(S)punti di Vista. Ognissanti e Festa dei Morti, come venivano celebrati dai nostri nonni

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RUBRICA – Carissimi lettori, essendo appena trascorsi la Festa di Ognissanti e il giorno della commemorazione dei defunti, quest’oggi mi piacerebbe ricordare con voi come queste ricorrenze venivano celebrate in Brianza dai nostri nonni e bisnonni.

Innanzitutto giova ricordare che il vecchio contadino brianzolo dava del “tu” ai suoi Santi protettori e parlava con loro dei suoi problemi e delle sue necessità; altrettanto faceva con i  morti al camposanto (e non solo).

“Sentimentalmente la gente era legata di preferenza ai Morti, più che ai Santi, per il semplice fatto che erano le anime purganti che avevano maggiormente bisogno dell’aiuto degli eletti del Paradiso e dei vivi. Così la festa dei Santi era come una vigilia o preparazione del giorno dei Morti. (Anche i Santi erano  “morti”). Le processioni al cimitero avevano inizio già nel tardo pomeriggio dei Santi e proseguivano fino a quando era buio, per poi riprendere, con i folti gruppi dei cassinee o alla spicciolata, il giorno dei Morti fino a tarda sera. Al cimitero, sulla tomba dei vecchi, c’era tutto il ceppo in preghiera: pagrand, mammgranda, omen spusaa e noeri, giuvinott e tusann, bagai e bagaitt”; (…) le nonne chiamavano i lumini  i oecc di anim (…); a chi aveva grossi fastidi si consigliava  de nà prima in gesa e poe al capusant” (…) e gli interventi diretti dei santi e dei morti la gente li chiamava ispirazion di Anger” (tratto da “Del tecc in su” di Sandro Motta, Cattaneo Editore). Ancora un centinaio di anni fa esisteva un dialogo fra vivi e morti (sia che fossero santi sia che non lo fossero) in una circolarità che oggi sta andando perduta. I Santi erano venerati, ciascuna famiglia aveva “i suoi preferiti” e la devozione popolare era fattiva tant’è che esistono molti detti e proverbi al riguardo: “anca i malnatt gh’an un bon Sant in Paradis”; “de chi a duman un quai Sant ghe pruvedarà”; “gh’è un Sant per i ciocch e per i bagai”; “fà ul diavul per diventà Sant”; “tutt i Sant voeren la sua candila”. Quanto ai morti il tema veniva trattato a volte anche con ironia e spericolatezza: “tucc voeren nà in Paradis, ma nissung al mund de là”; “hinn robb de cuntagh su ai por mort”; “el par la mort con la ranza in spala”; “chi bambanatt lì, và a cuntaghi ai mort”.

Da questi proverbi, che sono solo una piccola parte di quelli esistenti su questi temi, si evince il rapporto di interconnesione fra la vita e la morte, fra i ritmi della vita e quelli delle stagioni e della natura, che contraddistingueva la vita dell’uomo sulle colline della vecchia Brianza, un patrimonio di valori e di tradizioni che andrà inesorabilmente perduto con la scomparsa degli ultimi “grandi anziani” se non ci faremo promotori di iniziative volte a preservare questa grande ricchezza che non stento a definire “patrimonio dell’umanità” perché ci racconta chi siamo e da dove veniamo, perché ci fornisce radici salde per svettare nel cielo e ondeggiare nel vento, perché ci dona un’identità per andare nel mondo con curiosità senza paura del “diverso”, un patrimonio che è un dono formidabile per i giovani che chiede soltanto di essere riscoperto e riconosciuto attraverso la valorizzazione delle persone anziane e la riscoperta della loro funzione umana e sociale.

Giovanna Samà


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