco, che ha avuto un ruolo determinante nell’apertura di questa sede. Qual è il suo rapporto con lui?
Non parlerei al passato, direi che questo ruolo continua ad averlo. Dopo vent’anni mi sento di poterla definire un’amicizia, non solo una collaborazione. Vico mantiene una visione caratterizzante nel lungo periodo: quando nessuno ci pensava, ha portato l’università a Lecco, e quando è arrivata, è riuscito creare un unico campus con il CNR. Ha creato un sistema congiunto con le eccellenze del territorio, come Nostra Famiglia e Villa Beretta, Fondazione don Gnocchi, INRCA di Casatenovo. Vico ha avuto la lungimiranza di realizzare partnership che hanno portato Lecco a essere unica: c’è buona probabilità che chi vuole fare ricerca in Italia nel campo della riabilitazione venga a Lecco. Grazie a lui, le competenze tecnologiche e quelle legate alla salute si sono fuse.

Quale potrebbe essere il prossimo passaggio per sviluppare ulteriormente questa convergenza tra tecnica e salute?
Fare in modo che l’eccellenza attiri le aziende. Oggi il sistema Lecco attira soprattutto investimenti pubblici; sarebbe positivo riuscire ad attrarre investimenti privati e promuovere start-up, legandosi anche alla dimensione imprenditoriale. Uno degli obiettivi per il futuro è quello di affiancare alla cura del paziente anche l’innovazione industriale in questo campo.

Guardando al Polo territoriale oggi, dopo un mese dall’inizio del suo mandato, quali sono le priorità dal punto di vista infrastrutturale e organizzativo? Su cosa si interverrà nel breve periodo?
Direi che ci sono tre fronti principali. Il primo è il completamento dell’ultimo lotto del campus. È un investimento importante, introno ai 20 milioni di euro; fortunatamente la prorettrice uscente, la professoressa Grecchi, ci ha garantito tutto il suo supporto per portare a termine il progetto che ha iniziato. Il secondo fronte è la tutela dell’attrattività del Polo. Dobbiamo fare in modo che la nostra offerta formativa sia unica e distintiva rispetto alle università online. Stiamo puntando molto su una didattica sperimentale, laboratoriale e progettuale, non in alternativa a quella tradizionale, ma come preparazione alla vita lavorativa. In questa visione rientra anche l’utilizzo di nuovi strumenti, come l’intelligenza artificiale: stiamo lavorando alla generazione di contenuti video usando avatar dei docenti per supportare le lezioni. Il terzo fronte riguarda il progetto emblematico INSIEME, finanziato da Fondazione Cariplo e Regione Lombardia. Il progetto è triennale, così come il mio mandato, quindi un grosso impegno andrà nel coordinare le forze lavoro del Politecnico in questa iniziativa di fondamentale importanza ed enorme impatto sul territorio.

Per quanto riguarda l’offerta e l’attrattività del Polo e del territorio, quali margini di miglioramento intravede? Cosa manca perché Lecco diventi una vera città universitaria?
Credo che molto sia già stato fatto, il Polo attira studenti da tutto il mondo grazie all’offerta formativa già distintiva. Per quanto riguarda l’ospitalità sono nate diverse iniziative per le residenze universitarie e c’è buona disponibilità alloggi, tra studentati privati e appartamenti in affitto. Recentemente Aler ha realizzato una residenza da 200 posti letto, che si uniscono ai 200 posti letto delle residenze interne al campus. Forse possiamo lavorare mettendo a sistema ciò che il territorio offre per renderlo fruibile ai nostri studenti. Sul fronte sportivo, ad esempio, un maggiore coordinamento con le società sportive potrebbe offrire agli studenti possibilità di vivere lo sport in maniera diversa. Lecco, per chi ama l’outdoor, è un parco giochi grande come una provincia. Più che mancanze, vedo margini di miglioramento nella sinergia e nella comunicazione.

Che ruolo ha il turismo in questo equilibrio?
Lecco è una città molto viva e il turismo contribuisce a questo dinamismo, ma può anche creare criticità. L’aumento dei prezzi, ad esempio, può essere un limite per gli studenti e i giovani ricercatori. Accanto alla vocazione turistica, è importante mantenere iniziative a costi contenuti, così da far convivere città universitaria e città turistica.

