Alberi abbattuti sul lungolago. Buizza: “Le piante possono rigenerarsi”

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Giorgio Buizza

LECCO – L’intervento di Giorgio Buizza, agronomo ed ex consigliere comunale, sul caso degli alberi abbattuti sul lungolago di Lecco. 

“Non tutte le piante tagliate sono morte.

Non è un gioco di parole: la natura ha i suoi modi per esprimersi e per conservare la vita. Se si taglia un abete o un cedro alla base, l’albero sarà perduto per sempre perché queste specie (come tante altre) non hanno la capacità di rigenerarsi dal ceppo tagliato.

Ci sono però specie che nonostante la sottrazione di tutta la parte epigea (fusto, rami e foglie) mantengono la capacità di rigenerarsi nuovamente innescando meccanismi di autoconservazione che possono favorire la ricrescita della pianta (e anche il nostro portafoglio) perché possiamo ritrovare nuovi e vigorosi alberi senza manomettere il sito (e senza spendere soldi).

Questo meccanismo, noto da millenni, è stato e viene utilizzato in selvicoltura con la pratica della ceduazione. I faggi, le querce, i castagni, gli olmi, i platani, se tagliati raso terra, hanno la capacità di rigenerare nuovi alberi e ricostituire il bosco che nel volgere di alcuni anni sarà bello e vigoroso come lo era prima del taglio di ceduazione. Si prelevano gli interessi e non si intacca il capitale quindi risponde anche ai criteri di sostenibilità.

Stefano Mancuso nel suo testo “Plant revolution” (Giunti Editore 2017) descrive molto bene questi meccanismi che sono espressione dell’intelligenza delle piante che operano in modo sostanzialmente diverso dagli animali, ma esprimono anch’esse la voglia di vivere e di sopravvivere.

Un esempio concreto.

Utilizziamo un albero di platano virtuale che assomiglia molto a quelli recentemente tagliati nell’area giochi vicino alla foce del Caldone e vicino alla sponda del lago. Il presupposto è che l’albero abbia la ceppaia sana, non sia affetto da malattie epidemiche.

Il platano, fino alla scorsa settimana assorbiva acqua e sali dal terreno e li spingeva fino all’ultima foglia del ramo più alto posto a circa 20 metri di altezza attraverso un gioco complesso di pressioni e depressioni originato dalla traspirazione delle foglie.

Ora che l’albero è stato tagliato al piede, il fusto e le foglie non esistono più (sono finiti in discarica o in legnaia) ma la ceppaia è rimasta nel terreno senza subire alcuna anomalia. Ha mantenuto integra la sua capacità di assorbimento e ha una voglia matta di sopravvivere nonostante tutto. Sì, perché i platani tagliati, sebbene avessero qualche anomalia al castello avevano tutti ceppaie e fusti integri e sani e non avevano alcun problema di insicurezza né di pericolosità, non erano attaccati dal cancro colorato.
Come ben spiega S. Mancuso gli alberi non hanno una centro vitale concentrato come il cervello o come il cuore degli animali: se si elimina il cervello muore l’individuo intero, analogamente se si elimina il cuore le membra isolate non sopravvivono.

Gli alberi hanno invece centri vitali distribuiti e diffusi e ogni parte di albero è in grado di reagire alle avversità in modo diverso adattandosi alle necessità con un unico fine: perseguire la sopravvivenza.

Come si ricostruisce un albero

Il nostro platano tagliato dispone di un elevato numero di “gemme dormienti” concentrate in prossimità del colletto (punto di passaggio dalla radice al fusto, che corrisponde di solito al punto di affioramento dal terreno). Le gemme dormienti sono solitamente ferme, nascoste, inattive fino a quando, per effetto di stimoli esterni, si risvegliano e cominciano a funzionare.

Il taglio del fusto è uno di questi stimoli. Ogni gemma dormiente è in grado di germogliare, cioè riprodurre in piccolo la nascita e la crescita di un nuovo albero che sarà in grado di svilupparsi utilizzando le radici già pronte, estese e funzionanti rimaste nel terreno e in grado di dare origine a nuovi fusti, rami e foglie.
Si può solo immaginare quanta energia è disponibile in una ceppaia che fino a ieri era in grado di mantenere un fusto da 50 cm di diametro, i suoi rami, le sue foglie, localizzate fino a 20 m di altezza. Tutte queste energie vengono incanalate nel risveglio e nello sviluppo delle gemme dormienti e nei nuovi germogli.

