Merate. Un anno da sindaco, Massimo Panzeri: “In mezzo alla gente. Le gaffe? Sono umano”

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Il sindaco Massimo Panzeri

L’intervista al sindaco di Merate Massimo Panzeri a un anno dalla vittoria alle elezioni amministrative

“Un anno impegnativo, ma quello del sindaco è un ruolo bellissimo e appassionante anche se impegnativo”

 

MERATE – A pochi giorni dall’elezione a sindaco, la prima grana: l’incidente in auditorium con il crollo dell’americana sul palcoscenico durante il saggio di fine anno della giovanissime allieve di Merate Danza. Poi, il 22 agosto la maxi alluvione e infine, da febbraio, l’emergenza Covid 19, costata anche due scivoloni, che hanno fatto parlare di Merate anche al di fuori dei confini cittadini.

E’ stato un anno decisamente impegnativo quello che ha visto il leghista Massimo Panzeri indossare, con orgoglio e fierezza, la fascia tricolore. Un incarico vissuto a tutto tondo, dopo quel giuramento davanti alla Costituzione avvenuto con indosso anche il cappello d’alpino.

Abbiamo incontrato Panzeri nel suo ufficio, la cui porta di ingresso è stata tappezzata dai disegni realizzati dal figlio più piccolo Luca, pronto a mutuare lo slogan dell’emergenza Covid per ricordare al padre che tutto andrà bene.

Dal 2009 al 2014 è stato assessore ai Lavori pubblici durante il mandato di Andrea Robbiani (ora assessore all’Ecologia), poi per cinque anni è finito in minoranza e dal 2019 indossa la fascia tricolore. Il ruolo di sindaco è davvero il più bello?

Sì, è decisamente il più gratificante, ma è anche quello più impegnativo. La passione è rimasta lo stessa del primo giorno in cui sono entrato da sindaco qui a Palazzo Tettamanti. Mi era già piaciuta molto l’esperienza come assessore ai lavori pubblici e mi sarebbe piaciuto poter continuare con un doppio mandato, magari occupandomi di altri settori, come lo sport o il commercio per dare continuità al mandato amministrativo. Le cose hanno poi preso un’altra piega e ci siamo trovati in minoranza.

Lo scorso anno si è ricandidato a sindaco: un’ambizione suffragata poi dal voto dei meratesi.

Non volevo fare il sindaco a tutti i costi. Mi sono candidato quando si sono verificate le condizioni per poter vincere grazie a una squadra con cui stiamo lavorando tanto e bene. Essere sindaco è bello e impegnativo perché bisogna essere il collante e il collettore tra tutti i membri della Giunta e, più in generale, dell’amministrazione comunale, oltre che con i dipendenti che mi riconoscono, tra l’altro, la capacità di aver creato un buon rapporto con loro.

Quali sono gli aspetti positivi di questo primo anno?

Sicuramente il gruppo che si è creato all’interno della Giunta e della maggioranza. La squadra si è amalgamata, stiamo lavorando bene e non mi viene in mente uno screzio in questi primi dodici mesi. C’è armonia e questa è importante per portare avanti il lavoro e le sfide a cui è chiamata un’amministrazione comunale, soprattutto in questi mesi di emergenza. Penso inoltre che in questo ultimo periodo sia cresciuto l’apprezzamento del ruolo della città di Merate nel territorio circostante grazie al lavoro svolto in sinergia con gli altri primi cittadini nella conferenza dei sindaci e nell’Ambito. Dobbiamo guardare oltre i campanili e ragionare in maniera inclusiva su un territorio che ha problemi e necessità omogenee.

La giunta di Merate all’indomani delle elezioni del maggio 2019

Su cosa invece si può migliorare?

Su tutto: il miglioramento è la molla che ci deve spingere in ogni settore. Abbiamo tante sfide che ci aspettano: dalle Olimpiadi 2026 alla viabilità ai trasporti. Questioni che l’emergenza Covid ha temporaneamente tolto dal primo punto all’ordine del giorno delle nostre videoconferenze, ma che restano i nodi su cui dovremo confrontarci anche in base al nuovo volto che prenderà la società a emergenza finita.

Non sono mancati problemi in questi primi mesi e, di sicuro, non poteva pensare di essere sindaco durante una pandemia: che impressione si è fatto di questi ultimi mesi?

Sono state settimane drammatiche. Ci sono stati giorni in cui venivo in Municipio e il piazzale davanti era pieno dei mezzi delle pompe funebri. Complice la presenza dell’ospedale in città, abbiamo registrato un numero altissimo di morti. Abbiamo affrontato situazioni difficili, messo in campo iniziative e attività per fronteggiare, grazie all’incessante lavoro dei Servizi sociali, l’emergenza anche sociale ed economica legata alla crisi sanitaria. Ci siamo impegnati per recapitare in ospedale i dispositivi di protezione individuale nei giorni in cui scarseggiavano. Non siamo stati chiusi in ufficio.