Che tipo di dialogo intende instaurare con Comune e Provincia, ad esempio su mobilità e trasporti?
Come università tecnica siamo a disposizione per supportare la pubblica amministrazione con studi, dati e supporto all’innovazione. Comune, Provincia e Regione già si appoggiano spesso a noi per analisi, studi o rilievi: è una collaborazione consolidata da anni, e puntiamo a mantenerla.

Di recente ha approfondito il tema dell’intelligenza artificiale con Confcommercio Lecco e Confapi Lecco Sondrio. Quali sono le potenzialità dello strumento, e quali invece gli errori più comuni che riscontra nell’avvicinarsi a esso?
Di recente, dialogando con Confcommercio Lecco e Confapi Lecco Sondrio, è emerso con chiarezza che l’Intelligenza Artificiale non è solo un tema tecnologico in senso stretto, ma una questione industriale e culturale. A questo proposito cito Giuliano Noci, prorettore del Polo territoriale cinese del Politecnico di Milano, che ha sintetizzato bene il paradosso italiano: «In Italia c’è un museo delle buone intenzioni mentre l’industria muore». Siamo un Paese che, mentre perde capacità produttiva, competenze e giovani, discute animatamente di IA quasi esclusivamente in termini etici astratti. Le potenzialità dell’IA sono enormi: è già un’infrastruttura produttiva nei sistemi industriali più avanzati. Consente di integrare dati, conoscenza e lavoro qualificato, di aumentare produttività, qualità e capacità decisionale, soprattutto nelle PMI. Non senso combatterne l’implementazione, anzi è necessario favorirne la diffusione su tutti i livelli investendo seriamente sulla formazione. Il rischio non è una governance “fredda” o disumanizzata; il rischio è un Paese che, in nome di una difesa retorica dell’umano, rinuncia a costruire futuro. Rinunciare all’IA per presunta superiorità morale non è prudenza, ma resa preventiva. L’obiettivo del Polo è sicuramente quello di integrare l’IA nell’offerta formativa, di attivare percorsi di formazione permanente per le aziende del territorio e aiutarle ad inserirla nei processi con un approccio pragmatico e consapevole.

Qual è il rapporto che il Polo ha instaurato negli anni con le industrie del territorio, soprattutto nell’ambito della ricerca? Come rendere le competenze più accessibili a quelle realtà locali che percepiscono l’università come un mondo distante?
Il rapporto con le aziende è proficuo, diciamo che non siamo più nella condizione di doverci presentare. Tutti i gruppi di ricerca presenti sul Polo hanno interazioni sistematiche con le aziende del territorio. Il Polo di Lecco, tra l’altro, è un ponte verso l’Ateneo, e garantisce il coinvolgimento delle migliori competenze interne, siano esse a Lecco o a Milano. In generale c’è fiducia per l’attività di ricerca, le collaborazioni sono molteplici. Un esempio è il progetto MITICA con Confartigianato (qui le informazioni sul progetto, ndr): erogheremo formazione gratuita grazie al supporto di Regione Lombardia nell’ambito del programma Interreg Italia-Svizzera. Affiancheremo alla formazione attività di coaching e consulenza “light” per micro e piccole imprese.

Le opportunità lavorative all’estero sono in aumento, così come i corsi magistrali interamente in inglese e la vocazione internazionale del Politecnico. Come si concilia una formazione pensata per competere su scala globale con il radicamento in un territorio che ha bisogno di figure specializzate? Il sistema universitario favorisce una “fuga di cervelli” o riesce a creare le condizioni perché i giovani trovino motivi concreti per restare?
Consiglio sempre agli studenti di vivere un periodo di studio all’estero: è un valore aggiunto sia dal punto di vista professionale sia umano. Questo però non significa che il territorio debba temere una competizione sfavorevole con l’estero. Il nostro sistema produttivo esprime eccellenze riconosciute e molte aziende lecchesi operano ormai su scala internazionale. Per questo non direi mai a un nostro laureato che il suo futuro sia necessariamente fuori dall’Italia. È chiaro che le imprese devono restare competitive anche sul piano salariale, soprattutto a fronte dell’aumento del costo della vita, un aspetto a cui i neolaureati prestano grande attenzione, ma le nostre indagini occupazionali sono incoraggianti e mostrano primi stipendi di tutto rispetto. Nel 2025 il guadagno netto mensile medio dei nostri neolaureati si avvicinava ai 2.000 euro e il 97% dei laureati magistrali risultava occupato a un anno dal titolo. Sono segnali concreti che indicano come il sistema universitario e produttivo stiano creando condizioni reali per restare.

