Da donna a madre: una crisi d’identità

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Saprai sola
sporca sposa,
sarà sul tuo grembo
rabbia e lava”

(La sottile linea bianca – AFTERHOURS)

Quando, in una coppia che sta cercando di avere un figlio, la donna comunica al partner di essere, come si suol dire, in dolce attesa, la notizia viene normalmente accolta con gioia e solitamente il periodo che porta alla nascita del bambino è foriero di un’importante spinta immaginifica, che proietta i due futuri genitori a pensare, per lo più in termini positivi, come sarà il loro bambino e il loro rapporto con lui. Questa sfera riguarda come detto un “immaginario” che si alimenterà per tutta la gravidanza.

Parallelamente, nel “reale”, la maternità comporta per la donna che ne è protagonista un’esperienza molto impegnativa sotto diversi punti di vista, in virtù dell’impegno biologico e di elaborazione psichica che tale “evento/avvento” richiede, dovuto ai grandi cambiamenti che l’accompagnano. La gravidanza costituisce inoltre un banco di prova importante nel progetto di vita della coppia: se per un verso la nascita di un figlio, in particolare del primo figlio, può essere considerata quasi una naturale tappa evolutiva in un rapporto di coppia, tale evento cambia irreversibilmente gli equilibri tra i due partner. Da quel momento in poi non esisterà più la semplice coppia, ma questa diventerà più propriamente famiglia: non si tratterà più di una relazione tra due persone, ma di una, per certi versi, nuova relazione che vede entrare in scena un terzo elemento: per l’appunto il figlio.

Volgendo poi lo sguardo all’indietro, la gravidanza è peraltro un evento che, pur racchiuso entro limiti cronologici ben precisi, prende le mosse da molto lontano, riassumendo in sé l’incidenza di varie componenti quali le famiglie di origine dei due partner, la loro storia biologica e psichica individuale e di coppia, l’ambiente socio-culturale in cui sono cresciuti e in cui vivono il presente: tale evento assume pertanto una complessità e una singolarità del tutto peculiari, che apre a molte possibilità e parallelamente a molti punti di fragilità per chi ne è protagonista.

Tutto in gravidanza avviene all’insegna di modificazioni vistose: da un punto di vista biologico l’organismo diventa un laboratorio che si attiva in modo eccezionale per garantire lo sviluppo del nuovo individuo e a tale intenso lavoro biologico fa riscontro una mobilitazione psichica molto impegnativa, che deve affrontare la nuova realtà, ma anche fronteggiare il riapparire di conflitti del passato, in una situazione di aumentata interdipendenza e permeabilità tra la sfera corporea e quella mentale, con interazioni reciproche fra i due piani.

La maternità di fatto incide su tutte le relazioni che la futura mamma, poi puerpera, vive: su quella con se stessa e su quella con il partner, ma pure su quelle attinenti alla famiglia, alle amicizie, al lavoro; ma soprattutto essa investe la relazione col figlio che la madre ha in sé, e solo successivamente davanti a sé: caso – unico – in cui un individuo ne contiene in sé un altro; dunque, caso degno di specialissima attenzione e sostegno, anche quale esempio prototipico di ogni relazione intima o di cura.

La gravidanza e con essa il puerperio e l’allattamento rappresentano, quindi, una sequenza di eventi che sono fin dall’inizio biologici, psicologici e relazionali. Ora, mentre gli eventi biologici hanno una sequenza per lo più prevedibile e relativamente omogenea, gli eventi psicologici e relazionali si inseriscono nella vicenda esistenziale della persona coinvolta, configurandosi in tal modo secondo una variabilità assai estesa.

Se l’evoluzione della scienza medica ha consentito un monitoraggio ed un presidio sempre più attento ed efficace di tutti i fattori biologici che accompagnano la gravidanza, permettendo di abbattere consistentemente i rischi di mortalità neonatale e materna, così come i rischi di complicanze legate al parto sia per le madri che per i figli, spesso altrettanta attenzione non viene purtroppo riservata alle questioni psicologiche e relazionali che i soggetti coinvolti si trovano ad affrontare. Ciò avviene peraltro in un quadro sociale sempre più disgregato, dove cioè le neo-coppie genitoriali sono spesso molto più isolate e prive di riferimenti rispetto al passato.