Le gemme dormienti si mettono in funzione con un atteggiamento di competizione naturale tra loro: in natura il più dotato, il più forte vince (nel mondo umano oltre al più forte si fa spazio anche il più furbo che in natura non esiste).

Nell’arco di tempo di pochi giorni dal taglio, soprattutto se la pianta è giovane, sana e ben alimentata, sul bordo della ceppaia compaiono numerosi germogli, (volgarmente ricacci) disposti a corona sul bordo della sezione, che utilizzano le abbondanti risorse provenienti dalle radici e cominciano a crescere.

Teniamo anche conto che il nostro platano è situato sulla riva di un lago, per di più alla confluenza di un fiume (il Caldone) perciò le radici beneficiano di apporti idrici perennemente e abbondantemente, anche se il livello del lago è 3 o 4 metri più in basso.

Tra tutti questi germogli sorti sul ceppo tagliato ce ne sarà qualcuno più vigoroso degli altri che, nel volgere di qualche settimana/mese si può individuare dalla velocità di crescita, dal diametro del fusticino, dal numero di gemme e di foglie che porta, dall’altezza raggiunta. Tutto avviene alla luce del sole, senza uso di microscopio o di provette, anche un modesto apprendista giardiniere è in grado di fare la selezione privilegiando il migliore.

Se di questa miriade di germogli il giardiniere ne seleziona 4 o 5 favorisce ed aiuta la sezione naturale a suo vantaggio allevando, per uno o due anni, 4 o 5 fusticini dritti e vigorosi. Dopo qualche anno, quando i ricacci o polloni si sono irrobustiti e affermati si può intervenire nuovamente per selezionare il miglior “allievo” e ritornare nella situazione di partenza con un albero che ha una ceppaia superdotata (ereditata dalla pianta precedente) non ha bisogno di irrigazioni di sostegno perché l’acqua arriva già dal terreno profondo ed ha una capacità di crescita molto superiore rispetto a quella di un albero nuovo trapiantato con poche radici che assorbono solo negli strati superficiali, frequentemente asciutti.

Perché tutto ciò avvenga e perché si originino piante sicure è necessario che la ceppaia sia tagliata raso terra altrimenti le gemme dormienti chiamate a svilupparsi saranno quelle in prossimità del taglio, a qualunque altezza si trovi, che daranno origine a nuovi germogli che manterranno la fisionomia e le caratteristiche del ramo laterale, attaccato malamente sul bordo del fusto, insicuro fin dalle sue origini, e non ad una pianta vera e propria strettamente legata e ancorata alla radice sottostante.

Perché questa noiosa dissertazione di arboricoltura?

Ho voluto richiamare questi concetti perché in un caso clamoroso avvenuto in precedenza (un grande platano in Villa Gomes, tagliato senza motivo, sull’onda dell’emotività del post-nubifragio del 2014, su consiglio di “esperti” rimasti ignoti) questo meccanismo si è innescato in modo consueto, ma, anziché trarne beneficio, gli addetti alla manutenzione hanno fatto di tutto per sovvertire l’ordine naturale delle cose ottenendo un risultato pessimo: non sono riusciti a far morire la ceppaia (sana e di oltre un metro di diametro) e non son riusciti a selezionare un nuovo albero in grado di sostituire quello tagliato. Si è così formato un ammasso informe di rami senza un leader e senza prospettive per rigenerare un nuovo fusto vigoroso.

Necessità recenti

Presa visione delle ceppaie dei platani tagliati in Lungolario Isonzo ed avendone riscontrata la perfetta sanità e stabilità, preso atto che le piante pur senza cervello e senza cuore, sono amanti della vita e cercano in ogni modo di sopravvivere, sarebbe da stupidi prendersela anche con le ceppaie, continuando a tagliare i prodotti delle gemme dormienti fino alla completa devitalizzazione (spendendo soldi in manutenzione maldestra) per poi tentare la sostituzione scavando buche, piantando alberi nuovi, irrigando almeno per i primi anni, installando i tutori, correndo il rischio frequente del mancato attecchimento (spendendo altri soldi).

Chiusura

Se provassimo ad assecondare la natura anziché contrastarla, forse riusciremmo ad essere più in pace con noi stessi e con il mondo circostante per costruire una città ed mondo migliore”.

Giorgio Buizza