Da professore, come stanno cambiando gli studenti e come sta cambiando il loro approccio?
Innanzitutto, ci vorrebbero più matricole per soddisfare la richiesta di laureati che ci viene dal territorio, ma l’attrattività non dipende solo da noi: serve un sistema-paese attrattivo. Lecco è già avanti su questo, ma si potrebbe cercare di attirare più studenti esteri con borse di studio magari legandole a contratti di lavoro garantiti dalle aziende, ad esempio. Quanto all’approccio allo studio, i numeri dicono che il tasso di abbandono è inferiore al 10%, con una durata media ragionevole comunque inferiori a 6 anni. È però cambiato il modo di vivere l’università, soprattutto dopo il Covid: a causa delle registrazioni delle lezioni, siamo passati da una frequenza assidua al rischio di  rinunciare alla vita universitaria vera e propria per comodità o pigrizia. La laurea però non è solo una questione di acquisizione di competenze, è importante tessere relazioni e formarsi anche dal punto di vista umano, soprattutto in ottica lavorativa.

Prima ha parlato di Olimpiadi, tema quanto mai caldo a pochi giorni dall’inizio. Che ruolo hanno avuto il Politecnico di Milano e il Polo di Lecco in particolare?
Dal punto di vista della preparazione atletica, a Lecco abbiamo seguito la nazionale italiana di scialpinismo, con la quale abbiamo lavorato sulla biomeccanica del movimento, con gli studi coordinati dal professor Gorla, dalla professoressa Galli e dal prof. Scaccabarozzi. Insieme all’Università di Pavia e Rebel Dynamics, presenteremo un simulatore di Bob in concomitanza con le olimpiadi: stiamo dialogando con il Comitato FISI Alpi Centrali per una collaborazione pluriennale su bob, slittino e skeleton. Il simulatore, realizzato grazie al supporto di Regione Lombardia nell’ambito dell’accordo di programma, è unico al mondo e questo ci pone come un asset tecnologico con potenziale di crescita enorme nel mondo della ricerca legata allo sport.

Cosa cambierà a Lecco e in università dopo le Olimpiadi?
Finiti i giochi, rimarrà la legacy olimpica, una serie di investimenti infrastrutturali che impatteranno positivamente sulla mobilità, sullo sport, sull’innovazione e sul turismo. Per il Politecnico, i Giochi hanno rappresentato un acceleratore: Regione Lombardia ha stanziato fondi per il completamento del campus:  i nuovi laboratori, come tutto il campus, saranno aperti alla cittadinanza, agli e non solo agli atleti. Le tecnologie di punta sviluppate per lo sport ad alte prestazioni troveranno applicazioni dirette nella vita quotidiana, con ricadute importanti su salute, inclusione e riabilitazione. In questo quadro si inserisce anche l’accordo pluriennale con Villa Beretta, che ci permette di svolgere attività di ricerca in un laboratorio congiunto unico nel suo genere, dove ricerca clinica e tecnologica condivideranno spazi e progettualità a lungo termine. Ciò permetterà di lavorare su protesi ed esoscheletri di nuova generazione, su modelli di riabilitazione altamente tecnologica, nonché su ambienti di vita modulari ed inclusivi. Lecco sarà sempre più riconosciuta come un centro di eccellenza in questo campo, e questa sarà una delle eredità più significative lasciate dai Giochi Olimpici.

In prospettiva, vede un futuro di collaborazione crescente tra il Politecnico di Milano e la nostra città?
Sicuramente sì. Se cittadini, aziende ed enti pubblici, di fronte a un problema, continueranno a pensare al Polo di Lecco come a un luogo dove trovare risposte utili ed efficaci, allora avremo davvero centrato l’obiettivo, e l’aggettivo “territoriale” assumerà il suo significato più profondo.

Ne emerge il profilo di un Polo che guarda al futuro senza recidere il legame con il contesto in cui è nato e cresciuto. Tra innovazione tecnologica, collaborazione con il sistema produttivo e attenzione alle ricadute sociali della ricerca, l’università di Lecco si conferma come una delle strutture più dinamiche del Politecnico di Milano, chiamato ora a tradurre questa maturità in nuove opportunità per studenti, imprese e città.