Sulla base di queste premesse, si può considerare la maternità come momento di crisi, da intendersi nel senso etimologico del termine (dal greco κρίσις [krisis] = decisione, scelta, mutamento), quindi come l’insieme dei cambiamenti che si verificano in concomitanza con alcuni eventi nodali della vita; un momento che separa una maniera di essere da un’altra da essa differente. La gravidanza, in questo senso, costituisce una fase critica della vita, nella misura in cui lo sviluppo psicologico è chiamato, almeno in parte, a mutare direzione e a realizzare trasformazioni sostanziali proprio rispetto ai fattori strutturanti l’organizzazione della personalità e la relazione di coppia: si tratta, conseguentemente, di una fase ricca di innumerevoli potenzialità evolutive, ma nel contempo aperta a rischi che non vanno sottovalutati.

Non a caso si inserisce in questo quadro, come questione di particolare rilievo, quella complessa ed eterogenea gamma di fenomeni, riassunti dal termine comunemente usato di “depressione post-partum”.

La depressione post-partum è un fenomeno che presenta una rilevante incidenza statistica, i cui sintomi (sbalzi di umore, disturbi del sonno e/o dell’alimentazione, attacchi di panico, affaticamento eccessivo o iperattività) rappresentano un’importante causa di disagio e sofferenza per la neo-madre, con possibilità di ripercussioni negative anche sulla relazione con il bambino e/o con il partner. Inoltre accade spesso che l’interesse e la sensibilità al problema da parte del tessuto sociale siano scarsi o insufficienti; la depressione post-partum è infatti per lo più considerata un evento transitorio e di scontata soluzione, probabilmente nella convinzione che il passare del tempo sia di per sé un fattore sufficiente a lenire i disagi della puerpera. Ma questo purtroppo è vero solo in parte: se per alcune donne è così, per altre questo periodo può portare a vivere disagi più profondi e quindi di non scontata soluzione, specie se vanno ad incancrenirsi anziché a risolversi dinamiche disfunzionali per il soggetto in questione.

In particolar modo, la nascita e quindi l’incontro con il figlio reale, che nel corso della gravidanza era solo immaginato e solitamente in buona parte idealizzato, richiede alla donna di farsi anche madre e di riuscire a conciliare la propria femminilità con la neo-maternità: in modo repentino la donna è chiamata a ristrutturare, almeno parzialmente, la propria identità trovandosi per di più a dover accettare delle aspettative almeno parzialmente disattese dal proprio bambino e parallelamente dal proprio modo di rapportarsi con lui. Nello stesso momento la neo-mamma non è più nelle condizioni di vivere il proprio stato di donna così com’era prima: tutti i ruoli in precedenza acquisiti (partner, amica, lavoratrice, etc.) vengono da qui in avanti condizionati e quindi modificati dall’essere madre. La difficoltà a sostenere e conciliare le due posizioni, di donna e di madre, può sfociare per l’appunto nella depressione post-partum ed accompagnarsi anche a stati di smarrimento e a sentimenti di auto-colpevolizzazione per non essere all’altezza dei diversi ruoli. La puerpera corre infatti il rischio di viversi un disagio profondo nell’assumere il nuovo ruolo di madre e al tempo stesso di sentirsi colpevole o quantomeno impotente rispetto alle inattese difficoltà che vive, quindi fortemente frustrata per non vivere positivamente una condizione spesso attesa con gioia.

La solitudine e la sensazione di essere incomprese sono due importanti fattori di rischio per le neo-mamme, perché la situazione si aggravi anziché risolversi con il passare del tempo dopo la nascita del bambino. Inoltre il disagio della puerpera può creare dinamiche disfunzionali nella relazione con il figlio, che possono a loro volta incidere negativamente sullo sviluppo psichico del bambino. Il partner in prima istanza, e le reti familiari e amicali possono e quindi dovrebbero fornire un valido supporto alla neo-mamma, ma non sempre questo avviene per diverse ragioni che sarebbe impossibile trattare in questa sede senza dilungarsi eccessivamente.

Se, come detto, la scienza medica ha fatto passi da gigante nel limitare i rischi biologici legati alla gravidanza, sia per le madri che per i figli, ad oggi il sostegno psicologico è una via ancora a mio giudizio troppo poco battuta per fornire un valido aiuto a chi affronta, come singolo così come coppia, un passaggio fondamentale della propria vita: uno spazio di informazione, ascolto e confronto per affrontare l’esperienza della maternità con maggiore consapevolezza può offrire, laddove praticato, un valido supporto alla madre e alla coppia, con ricadute concrete, per affrontare questa importante fase della propria vita; uno spazio in cui poter esprimere sensazioni che sono difficili da dire anche a sé stessi può infatti favorire l’elaborazione e quindi una consapevole e soggettiva accettazione del proprio nuovo status, laddove altre risorse risultino carenti, se non del tutto assenti, nel tessuto sociale.

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