C’è chi dice però che in questo primo anno di mandato sia stato un primo cittadino poco attento all’etichetta istituzionale. Che sia stato insomma più alpino che sindaco…

In questi mesi ho imparato anche a mie spese che il ruolo di primo cittadino impone dei comportamenti istituzionali. Ma lo voglio ribadire a gran voce che da parte mia non è mai mancato il rispetto delle istituzioni. Poi certo, se essere un sindaco alpino vuol dire andare a Casargo e spalare il fango durante l’alluvione, allora sono un sindaco alpino. E lo sono ogni qualvolta ci sia bisogno di lavorare e rimboccarsi le maniche lasciando la cravatta nell’armadio. Sono un sindaco in mezzo alla gente. Esco in piazza e vado a prendere un caffè e anche un aperitivo. Per me fare il sindaco non è stare rinchiuso tutto il giorno in ufficio tenendo conto esclusivamente dell’etichetta, ma è uscire sulla piazza e testare il polso delle persone.

Con gli alpini a Casargo a spalare il fango lo scorso anno

E qual è secondo lei l’opinione dei meratesi oggi, a un anno da quel 48,5% di votanti (su tre liste) che l’ha proclamata sindaco?

La gente mi ferma e mi riconosce, ed è già qualcosa. Alcuni chiedono informazioni, altri si congratulano, qualcuno critica. Del resto non ho la presunzione di avere il consenso assoluto. Ho la consapevolezza di svolgere il mio compito al massimo delle mie capacità e con serenità. Chi si trova a compiere delle scelte, raramente gode dell’unanimità.

Ci sono però due scivoloni che hanno acceso i riflettori sulla sua condotta: la presenza all’inaugurazione del nuovo supermercato Conad e la diretta Facebook sulla fase 2 in cui dava consigli ai cittadini, vicenda che risulta ora nelle mani della Procura…

Sono sereno. Per entrambi i casi ho riconosciuto le leggerezze compiute precisando di essermi comportato in assoluta buona fede. Con il Prefetto ho già chiarito i contorni della vicenda Conad. Difendo la scelta di aver partecipato a quell’evento a porte chiuse che voleva essere un segno di presenza e di attenzione alle 170 persone che erano riuscite a mantenere un posto di lavoro. Ammetto che sarei dovuto stare più attento in occasione della foto (con assembramento, ndr) del taglio del nastro. Per quanto riguarda la diretta, la vicenda mi ha insegnato che a volta bisogna sapere dire di no. A quel cittadino disabile che mi chiedeva se poteva uscire a fare un giro in macchina, ho risposto in maniera confidenziale, dopo 25 minuti trascorsi a invocare atteggiamenti prudenti per l’avvio della fase 2, perché il mio atteggiamento è sempre stato quello di cercare di aiutare una persona che mi chiede una mano.

Si sarebbe mai aspettato un anno fa di essere protagonista di uno spezzone della nota trasmissione radiofonica “Un giorno da pecora”?

Premesso che è un programma che non ascolto, non mi va neanche di esser trattato come il Pierino d’Italia. Ritengo di essere in buona compagnia nella schiera di sindaci e politici incappati, in questa emergenza, in qualche gaffe. Sono umano e posso sbagliare. Ma penso che i sindaci che dovrebbero preoccupare veramente sono quelli che rubano, quelli corrotti, quelli negligenti. La gaffe mi rende umano e un sindaco normalissimo.

Non si sente, insomma, un sindaco sceriffo.

No, per niente. Però il mio sogno sarebbe una città a multe zero perché tutti rispettano le regole. Per quello lo scorso anno a inizio mandato avevo portato avanti le ordinanze per la tutela del verde dichiarando guerra ai mozziconi e ai ricordini dei cani abbandonati.

Con la minoranza però il clima è sempre più teso…

Sono una persona aperta e ho rapporti buoni aldilà delle appartenenze politiche. Sono stato per 5 anni in minoranza. Quando si fa un’opposizione pretestuosa e non costruttiva, mi spiace ma non vedo i presupposti per collaborare.

L’impegno amministrativo è gravoso: chi sta pagando il prezzo più alto?

Il sacrificio più grosso l’ho chiesto alla mia famiglia, a mia moglie e ai miei tre figli che mi vedono meno e subiscono i miei umori e le critiche spesso ingenerose a cui sono sottoposto. Sono esposti anche loro a questo stress anche se spesso non me lo dicono e cercano di non farmi pesare questo aspetto.