Risultato immediato vs risultato costruito

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L’articolo di settimana scorsa, l’Italia ha “vinto” gli europei, si è rivelato essere un interessante argomento di discussione, molto di più di quanto mi aspettassi: è cominciato con i commenti degli amici “sì ma dai, sei in finale, almeno cerca di vincerla sta partita!” proseguito con i contatti su facebook: “4 pere le abbiamo prese!” e approfondito con alcune email sul significato dello sport e del tifo in Italia e all’estero. Ed è qui che forse vale la pena soffermarsi per capire meglio un concetto chiave che forse è passato in sordina settimana scorsa: costruire la capacità di vincere attraverso un approccio realistico sullo sport (e la vittoria nello sport).

La logica è molto semplice: il suggerimento è di vivere lo sport conservando un occhio al mondo reale, non soltanto per mantenere una dimensione di verità che non fa mai male e men che meno perchè la si vuole usare come la classica “scusa dei perdenti” (c’è di peggio che perdere!), ma piuttosto come una strategia vera e propria per far rendere al meglio gli atleti. Premessa: bisogna sempre ricordarsi che la psicologia dello sport nasce con l’intento di rendere ottimale la prestazione e si propone di lavorare sullo sviluppo e l’espressione del potenziale di un atleta nel tempo.

Ora, cosa succede quasi sempre? Che il risultato è tutto. Da noi il risultato è il senso dello sport.

Come dice Boniperti: “nello sport vincere non è importante, è l’unica cosa che conta!”. Trattasi di una freddura deliziosa che, allo stesso tempo, ben rappresenta il pensiero sportivo del belpaese: quando il risultato nello sport è tutto, la sofferenza è vera e se non sai gestire e veicolare le emozioni nel modo giusto, rischi di performare prestazioni sempre più scadenti (e di conseguenza deprimenti).

Lo psicologo dello sport spesso si ritrova ad affrontare situazioni in cui l’atleta si presenta in studio e dice: “io voglio vincere!”, poi osservando gli ultimi risultati si scopre che lo sportivo nell’ultimo anno non è andato oltre il ventesimo posto. Cosa succede in questo caso? L’atleta è pervaso dall’ossessione di vincere fondamentalmente perchè crede, in buona fede, che se tornasse a trionfare anche solo una gara allora si risolverebbe il problema, il risultato immediato scacciacrisi, il gol che ti sblocca. Se però nel calcio il gol che ti libera è un evento abbastanza comune (poichè il gesto atletico di effettuare un gol è piuttosto frequente in generale), ben diverso è quando abbiamo a che fare con chi si confronta in termini prestazionali relativi: la così tanto agognata vittoria istantanea ottenuta, può diventare un boomerang nel caso in cui, nelle gare successive, le prestazioni ritornino ai deludenti standard precedenti. Detto in parole povere: se io faccio ventesimo per un anno e poi di colpo passo direttamente a vincere una gara, otterrò subito un grandissimo incentivo alla mia autostima, ma molto probabilmente, non appena scoprirò che si era trattato di un caso eccezionale, mi rattristerò vivendo una condizione persino peggiore del periodo antecedente alla vittoria.

Pensare a come vincere subito spesso ci limita nel ragionare su come costruire le vittorie nel tempo, quando invece sarebbe più proficuo, nell’arco di una carriera, fare un ragionamento pragmatico: da 20° proverò a classificarmi fra i 15, dai 15 ai 10…

Ovvio che le obiezioni sono le solite: “ma io voglio vincere ora”, “non posso più aspettare, sennò mollo tutto”. E’ sempre lo spettro del risultato divenuto ossessivo, che toglie serenità e lucidità, due elementi chiave che caratterizzano la prestazione eccellente di un atleta. Molto spesso l’atleta che vive questa condizione fa parte della categoria dei “fenomeni in allenamento che non sanno cosa gli succede in gara”.

Ciò è comprensibile per chi con lo sport ci mangia, mi riferisco quindi ai pro, non è altrettanto giustificabile per quanto concerne gli amatori e le ASD.

Esiste un esempio da seguire?

Io penso soprattutto al modello americano (quello buono), in cui il principio di base è quello di una grande festa a cui partecipare (lo stadio non ha curve, poichè tutto le tribune sono una curva unica di persone che amano divertirsi insieme), dove l’atleta viene incitato e “caricato” a superarsi di volta in volta, dove lo “you can do it” è veramente sentito e fa parte della filosofia sportiva nazionale. Dare il meglio, accettare i limiti, riprovarci per poi migliorare.

Dott. Mauro Lucchetta – Psicologo dello Sport
Per domande o dubbi: mauro.lucchetta@psicologiafly.com
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